15 novembre 2018

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Celebrazioni IV Novembre. Il sindaco: coltivare la pace

in foto: la piazza di Santarcangelo dove si sono svolte le commemorazioni

Si sono svolte questa mattina a Santarcangelo le commemorazioni istituzionali per il IV Novembre, Giornata dell’unità nazionale e festa delle forze armate, che concludono il programma di iniziative “Santarcangelo per il centenario della Grande Guerra“, a cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale.

Ad intervenire il sindaco di Santarcangelo Alice Parma e il presidente provinciale delle associazioni combattentistiche di Rimini e Forlì-Cesena, Sergio Gori.

 

Nell’occasione, lo stesso Gori ha consegnato al presidente delle associazioni combattentistiche di Santarcangelo, Werter Paesini, un riconoscimento per il recente conferimento del titolo di Ufficiale da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

 

Nel suo discorso il sindaco Parma ha ricordato come la conoscenza della storia sia fondamentale per coltivare la pace: “ancora oggi c’è chi alimenta la retorica della guerra e dello scontro come soluzione ai conflitti della nostra società“. Ha poi ricordato i 185 santarcangiolesi che hanno perso la vita nella prima guerra mondiale, spiegando che presto agli eredi saranno consegnate medaglie al merito. Ha concluso il suo messaggio leggendo una intensa poesia di Raffaello Baldini

Il discorso del sindaco Parma

Il motivo che ci porta a ritrovarci tutti gli anni per celebrare insieme il IV Novembre, Giornata dell’Unità Nazionale e Festa delle Forze Armate, quest’anno si arricchisce di ulteriore significato.

Come tutti sapete, nella giornata del 4 novembre di cento anni fa, nel 1918, si concludeva la Prima Guerra Mondiale, una carneficina che sconvolse l’umanità intera con milioni e milioni di morti. Abbiamo voluto ricordare i tragici eventi della Grande Guerra, così importanti per capire il Novecento, con una serie di iniziative cominciate già nel 2014, entrate nel vivo l’anno seguente e culminate proprio in questi giorni.

Più di venti appuntamenti nell’arco di cinque anni tra mostre, presentazioni di libri, incontri di approfondimento, concerti, spettacoli, film, letture e laboratori per bambini, commemorazioni istituzionali come quella di oggi. Tra l’altro la mostra “Arriverà quel giorno di pace e faremo una gran festa”, realizzata in biblioteca con oggetti e documenti delle famiglie di Santarcangelo, è aperta in via straordinaria anche oggi fino alle 12,30 se volete visitarla.

Tutte queste iniziative sono state realizzate con un intento ben preciso: diffondere la conoscenza di un momento storico di cui si parla molto e si conosce poco, per capire e far capire cause e conseguenze di un conflitto che ha segnato i destini del mondo. La nostra idea è che solo attraverso la conoscenza si possa promuovere e coltivare il valore più importante che abbiamo: la pace, protagonista non a caso anche del nostro manifesto grazie a una bellissima immagine di Albe Steiner.

Parlare di pace nel momento in cui si ricorda la fine di una guerra sembra scontato, ma non lo è affatto. Perché ancora oggi c’è chi alimenta la retorica della guerra e dello scontro come soluzione ai conflitti della nostra società. In una recente intervista, alla filosofa ungherese Agnes Heller è stato chiesto quali sono le ragioni che hanno reso il discorso sull’identità così cruciale per la politica di oggi in tutta Europa. Lei ha risposto:

Per via del nazionalismo etnico, un fenomeno che è causa e al contempo conseguenza del peccato originale del nostro continente, ossia la Prima Guerra mondiale. La Grande Guerra a sua volta ha generato i regimi totalitari, figli del nazionalismo etnico. Ecco perché si tratta del fenomeno identitario più pericoloso in assoluto”.

Chi l’avrebbe mai detto che cento anni dopo la fine della Grande Guerra, quel momento di drammatica lacerazione tra i popoli europei sarebbe stato alla base delle divisioni che ancora oggi tengono in scacco il continente? Eppure è così. Lo dimostra, anche a livello di linguaggio, la retorica che siamo puntualmente costretti ad ascoltare quando ricorrono anniversari come quello di oggi.

Ora, è naturale che ciascuno porti avanti le proprie istanze nel confronto di idee che si chiama democrazia. Ma il gioco a soffiare sul fuoco sta diventando sempre più pericoloso con i tempi che corrono. Questo senza contare, dato ancora più importante, che quei giovani soldati spediti a morire al fronte, se avessero potuto scegliere, magari avrebbero scelto diversamente. Almeno 9 milioni di morti in tutto il mondo di cui 650mila italiani, limitandosi solo ai militari. 185 santarcangiolesi compresi i civili.

Forse tutte queste persone avrebbero preferito non partire, hanno sognato ogni giorno di tornare a casa per riabbracciare la propria famiglia, un genitore anziano, una giovane moglie, un figlio appena nato.

E invece sono morti per l’idea, che qui dobbiamo affermare sbagliata e vana, della supremazia di una nazione sull’altra, della conquista territoriale e della guerra come strumento accettabile di risoluzione dei conflitti. Non si cita mai abbastanza l’articolo 11 della nostra Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

È in questo contesto che noi ringraziamo le nostre forze armate: perché sono guardiane della pace, duramente ottenuta dopo due guerre mondiali e oggi messa in discussione da chi celebra la guerra con un armamentario retorico ormai superato dal tempo. Ringraziamo chi si assume il compito non facile di far rispettare le leggi che ci siamo dati per regolamentare la nostra convivenza civile, in un’epoca di turbolenze e gravi minacce all’infrastruttura stessa della democrazia.

Quindi siamo grati anche alle forze dell’ordine, alla Prefettura, alla Questura e alla polizia municipale, senza dimenticare chi ci aiuta anche in occasioni come questa a organizzare iniziative per diffondere una cultura di conoscenza e pace: gli istituti culturali, le associazioni combattentistiche, le scuole, le forze politiche e le altre realtà associative del territorio. Infine ricordiamo, con la commozione che si deve a chi ha perso la propria vita per una causa ingiusta e imposta dall’alto, i caduti santarcangiolesi della Prima Guerra Mondiale.

Lo faremo consegnando agli eredi le medaglie-ricordo coniate nell’ambito del progetto “Albo d’oro”, realizzato dalle associazioni combattentistiche del Friuli-Venezia Giulia con il patrocinio del governo e della Regione. Non appena le medaglie saranno pronte, gli eredi riceveranno l’invito a partecipare alla cerimonia di consegna nella sala del Consiglio comunale: un piccolo pensiero che l’Amministrazione comunale dedica ai suoi caduti.

Permettetemi però di concludere con un omaggio simbolico, prendendo in prestito le parole di un grande santarcangiolese come Raffaello Baldini. La poesia s’intitola “I morti” e prima di salutarvi ve la leggo, in italiano perché tutti la possano capire:

Quel che sanno i morti, e non dicono niente, sanno tutto,
anche quando sei in casa, da solo, la notte,
porte, finestre chiuse, loro sono lì,
che sei andato a letto, è tardi, hai spento la luce,
sei sveglio, al buio, ti vengono di quei pensieri,
che non si possono dire, loro sono sempre lì, ti leggono dentro,
ma sono buoni, fanno finta di non esserci.

Grazie e buon 4 Novembre.

Redazione Newsrimini

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