Le feste di massa sono necessarie o pericolose?
L’editoriale della domenica
di Carlo Alberto Pari
Ancora un massacro, questa volta in Svizzera, giovani morti in modo orrendo, tantissimi anche i feriti, alcuni molto gravi, ma dopo poco tempo, purtroppo, troppo spesso la memoria cancella la paura e tutto riprende nella consueta ritualità. Visto l’accaduto, volutamente evito di prendere in considerazioni le grandi “feste” nei locali, aggiungerei le solite banalità: il locale era a norma ? Chi ha controllato ? Come è scaturito l’evento, ecc, ecc. Il “dopo” è sempre così, è il ”prima” che dovrebbe cambiare.
In sostanza, oltre ai controlli ed alle normative, è necessario prendere coscienza dei rischi. Oggi parlerò delle feste all’aperto, grandi masse, riunite in pochi spazi. Sempre più spesso, alcune amministrazioni inseriscono le feste come priorità dei loro programmi, del resto, fomentano la partecipazione di massa e quindi, possono creare consenso, l’economia locale ne trae benefici, i costi, non di rado, sono in parte a carico del contribuente. Appare un mondo idilliaco, da implementare senza soluzione di continuità. E’ fastidioso porre un problema: la sicurezza, ma il ruolo del giornalista non dovrebbe essere deputato solo a
decantare le positività, a volte, persino con discutibile piaggeria. Se un evento di massa è organizzato in luoghi appositamente realizzati, con posti a sedere, uscite di sicurezza adeguate ed appositamente studiate, zone di decongestionamento, svariati locali per i normali bisogni fisiologici, stanze organizzate per gli interventi di pronto soccorso, allora, tutto appare circoscritto e controllato. A mio modesto avviso, diverso il rischio, quando si accalcano migliaia e migliaia di persone senza alcun controllo numerico, fino al “riempimento fisico”, in una piazza o in un altro qualsiasi spazio delimitato. Evitando la prossemica, che appare calpestata senza pietà, ridurre drasticamente gli spazi interpersonali, in tanti casi alza inevitabilmente i livelli di nervosismo dell’animale uomo, aumenta più o meno consciamente l’aggressività, ed in caso di necessità, l’irrazionalità della reazione dell’istinto di sopravvivenza. Pertanto, potrebbe essere sufficiente un evento banale per innescare reazioni difficilmente controllabili, come accaduto a Torino nel 2017, in piazza San Carlo, dove migliaia e migliaia di persone sono partite in una fuga
“disordinata”, dopo l’utilizzo improprio di uno spray antiaggressione. Devastante il risultato: alcuni morti e svariate centinaia di feriti. In situazioni del genere, ad innescare il panico può essere sufficiente un petardo, un colpo partito da una scacciacani, una persona alterata con un coltello e tantissimo altro. Inoltre, dove si accalcano migliaia di persone in luoghi aperti, ma con scarse vie di fuga, si moltiplicano i rischi di attentati. Infine, a livello personale, esiste persino il rischio di non essere raggiunti in tempo dai mezzi di soccorso in caso di grave malore (mettiamo i defibrillatori in ogni angolo, poi organizziamo eventi con migliaia di persone a contatto, senza controlli sul numero e senza spazi adeguati per gli interventi). Potrei dilungarmi a lungo, aggiungendo i disagi per gli incolpevoli residenti, a volte, persino con le strade bloccate, l’ansia creata ad anziani, bambini in tenera età, ammalati, ma le loro esigenze sono surclassate dalla “necessità” di fare festa, ed anche per loro, i rischi appaiono moltiplicati, con le migliaia di persone accalcate sotto casa. Ho solo sintetizzato a grandi linee quelli che a mio avviso sono i problemi, cercando di non tediare il lettore, ma solo per indurre delle riflessioni sul tema e porre due semplici domande conclusive. La prima per i partecipanti: in questi contesti, vale la pena di fare parte della massa? La seconda per gli organizzatori: i rischi ed i disagi, sono compensati dai consensi, oppure, sempre perfettamente calcolati?












