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Memorie di una resurrezione

Don Alessio: la mia traversata nelle ombre

In foto: Don Alessio Alasia
di Andrea Polazzi   
Tempo di lettura lettura: 4 minuti
gio 4 giu 2020 18:41 ~ ultimo agg. 5 giu 19:53
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Don Alessio Alasia, parroco di San Martino a Riccione, a causa del coronavirus è stato a lungo all’ospedale “Infermi” di Rimini. Per il sacerdote, ricoverato il 21 marzo e poi entrato in terapia intensiva e tenuto in coma farmacologico, sono state settimane di grande apprensione. La situazione per lunghi giorni era stata drammatica. Quotidianamente i sacerdoti riccionesi, che con lui condividono l’esperienza pastorale, dopo aver avuto dai medici dell’Infermi il bollettino aggiornavano con audio messaggi la comunità e i tanti affezionati al sacerdote. Il corpo non sembrava reagire alle terapie e lo stesso Vescovo lo aveva affidato alla preghiera di tutta la diocesi, chiedendo la particolare intercessione di don Oreste Benzi. Poi, finalmente, la svolta positiva. Don Alessio ha deciso di affidare ad uno scritto il racconto del suo risveglio e le sue emozioni. Si intitola “Memorie di una resurrezione“. “Ciò che ancora mi spiazza  e mi lascia senza parole – racconta – è il trasporto con il quale tantissime persone hanno sentito il bisogno di unirsi in preghiera come famiglia e di offrire quotidianamente un sacrificio per la mia salvezza. Quando ci penso mi commuovo fino alle lacrime”.

Memorie di una resurrezione – Don Alessio Alasia

La mia storia potrebbe essere quella di tanti altri. Sotto l’aspetto della malattia e delle complicazioni che ho attraversato, la mia vicenda è certamente particolare, ma non più di tante altre, ugualmente difficili e precarie. Non è su questo che intendo soffermarmi anche se sono andato molto vicino al limite estremo. 
Al mio risveglio dopo cinque settimane di coma farmacologico nonostante la debolezza, subito sono stato investito da una gioia incontenibile che dura tuttora. 
Ho faticato un po’ a rendermi conto di quello che era capitato. All’inizio a causa dei farmaci non avevo nemmeno la percezione chiara di dove fossi e di chi fossero le persone che mi curavano.
Pian piano i contorni hanno cominciato a delinearsi. Emozioni fortissime mi hanno attraversato in quei giorni. Ad esempio quando mi sono giunti i video di saluto e di incoraggiamento che hanno preparato per me i miei numerosi nipoti, quando ho ascoltato il lungo e appassionato audio dei miei fratelli e sorelle, quando mi hanno mostrato il video commovente messo insieme dai miei amici e tanti altri ancora che adesso non potrei enumerare.
Quando dopo qualche giorno ho acceso il cellulare per poco non è esploso. Migliaia di messaggi mi erano stati spediti non soltanto dal giorno del mio risveglio, ma durante tutto il periodo in un cui sono rimasto incosciente.
Da quelli ho capito con quanta angoscia e trepidazione era stata seguita la mia “traversata nelle ombre” da un numero incredibile di persone. È così che ho preso coscienza di quello che era accaduto.
E ogni nuovo giorno imparavo di nuove persone che inspiegabilmente si erano unite nella preghiera per sostenere la mia causa.
È qui che io ritengo sia avvenuto il miracolo. Non tanto e non solo per la guarigione ottenuta, ma soprattutto per la fede che in moltissimi si è risvegliata così forte.
Io non so quale meccanismo sia scattato. Razionalmente potrei dire che tanto hanno contribuito gli appelli del vescovo e dei sacerdoti che si sono levati senza posa…
Le case famiglia della papa Giovanni XXIII che in tutto il mondo invocavano l’intercessione di don Oreste.
Sicuramente a farmi conoscere è stato anche il video che avevo pubblicato per i miei alunni poco prima di scoprire di essermi ammalato. Anche quello attraverso una sorta di tam tam ha fatto il giro del mondo. Tanti giurano di conoscermi e di essersi affezionati a me senza avermi mai visto di persona.
Ma ciò che ancora mi spiazza e mi lascia senza parole è il trasporto con il quale tantissime persone hanno sentito il bisogno di unirsi in preghiera come famiglia e di offrire quotidianamente un sacrificio per la mia salvezza. Quando ci penso mi commuovo fino alle lacrime. Alcuni hanno smesso di fumare e non toccano più una sigaretta, altri hanno ritrovato la gioia di rinsaldare i legami familiari spinti dalla stessa premura.
Anche buoni cristiani che non perdevano mai una messa la domenica mi hanno confidato di aver fatto uno scatto in avanti nella vita spirituale proprio grazie al fatto di essersi dedicati con tanto impegno a chiedere la mia guarigione.
Alcuni hanno trascorso intere notti in preghiera davanti al santissimo sacramento o di fronte all’immagine della Vergine o di Padre Pio. Ma non vorrei far torto a nessuno dei Santi perché penso che a turno siano stati scomodati tutti quanti.
Per non parlare dei monasteri che sono stati mobilitati, dei quali ho perso il conto.
Alcuni negozi o esercizi commerciali hanno appeso alle vetrate messaggi di incoraggiamento rivolti a me. Alcuni hanno devoluto l’intero incasso della giornata per sostenere l’ospedale di Rimini dove ero ricoverato.
Insomma un coro unanime che ha congiunto tante voci con sfumature molto diverse.
Come mi ha fatto notare don Stefano è avvenuto come è scritto nel libro degli Atti degli Apostoli quando si dice che “una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui” (At12. 5)
Anche se io di fatto ho saltato a piedi pari la Pasqua alcuni affermano di non aver mai vissuto  così intensamente il triduo Pasquale. E forse inconsapevolmente anche io ho vissuto quella che oggi si può ben definire la Pasqua della mia vita. Un passaggio dal quale non si torna indietro e che segnerà per sempre la mia esistenza.
A don Stefano, che condivide con me la cura pastorale della parrocchia di San Martino, va la mia infinita riconoscenza per essersi sobbarcato in modo impareggiabile la gestione di tutta la vicenda, specialmente nel far giungere insieme a don Massimiliano in maniera misurata e saggia gli aggiornamenti sul mio stato di salute e per aver preso per mano la mia famiglia guidandola ad attraversare con fede questo momento di buio.
Il mio pensiero oggi è rivolto a tutti quelli che non ce l’hanno fatta e alle loro famiglie che piangono la loro perdita. Soprattutto penso al modo in cui è avvenuto il distacco, senza neppure il conforto della vicinanza e del contatto fisico. Sono drammi di cui non riesco a capacitarmi, ferite che richiederanno molto tempo per rimarginarsi.
Penso anche a tutti quelli che stanno ancora lottando. Per loro e per le loro famiglie prego spesso, perché abbiano la forza di affidarsi al Signore e di affrontare con fede la malattia.
La mia gratitudine e il mio ricordo costante corrono verso i medici e gli infermieri che mi hanno curato in quei giorni. Devo dire che la loro umanità e la loro competenza professionale impeccabile hanno fatto la differenza. Non finirò mai di ringraziare per l’amorevole dedizione con cui sono stato trattato.
Alla mia famiglia e alla mia comunità va tutta la mia riconoscenza per essersi prodigati in tutte le maniere per la mia ripresa.
Benedico il Signore, come dicevo in uno dei primi messaggi vocali, perché riconosco che questa prova si è trasformata in una grazia per tanti.

Il saluto di Don Alessio