Negozi sfitti. Zanzini (Confcommercio): desertificazione commerciale è emergenza
Giammaria Zanzini, presidente di Confcommercio della provincia di Rimini, commenta con preoccupazione l’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio in collaborazione con l’Istituto G. Tagliacarne. “Quasi mezzo milione di locali commerciali sfitti in Italia, con una perdita annua di 4,4 miliardi di euro, pari allo 0,2% del Pil. Non sono soltanto numeri impressionanti, ma il segnale di un impoverimento economico e sociale che sta cambiando il volto delle nostre città. Continuare a sottovalutarlo significa condannare centri storici, quartieri e borghi a perdere vitalità, servizi e sicurezza”.
Nel 2023 si contavano 467.103 locali sfitti in Italia. Nelle piccole città e nei borghi la quota raggiunge il 50,1%. Tra i comparti maggiormente colpiti figurano le mercerie (37%) e il piccolo commercio alimentare (oltre il 25%). Nel 2026 il 63,4% dei negozi al dettaglio opera in immobili in affitto, percentuale che nelle otto maggiori città italiane sale al 69,8%.
“Condivido e rilancio - prosegue Zanzini - il richiamo del presidente nazionale Carlo Sangalli: il commercio di prossimità è un’infrastruttura sociale indispensabile. Una serranda abbassata non è soltanto un’impresa che scompare, ma un pezzo di comunità che si spegne. Non possiamo considerarlo un inevitabile effetto dei cambiamenti del mercato, soprattutto quando la competizione avviene in condizioni di evidente squilibrio. Penso ai grandi player dell’e-commerce, che possono beneficiare di regimi fiscali molto diversi da quelli delle attività tradizionali. Non siamo contrari all’innovazione né al commercio online, ma chiediamo equità fiscale e parità di condizioni competitive. Non si può pretendere che il negozio sotto casa, che paga tasse, affitti e contribuisce alla vita del territorio, competa ad armi impari con i giganti del web”.
Una situazione che trova riscontro anche nella provincia di Rimini. Secondo i dati dell’Osservatorio di Confcommercio Rimini, tra il 2012 e il 2025 sono scomparse 869 imprese italiane del commercio al dettaglio (-19%), mentre quelle straniere sono aumentate di 201 unità (+23%). Il saldo complessivo rimane comunque negativo per 668 imprese (-12%). “È una trasformazione profonda, che deve interrogarci sulla qualità e sull’identità della nostra offerta commerciale. Chi investe, rispetta le regole e crea valore è una risorsa, indipendentemente dalla nazionalità, ma non possiamo accettare un’offerta sempre più omologata. Chiediamo alle amministrazioni regolamenti commerciali efficaci, capaci di governare le trasformazioni, tutelare le attività di qualità e salvaguardare l’identità, nel rispetto della libertà d’impresa e della concorrenza. Non basta contare le nuove aperture: dobbiamo chiederci quale commercio vogliamo lasciare alle nostre città”.
Zanzini richiama quindi le istituzioni a una responsabilità precisa. “I contributi alle imprese sono importanti, ma da soli non bastano. Possiamo finanziare nuove aperture, ma se una città non è sicura, accessibile, curata e attrattiva, quelle attività rischiano di chiudere nuovamente. Servono illuminazione, decoro, controlli, parcheggi, mobilità efficiente e una pianificazione urbana. Non si può chiedere agli imprenditori di investire dove mancano le condizioni per lavorare. La rigenerazione non si misura solo dalla bellezza delle piazze, ma dalla vitalità delle attività”.
Particolare attenzione deve essere riservata anche all’entroterra. “Per i nostri territori interni, Valmarecchia e Valconca, chiediamo di valutare una ZES, Zona Economica Speciale, sulla scia della proposta avanzata dal presidente dell’ABI Patuelli per l’Appennino. Servono agevolazioni fiscali, semplificazioni e strumenti strutturali per sostenere chi fa impresa in aree svantaggiate, dove la chiusura di un negozio può significare la perdita di un servizio essenziale per un’intera comunità. Il Governo raccolga l’appello di Confcommercio e destini risorse adeguate ai Comuni per sostenere le economie di prossimità, mentre le amministrazioni locali facciano la loro parte con interventi concreti e condivisi. Il commercio non chiede privilegi – conclude Zanzini - ma condizioni eque per lavorare e continuare a svolgere il proprio ruolo economico e sociale”.










