domenica 13 ottobre 2019
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Tre testi per riflettere

Poveri

di Andrea Turchini   
Tempo di lettura lettura: 4 minuti
dom 29 set 2019 09:20 ~ ultimo agg. 09:26
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I poveri li avrete sempre con voi! (Cfr. Mc 14,7)
E’ un’eredità che Gesù ci ha lasciato, come una responsabilità da custodire.

Parliamo molto dei poveri; anche troppo!
Ci riempiamo la bocca di parole importanti (solidarietà, eguaglianza, …), elaboriamo progetti complessi e coraggiosi, ma spesso, anche nella comunità cristiana, parliamo dei poveri in modo romantico e astratto. Difficilmente entriamo in contatto con loro, anche se sono i nostri vicini di casa, anche se li incontriamo per la strada, sull’autobus o nei luoghi che attraversiamo velocemente nel nostro andare frenetico. Parliamo dei poveri, ma li evitiamo; avvertiamo come fastidioso il loro domandare; preferiamo non incontrarli sul nostro cammino: non ne abbiamo voglia, abbiamo altre priorità.
I poveri: categoria elastica e inclusiva. Poveri di denaro? Poveri di cultura? Poveri di relazioni? Poveri di salute? Poveri…

Ci sono stati tre testi che, negli ultimi mesi, mi hanno sollecitato ad una riflessione riguardo ai poveri:
– il primo testo è “Silence” un romanzo scritto da Shusako Endo nel 1965, ma tornato alla ribalta per l’omonimo film di M. Scorsese. Il testo pone moltissimi interrogativi sulla fede e sulla testimonianza, ma c’è un passaggio in cui il missionario portoghese protagonista della storia, mentre si trova in carcere insieme ad altri cristiani giapponesi arrestati dalle autorità e minacciati di morte per la loro fede, si pone una domanda e da voce ad un suo turbamento: perché solo i poveri hanno accolto la parola del Vangelo? Perché solo i più miserabili tra il popolo sembrano aver accolto la parola di Gesù e le rimangono fedeli? Perché gli uomini di cultura o quelli che  vivono “normalmente” non sembrano interessati al Vangelo? Questa domanda lo turba  moltissimo perché, effettivamente, tra i suoi compagni di prigionia e tra i cristiani che ha incontrato dal suo arrivo clandestino in Giappone ci sono solamente le persone più povere e disprezzate tra il popolo, persone che anche lui fa fatica ad amare e ad apprezzare, nonostante la loro grande perseveranza nella fede fino alla morte.

– il secondo testo è uno scritto di san Vincenzo De Paoli, di cui ieri abbiamo celebrato la memoria, che dice letteralmente: “Tutti quelli che ameranno i poveri in vita non avranno alcun timore della morte. Serviamo dunque con rinnovato amore i poveri e cerchiamo i più abbandonati. Essi sono i nostri signori e padroni“. Si tratta di una grossa provocazione. Non solo, secondo san Vincenzo, sono chiamato ad aiutare i poveri (io che posso disporre di beni sufficienti per me e sovrabbondanti da condividere), ma li devo considerare i miei signori e padroni, devo considerarmi al loro servizio, devo addirittura andarli a cercare.

– il terzo testo l’ho letto in un’omelia che il Vescovo Francesco ha proposto la scorsa domenica a Villa Verucchio, coinvolgendo in quel testo tutte le parrocchie che celebravano qualche festa, quindi anche noi. L’omelia si intitola “La parrocchia che sogno” e, verso la conclusione, il Vescovo afferma: “Sogno una parrocchia che non sia un club di cristiani arrivati né un’accademia di sedicenti perfetti, ma faccia da scialuppa di salvataggio per ‘scartati’, depressi e disperati…“!!!

Questi tre testi, letti insieme o in successione, mi hanno messo molto in discussione.
Dentro di me sento che accolgo i poveri, ma non li reputo i miei signori e i miei padroni; li tollero come una presenza inevitabile, come “un problema” da gestire nel modo più umano e gentile possibile.
Dentro di me sento che la parrocchia dovrebbe essere sì la comunità che raduna tutti, ma soprattutto la comunità dove trovo persone interessanti, persone riuscite, persone vincenti; persone che mi possano convincere che accogliere il Vangelo vale la pena: dei testimonials e non solo dei testimoni.
La presenza degli scartati, dei depressi e dei disperati la considero anche in questo caso come un elemento inevitabile, una presenza da sostenere con attenzione e con affetto, ma non come una necessità, non come una componente essenziale e fondamentale della comunità.
Pensare che il mio impegno nell’annuncio, le mie energie di pastore, la mia cura debba essere accolta solo o prevalentemente da persone miserabili, dagli scartati della società e della storia, non mi lascia sereno… pensare che la comunità sia composta soprattutto da persone scartate, depresse e disperate, che trovano una risposta salvifica nel Vangelo di Gesù, non mi rende entusiasta… Lo confesso e me ne vergogno.

Eppure nelle parole del Vescovo e di san Vincenzo De Paoli, così come nella riflessione turbata di quel missionario del romanzo, riconosco una verità evangelica che ancora non mi ha penetrato; mi trovo ancora tristemente dalla parte dei farisei e dei dottori della legge che guardavano con disprezzo le folle che seguivano Gesù, riconoscendo tra loro gli am-haretz, gli uomini della terra, i senza cultura e senza legge del popolo di Israele, gli esclusi dalle scuole rabbiniche…”Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!” (Gv 7,49) diranno in un momento di scontro molto duro. Io mi sento un po’ parte della loro combriccola.

C’è modo e modo di pensare ai poveri.
Io mi accorgo che ancora non li vedo come li vede Gesù; non mi penso verso di loro come si pensava san Vincenzo De Paoli; non penso alla parrocchia come la sogna il Vescovo. Molta strada devo ancora fare, ma in me, nonostante la fatica nella conversione e lo scandalo che mi provoca questa distanza dal Vangelo, c’è il desiderio di mettermi in cammino. La direzione è segnata e la partenza sarà il primo passo nella mia conversione, in un processo che può effettivamente iniziare accogliendo quelle parole che mi hanno provocato come vere; passando dallo scandalo che hanno suscitato in me, all’assunzione di una nuova prospettiva, che non parta dal mio modo di pensare e di giudicare, ma dal modo di pensare di Gesù e dei santi.

dal blog Tecnodon

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