domenica 21 aprile 2019
di Lucia Renati   
lettura: 5 minuti
mer 17 apr 2019 14:50 ~ ultimo agg. 18:48
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Nella conferenza stampa che si è tenuta oggi in Municipio a Rimini, l’amministratore di AMIR e il direttore Acqua del gruppo HERA, hanno voluto fare il punto sugli investimenti messi in campo in provincia di Rimini per garantire ai cittadini il servizio idrico e soprattutto esporre le proprie perplessità di fronte alla proposta di legge del Movimento 5 stelle, che vorrebbe rendere totalmente pubblico il servizio con una manovra che costerebbe, alla sola provincia di Rimini, 150 milioni di euro.

A Rimini una famiglia di tre persone spende 315 euro di bolletta dell’acqua l’anno. A detta di Hera, gestore del servizio, è una delle tariffe più base in regione (a Forlì-Cesena la stessa famiglia ne spende 350). Questo è possibile grazie all’attuale assetto della governance del servizio idrico integrato che ha messo in campo, nel piano 2015-2022, 17 milioni di euro d’investimenti sul territorio. In provincia di Rimini, nello specifico, oltre ad Hera gestore del servizio, ci sono Amir, la società patrimoniale proprietaria delle infrastrutture, ovvero degli oltre 2.000 km di condotte idriche e fognarie in provincia di Rimini (con il comune di Rimini che detiene il 75% delle azioni) e Atersir, l’agenzia di regolazione dei servizi pubblici locali ambientali della regione che fa da cabina di regia.

La conferenza stampa per fare il punto sugli investimenti, è stata il pretesto per contestare duramente la proposta di legge Daga (il nome della deputata pentastellata Federica Daga che l’ha proposta) che sarà discussa in Parlamento il 29 aprile prossimo, salvo ulteriori rinvii. L’acqua pubblica è infatti un vecchi cavallo di battaglia del movimento 5 stelle. La convinzione è che il privato non ha portato i risultati sperati ma, al contrario, aumento delle bollette a fronte di scarsi investimenti. “Ce lo chiedono i cittadini che hanno votato per l’acqua pubblica al referendum del 2011 e ce lo impongono le criticità dell’attuale modello” dicono i 5 stelle. Se dovesse passare così com’è, sarebbe una mezza rivoluzione nel mondo dei servizi pubblici. Il testo, riforma l’attuale ciclo integrato delle acque, che include la captazione, la distribuzione e la potabilizzazione delle risorse.

Rispetto all’attuale stato dell’arte, in sostanza, la proposta dei Cinque Stelle prevede un totale ritorno al pubblico. Gli attori riminesi, come del resto la quasi totalità degli amministratori dei comuni del Nord Italia, vedono in questa proposta una minaccia all’efficienza del sistema laddove il servizio idrico funziona meglio. AMIR, infatti, ribadisce la necessità di una dimensione fortemente industriale con una gestione che possa garantire alto livello di investimenti, qualità del servizio e tariffe sostenibili. La manovra di ripubblicizzazione del servizio costerebbe 150 milioni di euro alla sola provincia di Rimini inoltre – continua l’amministratore unico di AMIR spa Alessandro Rapone –  non tiene conto delle possibili conseguenze occupazionali della riforma del settore idrico e non chiarisce fino in fondo come dovrebbe avvenire il passaggio di consegne da Arera (l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente cui ad oggi è affidata la regolazione tariffaria), al Ministero dell’Ambiente.

Quasi 17 milioni di investimenti sul territorio

L’esperienza pilota sul territorio riminese è stata quella per la realizzazione della cosiddetta dorsale nord (in esercizio dal 2015), intervento che Amir Spa ha finanziato con circa 7 milioni attraverso un accordo di programma (sottoscritto con Ato Rimini, Provincia di Rimini, Comune di Rimini, Comune di Bellaria e Romagna Acque) per il potenziamento del depuratore di Santa Giustina. Un’operazione decisiva che ha permesso di smantellare l’impianto di depurazione presente a Bellaria e di intraprendere una complessiva rifunzionalizzazione della gestione dei reflui in tutta l’area nord di Rimini. Su questa stessa zona insiste oggi un altro importante accordo attuativo, in via di definizione sempre nell’ambito dell’intesa sottoscritta con Atersir e gestore, con un onere a carico di Amir di circa 6 milioni di euro: il completamento della separazione delle reti fognarie nei bacini Brancona e Viserbella.
Complessivamente quindi l’azienda, tramite questo piano di lavoro, ha assunto impegni per un totale di quasi 17 milioni di euro, di cui la metà per opere già concluse o in cantiere (in allegato il dettaglio degli interventi 2015-2022).
Risorse che la società, da oltre 50 anni impegnata nel settore, ricava dal prezioso patrimonio di infrastrutture affidatole per reinvestirle a favore dei cittadini e dell’ambiente. Con un vantaggio di non poco conto per l’utenza. Per questi investimenti infatti l’azienda riceve un corrispettivo secondo il vigente metodo tariffario, calcolato però al netto di componenti di ricavo a cui Amir rinuncia a beneficio dei consumatori. Un valore sociale che va a sommarsi ad un altro fattore: le opere così finanziate dalle società degli assets fanno capo ad un soggetto interamente pubblico fin dalla loro realizzazione.

All’orizzonte incertezze e nuovi costi

C’è voluto tempo perché un settore così complesso, che necessita di regole certe, know-how qualificato, pianificazione di lungo periodo, dimensioni coerenti con le economie di scala e importanti capitali, arrivasse a questi risultati. Ma per quanto il territorio abbia dato prova di saper fare sistema, il fabbisogno di manutenzione, potenziamento e rinnovamento delle infrastrutture resta ancora molto importante. Proprio quello di un possibile blocco degli investimenti è uno dei temi che più impensierisce, alla luce della proposta di legge per la ripubblicizzazione del settore intrapresa dal Governo. In sintesi l’obiettivo del provvedimento è quello di riportare il servizio idrico integrato – dalle falde passando per i rubinetti fino alla depurazione – sotto il controllo interamente pubblico. La manovra, che prevede la revoca delle concessioni in essere per far ritorno ad una gestione diretta del servizio da parte degli enti locali, rischia però di rivelarsi tutt’altro che indolore. E a farne le spese potrebbero essere proprio i cittadini.

150 milioni per il bacino Rimini

Le aziende impegnate nel settore stimano ripercussioni pesantissime per i conti pubblici nazionali, qualcosa come 15 miliardi di euro tra indennizzi e rimborsi dei debiti, più 5 miliardi per gli investimenti e altri 2 da destinare al bonus sociale. Soldi da inserire nella legge di bilancio, con inevitabili ricadute sulla fiscalità generale.
Secondo un recente studio elaborato da Laboratorio Ref Ricerche per conto di Confservizi Emilia-Romagna ripubblicizzare per la nostra regione avrebbe un costo una tantum di 2,4 miliardi di euro tra buonuscite per i gestori privati e maggior debito finanziario in capo ai bilanci dei Comuni. Più un costo annuo ricorrente di 800 milioni di euro per il finanziamento degli investimenti e l’erogazione di 50 litri di acqua gratis a tutti. Per la sola provincia di Rimini il contraccolpo si aggirerebbe attorno ai 150 milioni di euro.
Numeri che non considerano tutta una serie di altre ricadute, come il vuoto decisionale, ritardi nell’approvazione dei bilanci, costi di transizione di difficile quantificazione, possibili ricorsi.

“L’acqua è già pubblica”

“L’acqua intesa come fonti e infrastrutture è già pubblica – sottolinea l’amministratore unico di Amir SpA Alessandro Rapone – Lo è per legge, qui in Romagna anche per assetti societari. Di privato c’è una gestione industriale. Ora con la prevista ridefinizione della governance del settore s’intende capovolgere l’intero assetto della riforma avviata nel 1994, al tempo studiata proprio per rimediare alle problematicità di un modello simile a quel che oggi s’intende riaffermare. Come azienda pubblica sentiamo una forte responsabilità per quelle che saranno le implicazioni. Il rischio più immediato e concreto è che si apra una fase di instabilità, a danno del servizio”.
“La nostra posizione rispecchia in pieno quella espressa da Utilitalia, in particolare questa proposta di legge non ci sembra garantire la prosecuzione di un percorso produttivo per il settore e per il Paese, rischiando di far tornare indietro il settore di una trentina d’anni – sottolinea anche Franco Fogacci, direttore Acqua Hera – Un rallentamento negli investimenti non permetterebbe nemmeno di affrontare le sfide del futuro, tra cui quella del cambiamento climatico. Il servizio idrico integrato tra l’altro rappresenta l’ambito nel quale da sempre il Gruppo Hera ha concentrato la maggior parte dei propri investimenti, oltre 1,5 miliardi di euro negli ultimi dieci anni su tutto il territorio servito, sforzo che ha consentito di aumentare la resilienza delle reti e traguardare un ottimo livello infrastrutturale non solo nel servizio acquedotto ma anche nei segmenti più critici della fognatura e della depurazione”.

In Italia, il 97% della popolazione è servito da soggetti a matrice pubblica.

 

alcuni punti della proposta di legge: 

Ritorno del controllo pubblico della gestione delle acque, affidato a enti di diritto pubblico o aziende speciali o a spa pubbliche;

l’attività di un Fondo per la ripubblicizzazione del servizio;

scadenze delle concessioni non più in là del 2020;

investimenti da sostenere in gran parte con denaro pubblico nazionale o Ue;

50 litri di acqua al giorno come quantità minima per persona garantita dalla fiscalità

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