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celebrazioni a Rimini

Nel Giorno del Ricordo, il bersagliere Lami e le altre vittime del confine orientale

In foto: Rimini 10/02/2021 - Prefettura Medaglie Giorno del Ricordo Foibe - Prefetto Forlenza Jamil Sadegholvaad. © Manuel Migliorini / Adriapress.
di Simona Mulazzani   
Tempo di lettura lettura: 4 minuti
mer 10 feb 2021 15:06 ~ ultimo agg. 11 feb 16:55
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E’ in memoria di tutte le vittime delle foibe, degli esuli giliano dalmati e in particolare del bersagliere Enea Curzio Lami che oggi Rimini ha voluto celebrare il Giorno del Ricordo. In mattinata un suggestivo momento alla Biblioteca di pietra, sul molo, dove è stato aggiunto ai nomi dei 30 autori già presenti sulle pietre delle scogliere una nuova targa, realizzata da Simone Cristicchi e intitolata “Magazzino 18. Storia d’italiani esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia”, un luogo della memoria sul porto vecchio di Trieste protagonista di un intenso spettacolo del cantautore romano.

 

 

Presenti alla commemorazione il Sindaco Andrea Gnassi, il Prefetto di Rimini Giuseppe Forlenza e i rappresentanti delle tre associazioni presenti a Rimini che rappresentano gli esuli –  “Unione degli Istriani”; “Ass.ne Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia”  e “Comitato 10 Febbraio”.
Rinnoviamo con grande consapevolezza e lucidità questo momento – dichiara il Sindaco Andrea Gnassiil ricordo delle vittime del confine orientale.La Biblioteca di Pietra è davvero una cosa unica. Questo mare che bagna terre lacerate dal sangue e dalle atrocità come quelle delle foibe, possono tentare di ricostruire una relazione per il futuro, anche attraverso la forza del sapere della conoscenza della cultura. La forza dei libri ci dà degli strumenti per tessere anche questo tipo di relazioni,  di pace e non di odio.”

Le celebrazioni poi si sono spostate nel palazzo della Prefettura dove si è voluto dare voce ad un dramma che per troppo tempo è stato rimosso o, nei casi peggiori, negato. “Per circa 60 anni -ha detto il prefetto nel suo discorso – questa pagina di storia patria è stata strappata dai libri e dai circuiti della storiografia ufficiale. Ora la storia fa riemergere la verità. A finire nelle cavità carsiche non furono solo soldati repubblichini, ma migliaia di comuni cittadini italiani. Li strapparono delle loro case, e li gettarono, ancora vivi, in quei crepacci naturali che sono le foibe. Un grattacielo capovolto nel buio della terra. E furono soprattutto le donne a non riuscire a sottrarsi a quella violenza. Abusate, seviziate prima di essere gettate vive nelle foibe. Per non parlare dei bambini. Il vero avversario da battere è l’indifferenza. A tutti noi il compito di non essere indifferenti. Mai!

Medaglie e diplomi commemorativi sono stati consegnati al fratello e ai nipoti del bersagliere Curzi, soglianese di nascita, che sacrificò la sua vita nella valle dell’Isonzo, per preservare l’italianità di quelle terre sul confine orientale. Fu fatto prigioniero dai partigiani jugoslavi nel 44 e di lui non si ebbero più notizie. “non ho avuto la possibilità di conoscere mio zio – racconta uno dei nipoti Lorenzoma la sua triste storia ha sempre fatto parte della nostra famiglia. Ha combattuto, senza riuscire a raggiungere l’obiettivo, perchè quelle terre restassero italiane. Ha sacrificato la sua vita, insieme a tanti altri. Siamo felici che finalmente oggi si sia fatta verità su quei tragici eventi“.

 

“Negli anni plumbei compresi fra il 1943 e il 1947 – scrive Laura Brussi Montani, dell’Opera Nazionale Caduti senza Croce,che dopo lunghi anni di ricerca documentale  è pervenuta a risultati probanti circa la sorte di molti caduti ed in particolare del bersagliere Lami – furono tanti i giovani Eroi che pagarono con l’estremo sacrificio la propria fedeltà al dovere, ed un encomiabile senso della Patria e dello Stato. Molti di loro erano Volontari, con particolare riguardo ai Bersaglieri che s’immolarono nell’Alta Valle dell’Isonzo, in una disperata difesa del confine orientale che avrebbe impedito alle forze partigiane di Tito la conquista dell’intera Venezia Giulia, rinviando alle statuizioni  del dopoguerra ogni decisione finale circa la sorte del territorio, peraltro iniquamente punitiva.

Enea Curzio Lami fu uno di questi Eroi, Caduto con l’aureola del Martire perché, catturato dai partigiani nel luglio 1944 assieme ad altri dodici Bersaglieri, fu vilmente trucidato in deroga alle leggi di guerra. Si trovava nell’aurora della vita, avendo compiuto da poco i diciannove anni, ma in quella stagione senza “pietas” non ebbe scampo: di fronte al profondo senso dell’onore di quanti si erano impegnati per i “valori non negoziabili” la cruda prassi avversaria era quella del “non prendere prigionieri”.

Questi Caduti scomparvero in un clima da tregenda senz’altro conforto se non la consapevolezza di avere compiuto il proprio dovere, ma continuano a vivere nel cuore degli Italiani migliori, e naturalmente, nel perenne ricordo dei familiari, assieme alla preghiera nel segno della fede. Enea Curzio fu freddamente e cinicamente ucciso, lontano dagli affetti e da ogni possibile conforto, Vittima sacrificale di un atto analogo a quelli che coinvolsero, in un tempo  quanto mai orribile, ventimila Italiani scomparsi nelle foibe, nelle fosse comuni, nelle acque dell’Adriatico e nell’ignobile mattanza priva di ogni apparente copertura giuridica, di motivazioni credibili, e degli stessi conforti religiosi: il futuro regime jugoslavo, oltre al collettivismo forzoso, avrebbe previsto anche l’ateismo di Stato.

E’ inutile aggiungere che nella stragrande maggioranza dei casi, ivi compreso quello del Bersagliere Lami, i Congiunti non hanno potuto testimoniare la propria “eredità d’affetti” presso un sepolcro su cui pregare e deporre un fiore. Anche per questo, la cerimonia svoltasi a Rimini in occasione del “Giorno del Ricordo” (10 febbraio) con la consegna della Medaglia in onore del Caduto e dell’Attestato a firma del Capo dello Stato, avvenuta ad opera del Prefetto, costituisce un atto dovuto che finalmente si compie, e nello stesso tempo, un motivo di riflessione non effimera, destinata a lasciare un segno nelle menti e nei cuori.

Trascorsi tre quarti di secolo, non dimenticare a ragion veduta è cosa buona e giusta, nello spirito della Legge 30 marzo 2004 n. 92, con i riconoscimenti promossi nel suo ambito; e nello stesso tempo, trarre spunto dal sacrificio dei Caduti per un rinnovato impegno civile nel ripudio di ogni violenza e nella perenne attualità del messaggio di Mons. Antonio Santin, l’eroico Vescovo di Trieste e Capodistria di quegli anni senza legge e senza conforto: “Le vie dell’iniquità non possono essere eterne”.

 

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