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mercoledì 25 maggio 2022
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A spasso con i libri

Massimo Giuseppe Eusebio domenica presenta il libro "Il problema dell'altro"

In foto: Massimo Giuseppe Eusebio
di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 6 minuti
mer 23 mar 2022 09:23
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“Il problema dell’altro. Psicologia dei media tra identità e alterità” (FrancoAngeli, 2022) è l’ultimo lavoro letterario di Massimo Giuseppe Eusebio, in uscita nelle librerie ad aprile e che l’autore presenterà, domenica 27 marzo alle 17 all’Hotel Villa Adriatica di Rimini (viale Vespucci, 3), nell’ultimo appuntamento con “A spasso con i libri”, la rassegna promossa da Lions Club Rimini Host e Associazione Itaca e condotta da Carla Amadori.

“Questo lavoro nasce dall’ampliamento di due miei contributi allo studio del rapporto che i giovani sperimentano con i social media e con i dispositivi mobili di comunicazione – spiega Massimo Giuseppe Eusebio -. Il primo risalente al 2018 e contenuto in un volume collettaneo dedicato al cyberbullismo e alle forme della violenza online, curato insieme a Carmen Belacchi, professore ordinario di psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Urbino. Il secondo, più recente, rivolto ai processi di costruzione identitaria negli ambienti digitali e incluso in una raccolta di studi accademici sugli effetti positivi e sui rischi dell’utilizzo della Rete da parte dei giovanissimi utenti, curata sempre da Belacchi. Si tratta di temi che hanno stimolato il mio interesse nei confronti dell’influenza esercitata dalla realtà mediale sui processi di rappresentazione del Sé e sulle relazioni interpersonali tra adulti, a cominciare dai modi di configurarsi dell’esperienza dell’«altro» negli spazi comunicativi della contemporaneità”.

Come le trasformazioni della realtà mediale influenzano la rappresentazione del Sé e le relazioni interpersonali?
“Oltre a inglobare buona parte dell’attività comunicativa e relazionale del soggetto, gli ambienti digitali hanno contribuito ad accrescere creativamente, al di là dei vincoli spaziali e temporali, i confini della nostra identità sociale. Fin dal loro apparire, una delle principali caratteristiche degli ambienti comunicativi della Rete è stata quella di consentire agli utenti di produrre rappresentazioni, immagini e narrazioni di sé, nonché di sperimentare nuovi modi di essere attraverso identità multiple. Si pensi, per esempio, al fenomeno gender-switching (modificare la propria identità di genere per mezzo di un nickname o di un avatar) diffuso nelle chat, nelle comunità online, nei giochi di ruolo interattivi, nei mondi virtuali multiutente degli anni Novanta. Tuttavia, l’enorme popolarità di piattaforme sociali come Facebook o Linkedin ha portato l’identità online a coincidere maggiormente con quella offline, sfumando i confini tra le due dimensioni. La narrazione di sé, circoscritta alla forma testuale e perlopiù intima dei blog e dei canali di chat anonime degli anni Novanta, diventa progressivamente rappresentazione della propria esperienza offline. Parte delle opportunità dei social network sono infatti legate alla costruzione della propria identità sociale (self empowerement) che include le attività di narrazione autobiografica e di autopresentazione (self-presentation), rivolte a redigere e curare il proprio profilo social e a gestire l’impatto della nostra immagine su gli altri utenti allo scopo di influenzarne la percezione.
Nelle ormai abituali forme di relazione mediata, attraverso le quali l’individuo si narra, lo sguardo dell’altro diventa un mezzo di conferma della propria identità ed esperienza. Questo significa che il Sé sociale, che si costruisce a partire dal riconoscimento degli altri, oggi si struttura in larga misura in base al livello di presenza online”.

Quanto è importante come ci si pone di fronte a questi mutamenti mediali?
“Le conversazioni che quotidianamente si producono in Rete, nei siti di social network, nelle chat e nei blog rappresentano una grande risorsa per lo sviluppo di una cultura civica condivisa che consente agli individui e alle comunità di riconoscersi e di definirsi. Ciò nonostante nei territori della Rete – in cui i contenuti provenienti dal basso non sono più sottoposti come un tempo a quel controllo delle informazioni gestito dai media tradizionali – assistiamo al dilagare di espressioni di intolleranza e di forme diverse di istigazione al conflitto, alla rissa. L’era della socialità connessa sembra infatti accompagnarsi al manifestarsi di cortocircuiti identitari, a fenomeni di polarizzazione ideologica (come quella tra sostenitori dei vaccini anti-Covid 19 e coloro che sono contrari alla somministrazione dei vaccini, i cosiddetti «no-vax»), fino al vero e proprio odio online (nei confronti di opinioni diverse e inconciliabili con il nostro punto di vista, vissute come una minaccia alla nostra identità e al nostro senso di appartenenza al gruppo). Ciò accade anche perché la rapidità della comunicazione digitale sembra ridurre gli spazi di confronto e riflessione, favorendo quei meccanismi dissociativi che consentono all’individuo di disconnettere, o separare, i comportamenti aggressivi dal sistema psicologico che guida le sue azioni. A tal punto che talvolta possiamo renderci complici inconsapevoli della circolazione di atteggiamenti ostili, o della condivisione distratta e superficiale di contenuti online. Tutto ciò chiama in causa il problema della responsabilità di ogni utente circa il modo di stare in Rete che dovrebbe essere guidato da una consapevolezza critica dell’utilizzo dei dispositivi digitali accompagnata dall’educazione al controllo e alla gestione delle emozioni. A una più ampia capacità di articolazione delle relazioni sociali corrisponde infatti una maggiore capacità empatica di comprendere e relazionarsi con le proprie e altrui emozioni”.

Quali sono le innovazioni mediatiche che stanno incidendo maggiormente sul mutamento delle relazioni?
“La cosiddetta «rivoluzione digitale» ha sedimentato nel tempo nuovi stili di vita e nuove logiche accompagnate da una differente idea di stabilire relazioni. Oltre ad aprire nuove vie di comunicazione che si collocano accanto a quelle tradizionali, media connettivi, app e digital devices, costituiscono una ulteriore estensione degli spazi relazionali degli individui e della loro soggettività. Oggi gli ambienti virtuali possono essere vissuti non solo come spazi intimi degli anni Novanta, ma come palcoscenici con un’alta potenzialità di visibilità. Si pensi alle strategie promozionali per liberi professionisti nel contesto di una precaria economia del lavoro, e più in generale alle pratiche di autorappresentazione online, che si esplicano in un’attività costante di editing del profilo virtuale allo scopo di fornirgli coerenza e autenticità, adattandolo a un’audience diversificata, composta da utenti appartenenti a contesti diversi.
In un’epoca che vive lo stretto legame fra dinamiche di comunicazione interpersonale e di massa le dimensioni del pubblico e del privato sembrano confondersi tra loro. Si fa strada un modo nuovo di narrarsi e di produrre senso attraverso contenuti testuali, audio-video, foto, selfie e immagini che accompagnano l’esibizione pubblica del privato sulle piattaforme digitali. E attraverso questo nuovo modo di raccontarsi sui social ci si può sentire indotti ad «apparire migliori» applicando ai selfie e ai ritratti fotografici programmi di fotoritocco. Mentre in passato i modelli aspirazionali di costruzione identitaria erano basati su competenze e attitudini specifiche, oggi tali modelli mirano sia alla fertile creatività di youtuber, content creator e streamer, sia soprattutto all’onnipresenza digitale sensibile ai like e ai follower, e omologata al verbo degli influencer spesso a uso del marketing aziendale, in un contesto nel quale l’esserci assume la dimensione di valore rispetto all’essere. Questa diffusa pulsione alla celebrità sembra riflettere un impellente bisogno dell’individuo di essere riconosciuto. E non sono pochi gli autori che, come Sherry Turkle (2011), hanno insistito sugli effetti dannosi prodotti dalla comunicazione digitale nello stimolare e acutizzare il processo di narcisizzazione degli spazi di socialità”.

Cosa intende con l’espressione “narcisismo digitale”?
“Se è vero che le relazioni online veicolano il naturale bisogno di riconoscimento di ogni individuo, è vero anche che trasformandosi in palcoscenici ideali per tendenze esibizionistiche le piattaforme sociali hanno il potere di amplificare questo bisogno sollecitando a loro volta il desiderio di apparire. È infatti risaputo che una parte consistente di utenti dei social più condivisi mira ad accumulare un cospicuo numero di «amicizie» virtuali, generalmente di molto superiore rispetto a quelle che possono realmente contare nella vita quotidiana. Tanti più amici vanta il profilo di un utente tanto più questi viene percepito come una persona socialmente attraente.
La duplice natura dei social network se da un lato ha ampliato il nostro universo relazionale dall’altro ha anche favorito il manifestarsi di comportamenti disinibiti e non di rado violenti attraverso la violazione della privacy, la manipolazione di informazioni, la diffusione di calunnie o l’invio di minacce celate dietro l’anonimato. In questo panorama pare prendere piede una forma di «narcisismo digitale» – vuoi come tratto della personalità, vuoi come disturbo vero e proprio – che, a fronte di difficoltà relazionali e di una mancata elaborazione del rapporto empatico con l’altro, trova nel ciberspazio una garanzia di esistenza e un palcoscenico dove esibire la propria immagine”.

Come si può risolvere la dicotomia tra mondo reale e mondo virtuale?
“Si tratta di una dicotomia tanto apparente quanto anacronistica. Viviamo infatti un’epoca in cui gran parte della socialità ha luogo in uno spazio di connessione immateriale, e nonostante la notevole espansione dei media digitali per alcuni osservatori sembri promuovere un crescente isolamento relazionale (emblematico è il fenomeno degli hikikomori), ci troviamo tutti immersi quotidianamente in un mondo regolato dalla interazione online e offline, un mondo in cui un’esistenza «disconnessa» è resa impensabile. Al di là degli atteggiamenti preconcetti o radicali che vedono contrapporsi tecnofobi e tecnofili, tutti viviamo ormai in quella che oggi autorevoli studiosi chiamano «infosfera» o «interrealtà» e che vede l’individuo collocato in uno spazio informazionale intessuto di virtualità e fisicità. Un unico spazio dinamico e plasmabile fatto di reti sociali ibride, dai confini sfumati, che includono allo stesso tempo legami virtuali e legami materiali sperimentati dagli utenti nella quotidianità. Uno spazio inteso innanzitutto nei termini di prodotto sociale, ancorché tecnologico. In questo nuovo habitat che costituisce l’orizzonte della nostra esperienza quotidiana, definito dal filosofo dell’informazione Luciano Floridi con il neologismo «onlife», il confine tra offline e online si rivela ormai talmente sfumato da non essere più sostenibile la netta distinzione tra reale e virtuale, la cui percezione è destinata a tramontare insieme a quella generazione che per ultima ha assistito alla loro fusione”.

Per la presentazione limite di 30 presenze con Green Pass rafforzato e mascherina FFP2. Ingresso gratuito su prenotazionesegretario@lionsrimini.it.Aperitivo conclusivo, su prenotazione, al costo di 10 euro.
La presentazione sarà trasmessa in diretta sulla pagina Facebook Lions Club Rimini Host.

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