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Filiera in crisi

In tre mesi incenerite nel riminese 1.900 tonnellate di plastica differenziata

In foto: un termovalorizzatore
un termovalorizzatore
di
Redazione
   
Tempo di lettura 3 min
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Ci eravamo chiesti che fine facesse la plastica riciclata nel riminese, alla luce dell'allarme lanciato lo scorso settembre dalla Conferenza delle Regioni nel documento "Crisi della filiera degli imballaggi in plastica" (vedi notizia). E proprio dalla Regione arrivano alcune delucidazioni. A dir la verità, non troppo positive.

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Tra il 20 giugno e il 20 settembre 2026 nel termovalorizzatore di Raibano, nel comune di Coriano, sono stati conferite 1.894,15 tonnellate di plastica da raccolta differenziata. A questa si aggiungono 1.433,47 tonnellate conferite nell'impianto di Forlì. Questo significa che in soli tre mesi in Romagna cono stati incenerite oltre 3,3 tonnellate di plastica che i cittadini avevano differenziato.

Ampliando lo sguardo a tutta l'Emilia Romagna i dati relativi all'anno 2024 (gli ultimi completi) evidenziano 291.144 tonnellate di rifiuti plastici prodotti (187.047 da differenziata e 104.097 nell’indifferenziato). A riciclaggio ne sono state avviate poco più di 79.000 tonnellate, il 27%.  

i dati forniti dalla Regione

Un paradosso economico e ambientale che nasce lontano dall'Italia ma che fa sentire i suoi effetti anche qua. Il problema, come spesso accade, è prettamente economico. In particolare nei mercati asiatici e americani viene prodotta plastica vergine a bassissimo costo e quindi nettamente più conveniente per i produttori di imballaggi e manifattura rispetto a quella riciclata. Così il circuito si blocca e i piazzali dei centri di stoccaggio si riempiono. Nel settembre scorso l'Emilia Romagna segnalava situazioni critiche proprio a Rimini e nel cesenate. A distanza di un paio di mesi i problemi sembrano invece permanere solo nei bacini riminese e del Montefeltro mentre sono ripresi con regolarità i ritiri degli imballaggi in plastica da parte di COREPLA nel resto della Romagna. ATERSIR, fa sapere la Regione, sta acquisendo dati dai gestori per verificare eventuali situazioni al limite. L’obiettivo, oltre alla mitigazione degli impatti ambientali, è di evitare impatti sul costo del servizio di gestione dei rifiuti urbani e, di conseguenza, sulle tariffe applicate agli utenti. La richiesta è quella, in coerenza col principio della responsabilità estesa del produttore, di rispettare l’Accordo ANCI-CONAI, ovvero il diritto dei gestori delegati da ATERSIR “al risarcimento del maggior danno” causato dai ritardi e, in taluni casi dalla sospensione, dei ritiri da parte del sistema consortile. Posizione in linea con quella espressa dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome nel documento, trasmesso al MASE il mese scorso. 

Resta però un cortocircuito difficile da digerire: benchè i cittadini siano bravi a differenziare, parte del rifiuto finisce comunque bruciato perché la plastica riciclata costa più di quella vergine. E intanto la Plastic Tax italiana, pensata per penalizzare proprio chi usa plastica vergine, continua ad essere rinviata di anno in anno mentre quella imposta dall’UE viene pagata dall'Italia attingendo al bilancio generale dello Stato (finora oltre 2 miliardi di euro) facendo così ricadere il costo sui contribuenti e non sulle aziende produttrici. Con un circolo vizioso, e non virtuoso, che finisce per minare alla base la fiducia dei cittadini nella raccolta differenziata. 

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