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domenica 12 luglio 2020
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Incoerenza

di Andrea Turchini   
Tempo di lettura lettura: 4 minuti
mer 27 mag 2020 09:35 ~ ultimo agg. 09:37
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Gli educatori sanno che i divieti vanno motivati e devono essere molto circoscritti.
Non si può educare a suon di divieti! Eppure…

L’emergenza sanitaria ci ha proiettato in un mondo di grandi limitazioni corredate da pesanti sanzioni. Ho letto su un giornale che a Pavia, un ragazzo e una ragazza “fidanzati” sono stati multati (400 euro a testa), quando eravamo ancora in “fase 1“, perché si sono abbracciati per la strada dopo molti giorni che non si vedevano.
Serve questa multa? Passa un messaggio educativo? Sono perplesso…

Rimango molto perplesso anche di fronte allo “stracciamento di vesti” generale riportato in questi giorni dai giornali e dei vari media a proposito degli eccessi della cosiddetta “movida” del weekend; e sono ancora più perplesso di fronte ai provvedimenti assunti dagli amministratori locali, che vanno quasi tutti nel senso di ulteriori limitazioni nella chiusura dei locali, nella chiusura dei luoghi di ritrovo dei giovani, nella restrizione degli orari … solo limiti e sanzioni. Non abbiamo altro da dire? Non sappiamo dire altro?

Se l’intento di tali interventi è educativo e non solo emergenziale, a me sembra che ci siano una serie di incoerenze, di messaggi falsati, che è importante riconoscere, perché, anche se animati da buone intenzioni, il risultato potrebbe essere deleterio.

Trovo molto incoerente, per esempio, vedere tutti questi giovani per la strada e nei locali di ritrovo e di consumo e pensare che le scuole e le università siano chiuse per prevenire il contagio. Mi chiedo non sono gli stessi? Perché si dovrebbero contagiare stando insieme a scuola e non in un locale? Perché non ci impegniamo a farli incontrare in luoghi significativi (biblioteche, scuole, università, circoli giovanili) … con le stesse misure di prevenzione che riteniamo sufficienti in un bar, un pub o in un ristorante? Leggendo l’ultimo DPCM, mi chiedo: perché non sarà possibile fare attività con questi giovani in “gruppi informali” (come per esempio quelli associativi: scout, oratorio, associazioni culturali e sportive) fino al 15 giugno, mentre per loro rimane solamente la possibilità di frequentare i locali? Ma poi diciamo che i locali vanno frequentati con moderazione e distanziamento … Non è un’incoerenza? Non è un messaggio ambiguo?

Alcuni (molti?) dei giovani che oggi sono nella cosiddetta “movida“, sono gli stessi che in “fase 1” si sono mossi per animare esperienze importanti di servizio verso i più fragili, esperienze che, attualmente, sono ritornate in capo alla Protezione Civile. Mi chiedo: perché non si potrebbe pensare di proporre qualcosa di attivo a questi giovani? Perché non valorizzare la loro inventiva e generosità? Perché non segnalare che, non solo non è terminata l’emergenza sanitaria che ci richiede prudenza, ma soprattutto non è terminata l’emergenza sociale che ci richiede di essere solidali e creativi. Chi passa questo messaggio? Cosa chiediamo ai nostri giovani oltre che stare a distanza nei locali? Quali possibilità “altre” stiamo loro concedendo?

Per un breve periodo, che ha coinciso con la “fase 1” della epidemia, quando tutto era chiuso e bloccato, abbiamo smesso di considerare i nostri giovani solamente come dei consumatori e, alcuni di loro, autonomamente, hanno preso l’iniziativa e sono divenuti i protagonisti di azioni solidali molto belle e creative. Si sono organizzati da soli, hanno costruito delle reti, hanno studiato le regole d’ingaggio e di prevenzione richieste dall’emergenza e si sono adeguati per raggiungere il loro scopo.
In questa “fase 2” diamo a loro la possibilità di uscire, ma rischiamo di relegarli nuovamente al ruolo di consumatori – altrimenti l’economia non riparte -, ma poi ci raccomandiamo che non esagerino, altrimenti si blocca tutto … qual è il messaggio che stiamo mandando?
L’esagerare è tipico dell’età adolescenziale e giovanile: non esistono i giovani moderati! La sfida dei limiti è caratteristica dei giovani sia in senso positivo – come hanno dimostrato con la loro intraprendenza solidale – sia in senso negativo, con i fenomeni trasgressivi che ben conosciamo.

A me sembra che, invece che proibizioni e sanzioni, dovremmo essere più capaci di favorire il loro protagonismo, affidare anche a loro l’organizzazione di questa fase per quanto riguarda la ripartenza di alcune strutture. Perché non chiedere loro cosa vorrebbero fare e provare a verificare se le loro proposte sono compatibili con le esigenze della crisi sanitaria ancora in corso? In “fase 1” ci hanno dimostrato di sapersi adeguare alle regole del gioco, quando entravano in campo da protagonisti; perché non potrebbero giocare da protagonisti anche ora?
Un paese che deve ripartire, deve dare fiducia ai suoi giovani, chiedendo loro di essere responsabili, non solo nell’osservare delle regole che pongono dei limiti, ma responsabili in senso attivo di una realtà che deve rinascere, una realtà nella quale loro per primi sono chiamati a fare la loro parte, a portare la loro opinione, a proporre delle soluzioni.

Un esempio positivo, proprio in questi giorni, lo abbiamo nel mondo delle università.
A fronte di regolamenti ambigui e penalizzanti forniti dal Ministero a proposito degli esami estivi da sostenere on-line, alcuni studenti hanno preso l’iniziativa e hanno elaborato delle proposte sul merito, che ai rettori delle università sono sembrate sensate e utili, oltre che meno penalizzanti. Queste proposte sono state adottate perché si è riconosciuto che anche gli studenti sono capaci di elaborare soluzioni concrete e di riconoscere il valore delle regole. In questo caso gli studenti per primi hanno dichiarato il loro interesse nel difendere il valore dei loro titoli e non essere considerati i “laureati del tempo del Coronavirus” in un contesto di assoluta anarchia.

Perché non facciamo come quei rettori? Perché i nostri sindaci non chiamano i giovani e si confrontano con loro su quello che desiderano vivere in questa “fase 2“? Perché non raccogliamo delle proposte invece di limitarci a porre limitazioni sull’unica possibilità che concediamo loro?
Mi piace credere che, come è già accaduto molte volte anche in queste ultime settimane, essi potrebbero mostrarci il loro volto migliore e renderci partecipi dei loro desideri, dei loro sogni, della loro voglia di costruire un mondo in cui le cose vanno bene, dove certamente servono regole chiare e condivise che promuovano il bene e il benessere di ognuno.

Capisco chi mi giudicherà un ingenuo, ma continuo a credere che nelle nostre città servano più educatori che controllori e sanzionatori, che occorra fare proposte positive per aprire “spazi” di vita. Penso che in questa ripartenza potremmo provare a “rischiare”: non credo rimarremo delusi.

dal blog Tecnodon

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