Raccolta differenziata: plastica riciclata o incenerita?
La filiera dell’economia circolare sta vivendo una crisi senza precedenti. Un paradosso economico e ambientale nato lontano dall'Italia ma che fa sentire i suoi effetti anche da noi. Il problema, come spesso accade, è prettamente economico. In particolare nei mercati asiatici e americani viene prodotta infatti plastica vergine a bassissimo costo e quindi nettamente più conveniente per i produttori di imballaggi e manifattura rispetto alla plastica riciclata post-consumo, il cui costo incorpora selezione, lavaggio e rilavorazione. E senza convenienza economica, il circuito si blocca e la plastica si accumula invece di essere riciclata.
il documento delle Regioni
Gli effetti di questo cortocircuito sono ben chiari anche in Emilia Romagna. In un documento approvato all’unanimità il 10 settembre scorso dalla Conferenza delle Regioni e intitolato "Crisi della filiera degli imballaggi in plastica" si cita proprio un caso tutto romagnolo. Nell'area che comprende la provincia di Rimini e il cesenate, i piazzali dei centri di stoccaggio sono spesso colmi. “Bacini saturi” si legge “con avvio a recupero energetico diretto della plastica differenziata”. In sostanza, visto che il consorzio Corepla ha progressivamente ridotto la frequenza dei ritiri degli imballaggi, la plastica accuratamente raccolta dai cittadini (si parla di un’area di circa 500mila residenti romagnoli) finisce, almeno in parte, bruciata nei termovalorizzatori. E non da qualche settimana. Sempre nel documento elaborato dalla conferenza delle Regioni, si parla infatti di una situazione segnalata al Ministro già dal 15 giugno. Scelte drastiche fatte per evitare di bloccare la raccolta porta a porta e stradale ma anche per non violare i limiti di sicurezza antincendio prescritti per i piazzali di stoccaggio. E così le percentuali di differenziata aumentano ma l’economia circolare si blocca. Se la plastica riminese venga smaltita sul territorio o trasportata in altri termovalorizzatori non è però noto. Hera, da noi contattata, non ha fornito chiarimenti. E risposte, almeno finora, non sono arrivate neppure da altre istituzioni locali ed enti contattati.
Resta però un paradosso difficile da digerire. Le Regioni hanno evidenziato al Governo la propria posizione asimmetrica: pur essendo responsabili del raggiungimento dei target UE e della sicurezza sui territori, non dispongono delle leve economiche per sostenere le filiere. Tra le richieste urgenti c’è quella di termini certi e garantiti per i ritiri dei materiali dai centri di stoccaggio ma anche regole nazionali uniformi per l'aumento temporaneo delle capacità dei piazzali (per evitare pericoli d'incendio) e misure per contrastare le importazioni estere a basso costo. Senza questi interventi, il rischio è l'interruzione della raccolta o la necessità di ricorrere in via straordinaria alla combustione negli inceneritori per smaltire l'eccesso. Cosa, come detto, che già accade. Ma anche questo ha un costo, ambientale e non solo. Comporta infatti una riduzione dei quantitativi complessivamente trattabili dall’impianto per l’elevato potere calorifico del rifiuto plastico, alterazioni della normale conduzione e minori ricavi per i gestori a tariffe regolate. E così i costi dell’emergenza finiscono per ricadere sui gestori del servizio pubblico che impiegano risorse destinate alle attività ordinarie per noleggiare capacità di stoccaggio temporanea, remunerare lavoro straordinario e coprire i mancati introiti della valorizzazione del materiale.
E dire che una soluzione ci sarebbe: la Plastic Tax. L'Unione Europea impone infatti già dal 2021 un contributo agli Stati membri pari a 0,80 € per ogni chilogrammo di plastica vergine per imballaggi. L'Italia però versa questo contributo attingendo dal bilancio generale dello Stato (finora oltre 2 miliardi di euro complessivi) facendo così ricadere il costo sui contribuenti e non sulle aziende produttrici. Inoltre il nostro Paese ha introdotto nel 2019, primo in Europa, una Plastic Tax nazionale (0,45 €/kg sulla plastica monouso vergine) che avrebbe dovuto colpire i produttori per incentivare l'uso di plastica riciclata. Un’imposta però mai entrata in vigore perchè rinviata sistematicamente di anno in anno.
Eppure un concetto dovrebbe essere chiaro: la transizione ecologica non può reggersi solo sulla buona volontà della cittadinanza e sulla gestione dei rifiuti locali, richiede programmazione, risorse e coerenza a livello istituzionale. Come sottolineato nel report della Conferenza delle Regioni, se il Governo e l'Unione Europea non interverranno con obblighi minimi di contenuto riciclabile nei prodotti e con sostegni alle filiere territoriali, il rischio è di minare alla base la fiducia dei cittadini nella raccolta differenziata, trasformando un'eccellenza dell'economia circolare in una semplice materia prima da bruciare per produrre energia. Facendo crollare in un colpo solo, una sensibilità maturata con non poca fatica nel corso degli anni.
Con buona pace dell’ambiente.
L'approfondimento nella puntata di Fuori dall'Aula










