Mafia albanese, malavita del sud: le infiltrazioni nei beni sequestrati
Le infiltrazioni mafiose nel ricco territorio della provincia di Rimini sono ormai un fatto accertato, che la crisi rischia poi di accentuare. Di qui una nuova attenzione da parte di amministratori, enti, imprese, sul fenomeno. In un incontro alla Facoltà di Scienze della Formazione, all’Università di Rimini, per esempio, si è parlato di come convertire beni e mezzi illegali in opportunità e prospettive sociali. Anche nel riminese si registrano sequestri e confische.
La confisca apre la via, secondo quanto stabilito dalla legge, dell’utilizzo sociale dei beni. Nel caso dei due immobili – sembra riconducibili alla mafia albanese – sono stati messi a disposizione della tenenza della Guardia di Finanza di Cattolica. Prima della confisca c’è la fase del sequestro. Secondo l’associazione riminese “Vedo sento parlo”, in attesa di diventare usufruibili ci sarebbero, ad esempio, tre supermercati a Miramare, riconducibili alla camorra. E poi alcuni immobili appartenenti a società di Masellis e Lentini, esponenti del cosiddetto clan dei calabresi di Riccione. Una lavanderia di soldi usata dalla malavita, in un tessuto socio-culturale in cui la mafia non è radicata: si può riassumere così la particolarissima situazione vissuta storicamente dalla provincia riminese. Che in un momento di crisi, deve alzare ulteriormente le difese.
“Avendo migliaia di imprese” – spiega il presidente della Provincia Stefano Vitali, “che fino ad oggi vivevano con una determinata rendita, è chiaro che in un momento di crisi possono da un momento all’altro passare di mano. Le infiltrazioni mafiose fanno conto su questo. Servono cultura della legalità e dell’impresa sana. Se si pensa al guadagno immediato, per esempio, appunto, nella cessione delle imprese alle offerte allettanti ma sospette, si mette in crisi il nostro territorio”.
Di qui il tavolo aperto sull’argomento tra amministratori locali e imprese. Di qui anche le iniziative come quella di oggi all’università, con gli enti interessatiall’utilizzo dei beni confiscati. Un ruolo importante, sul piano educativo e sociale, lo svolge, appunto, l’università. “C’è un abbassamento della soglia, dal punto di vista sociale, della tolleranza alla corruzione, per cui finisce per rientrare nella banalità”, spiega Andrea Canevaro, docente dell’Università di Bologna.
(NewsRimini.it)











