lunedì 18 novembre 2019
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Una questione delicata

Legge o coscienza?

In foto: la Sea Watch
di Andrea Turchini   
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sab 29 giu 2019 08:23 ~ ultimo agg. 08:25
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Vivere da credenti in uno Stato laico, richiede capacità di discernimento tra ciò che è legale – cioè ammesso dalla legge – e ciò che è morale, cioè corrispondente al bene: non sempre le cose coincidono; non sempre la legge indica la via del bene, ne’ impedisce di compiere il male (morale).
Un credente, nel suo discernimento morale, è tenuto a cercare il maggior bene possibile in un determinata situazione, percorso che a volte lo porta ad essere più scrupoloso di quanto la legge richieda, e altre volte lo porta ad obiettare alla legge, ritenendola ingiusta rispetto al giudizio di coscienza, giudizio che non può mai essere superficiale, ma che richiede un confronto approfondito e serio (non è semplicemente un soggettivo “secondo me”).
E’ quello che insegna Gesù quando nel Vangelo di Matteo dice: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20).
Per esempio: l’aborto è legale, ma è gravemente immorale. L’ospitalità data ad una persona clandestina che si trova in stato di bisogno è illegale, ma è morale. Accumulare denaro e beni rimanendo indifferenti ai bisogni degli altri è legale, ma è immorale. Evadere le tasse è illegale e anche immorale. Sfruttare dei dipendenti con dei contratti di lavoro ingiusti può essere legale, ma è immorale…. gli esempi potrebbero continuare a lungo.

Cito un tweet di ieri di Bartolomeo Sorge, anziano padre gesuita, per molti anni direttore di “Civiltà Cattolica” e “Aggiornamenti Sociali”, grande intellettuale ed esperto della dottrina sociale della Chiesa:

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Parliamo – ovviamente – dell’argomento “Sea-Watch 3“, che da qualche giorno riempie le pagine dei giornali e che è divenuto un tormentone estivo. Ovviamente le tifoserie si sono schierate molto duramente su posizioni opposte.
Oltre le battute superficiali e gli slogans, occorre dire che la questione ha una sua delicatezza, su cui padre Sorge prende una posizione netta, che però, mi permetto di dire, andrebbe meglio argomentata di quanto un tweet consenta di fare. La delicatezza riguarda il rapporto con una legge (un decreto ministeriale in realtà, ne’ discusso ne’ approvato dal Parlamento) che molti ritengono ingiusta, ma che, in quanto legge, dovrebbe essere rispettata.
Dobbiamo ammettere che in Italia abbiamo tutti un atteggiamento piuttosto disinvolto rispetto alla legge; molte volte ci poniamo nella pretesa individuale di avvalerci di eccezioni alla legge: dal rispetto dei limiti di velocità in auto, alle normative fiscali, … culturalmente, non ci sentiamo particolarmente condizionati dal rispetto delle leggi. Ovviamente questo atteggiamento non è giusto, ne’ morale.

Se una legge fosse ingiusta, o addirittura immorale come dice padre Sorge, si dovrebbe affrontare la questione in ambito parlamentare, per una sua correzione o abrogazione, percorrendo tutti gli spazi consentiti dalla democrazia: quello è l’ambito corretto per discutere delle leggi in quanto tali!
Il giudizio di coscienza interviene per quanto riguarda l’applicazione della legge in una situazione molto specifica; sappiamo, infatti che in alcuni casi ci si può appellare all’obiezione di coscienza, perché l’osservanza della legge, paradossalmente, potrebbe creare una situazione di ingiustizia che contrasterebbe con la ricerca del bene. Come fare discernimento?

Occorre ricordare, prima di tutto, che il discernimento morale riguarda sempre e solo situazioni concrete e non discussioni teoriche. La situazione concreta, in questo caso, riguarda quarantadue persone di diverse nazionalità, che si trovano su una nave olandese, che li ha tratti in salvo da una situazione di pericolo e chiedono di essere sbarcati in Italia.

A partire da come ognuno si pone di fronte a questa situazione, al giudizio che dà di fronte a questo fatto, allora si avrà un atteggiamento diverso.
Se, per esempio, in ciò che accade vedo prima di tutto un’aggressione alla sovranità del nostro Paese, allora il mio modo di stare di fronte a questa situazione valorizzerà soprattutto degli atteggiamenti difensivi che richiameranno soprattutto la legge come strumento di difesa lecita; se, invece, vedo soprattutto la condizione di bisogno di persone in difficoltà, la mia reazione valorizzerà dei processi di aiuto e soccorso anche oltre quanto consentito dalla legge.
Come mi pongo davanti alla realtà non è indifferente; non tutte le modalità sono evangelicamente coerenti. Un giudizio di coscienza, però, non si usa per sostenere posizioni ideologiche (che ci sono su ambedue i fronti della discussione) che permangono su questioni teoriche, ma è proprio di chi cerca di stare di fronte alle persone, riconoscendo che quella situazione particolare richiede ciò che la legge non prevede.
La legge, quando c’è, è sempre il primo punto di riferimento per un confronto, ma il discernimento morale rimane importante, perché ci aiuta a scegliere il maggior bene possibile in una determinata situazione. Il semplice appello alla legge, in alcune circostanze, potrebbe addirittura diventare un alibi che ci esime dal rispetto della giustizia.

La domanda che ci si pone, allora, è: come affrontiamo questo problema che riguarda delle persone? La legge in vigore ci aiuta a trovare una soluzione percorribile e umanamente rispettosa? Come? Se la legge non ci aiuta, cosa ci dice la coscienza? Quale via ci indica?

Occorre anche ricordare che il giudizio di coscienza coinvolge chi è direttamente chiamato in causa in una determinata situazione, chi si assume concretamente l’onere di una scelta. Le altre persone possono intervenire, consigliare e sostenere una determinata azione, ma l’unico responsabile rimane chi ha il potere della scelta. La scelta secondo coscienza, infatti, non esime dall’affrontare le conseguenze previste dalla inosservanza della legge e il giudizio previsto da chi, nello Stato, è chiamato a richiedere che la legge venga osservata.

E noi cosa possiamo fare?
– Possiamo interrogarci su ciò che è giusto, non solo “secondo me”, ma secondo ciò che corrisponde maggiormente al bene ottenibile; e confrontarci sapendo che, su alcune questioni, anche fra credenti, ci potrebbero essere posizioni diverse, non tutte di ugual valore rispetto al Vangelo, ma tutte degne di essere ascoltate. Dal confronto possiamo riconoscere come aiutarci a purificarci dalle ideologie, a ricercare il bene, sapendo che esso, nella realtà, non si presenta mai in modo puro e assoluto, ma sempre condizionato da una serie di circostanze che ci richiedono delle mediazioni. Si tratta del maggior bene possibile, mai del bene assoluto.
– Possiamo sostenere nel giudizio chi ha l’onere di legiferare nelle sedi preposte, con vari contributi di riflessione che aiutino a riconoscere la via della giustizia.
– Possiamo solidarizzare in vari modi con chi è vittima dell’ingiustizia; personalmente sento che non posso non riconoscere in quelle 42 persone e in tante altre di diverse nazionalità, delle vittime di numerose ingiustizie: da quelle che li hanno costretti a partire, a quelle che hanno subito lungo il viaggio.
– Possiamo farci promotori di appelli concreti e di proposte che aiutino a risolvere la situazione, come ha fatto la chiesa di Torino, rendendosi disponibile ad accogliere gratuitamente quelle 42 persone presenti sulla nave.

La questione in definitiva non è semplice come qualcuno vorrebbe far intendere. La questione non si risolve tra legalità e illegalità.
L’accusa di illegalità, pur essendo oggettivamente corretta, soggettivamente può essere insufficiente per comprendere cosa muova una persona ad agire. Il riferimento alle leggi, pur essendo doveroso, non è il riferimento ultimo per chi cerca la giustizia. Occorre un po’ più di pazienza per capire come stanno le cose.
Noi che non siamo ne’ giudici di tribunale, ne’ pubblici ufficiali, ma semplici cittadini, possiamo concederci quel di più di apertura di mente e di cuore per comprendere cosa muova una persona a mettersi in situazione di oggettiva illegalità senza giudicarla immediatamente un/una criminale ed invocare per lei le peggiori pene.

Per quei pochissimi che sono riusciti ad arrivare fino in fondo a questo lungo articolo, ho voluto proporre un contributo alla riflessione (senz’altro lacunoso nonostante la lunghezza) per uscire dalla logica delle tifoserie che inaspriscono il dibattito e non aiutano a stare di fronte alle persone, tutte le persone.

dal blog Tecnodon

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