25 June 2018

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Papa Francesco: in piazza si impasta il bene di tutti. Fate la rivoluzione della tenerezza

in foto: Papa Francesco saluta la folla a Cesena

Le immagini del Papa a Cesena (Icaro Tv)

In questa piazza si impasta il bene comune di tutti“. Cosi Papa Francesco in piazza del Popolo dove sono radunate migliaia di persone.

Mi piace cominciare in piazza la mia visita a Cesena che ha dato i natali a due papi della città. La centralità della piazza dice che è essenziale lavorare tutti insieme per il bene comune.  È questa la base del buon governo della città che la renda bella accogliente. La piazza richiama la buona politica, non asservita ai desideri individuali,  una politica che non sia ne serva ne padrona ma amica, non paurosa, ma coraggiosa e prudente nello stesso tempo. Che faccia crescere le persone,  che non lasci ai margini nessuno, che non saccheggi le risorse naturali. Questo è il vero volto della politica. Nobile forma di carità.  Invito giovani e meno giovani a prepararsi e ad impegnarsi in questo campo respingendo ogni anche minima forma di corruzione. La corruzione è il tarlo della vocazione politica, non lascia crescere la civiltà. Il buon politico per essere buono ha la sua croce, deve lasciare spesso le sue idee, prendere quelle degli altri per tendere al bene comune.  Il buon politico finisce di essere un martire al servizio di tutto. E questo è molto bello. Da questa piazza vi invito a considerare la nobiltà dell’agire politico a favore del popolo. Vi invito ad esigere dai protagonisti della vita pubblica coerenza, preparazione rettitudine, senza pretendere una perfezione impossibile. Andando da  loro se sbagliano, non restando solo a guardare, non balconando la vita aspettando che lui sbagli. Tutti sbagliamo: si dice scusatemi ho sbagliato e si riparte.”

“Questa città come tutta la Romagna è  terra di accese passioni politiche. Riscoprite il valore di questa dimensione essenziale per la vita di tutta la comunità.”

Tutti hanno diritto di voce,  specialmente bisogna ascoltare i giovani e gli anziani. I giovani perché hanno la forza di portare avanti le cose. Gli anziani perché hanno la saggezza della vita l’autorità di dire ai giovani, anche politici, gli sbagli che fanno. Il rapporto tra anziani e giovani  è un tesoro che dobbiamo ripristinare. È il tempo dei giovani ma anche degli anziani, per favore andate su questa strada. Occorre rilanciare i diritti della buona politica”.

E poi il richiamo al bene dei poveri e il saluto ai malati e ai disabili in piazza “che con la loro sofferenza ci indicano la strada“.

Mi sono alzata alle 3, che grande gioia essere qui, che regalo ha fatto alla nostra diocesi, alla Romagna” dice una signora arrivata da Savignano. È  tra le migliaia affluite in piazza del popolo, sulle vie del cento storico, in Duomo per la storica visita di Papa Francesco a Cesena. Una visita che entra nel cuore della città,  in un clima di gioiosa attesa. In piazza del Popolo uno strisciome recita “la Chiesa è nata in uscita“. Papa Francesco arriverà qui in papa mobile  dopo essere atterrato all’ippodromo. Poi ancora per le vie della città per arrivare in Duomo e incontrare la comunità della diocesi di Cesena-Sarsina. Centinaia i volontari che si sono messi a disposizione.

Alle 7.30 il volo dell’elicottero papale sui cieli della città è stato accolto da un lungo applauso.

In piazza del Popolo presenti le autorità civili di tutta la Romagna. Presente anche il sindaco di Rimini Andrea Gnassi.

Dopo la piazza il trasferimento al Duomo con l’abbraccio dei cesenati affollati ai bordi della strade. In cattedrale l’incontro con la comunità diocesana, il saluto del vescovo Rigattieri. Presenti anche i vescovi della regione. Monsignor Lambiasi, Vescovo di Rimini, concelebrerà la funzione a Bologna.

Testimoniare e annunciare il vangelo – ha detto il Pontefice – questo è l’impegno della comunità cristiana. Corresponsabilità è la parola chiave. Andare incontro ai fratelli. Le piaghe di Gesù sono visibili nei tanti che vivono ai margini, persone ferite, umiliate. Curando queste piaghe veniamo noi curati dalla misericordia di Dio e sperimentiamo la grazia. Da soli senza il Signore non possiamo fare niente. La preghiera è la forza della nostra missione. Nell’incontro con Gesù veniamo contagiati dal suo sguardo. Si tratta di recuperare la capacità di guardare. Fate la rivoluzione della tenerezza. I giovani sono parte viva della chiesa e possono comunicare la loro testimonianza, giovani apostoli dei giovani. La chiesa conta tanto su di loro. Bisogna avere il coraggio di incontrarli e ascoltarli e camminare con loro perché possano incontrare Cristo. E per spingere i giovani va ripristinato il dialogo tra i giovani e gli anziani, i nonni. La loro vocazione non va in pensione. I vecchi sognino e il sogno porterà avanti i giovani. Questo dialogo farà miracoli. Ad un giovane che non ha imparato ad accarezzare un anziano manca qualcosa. Ad un vecchio che non ha la pazienza di ascoltare un giovane manca qualcosa. Per i genitori: dobbiamo lavorare perché i padri possano perdere tempo di giocare con i loro figli e non siano costretti a lavorare tanto da non potere vederli. Ai sacerdoti: a voi è affidato il mistero dell’incontro con Cristo. Non perdere la gioia di essere preti. Alle volte si trovano preti con la faccia di chi a colazione ha bevuto aceto e non latte e caffè. La gioia di finire la giornata stanchi e non avere bisogno delle pastiglie per dormire. Camminare insieme e quando ci sono incomprensioni se ne parla, ma mai le chiacchiere. Le chiacchiere distruggono un comunità. Sono un atto terroristico. Se hai problemi con tuo fratello vai a parlarne con lui se non hai coraggio morditi la lingua“.

La visita è  in diretta su IcaroTv (canale 91)


Discorso Santo Padre

Cari fratelli e sorelle!
Vi ringrazio per la vostra accoglienza e vi saluto cordialmente, ad iniziare dal vostro
Vescovo Mons. Douglas Regattieri. La mia presenza oggi in mezzo a voi esprime anzitutto
vicinanza al vostro impegno di evangelizzazione. Questa è la principale missione dei discepoli di
Cristo: annunciare e testimoniare con gioia il Vangelo.
L’evangelizzazione è più efficace quando è attuata con unità di intenti e con una
collaborazione sincera tra le diverse realtà ecclesiali e tra i diversi soggetti pastorali, che trovano nel
Vescovo il sicuro punto di riferimento e di coesione. Corresponsabilità è una parola-chiave, sia per
portare avanti il lavoro comune nei campi della catechesi, dell’educazione cattolica, della
promozione umana e della carità; sia nella ricerca coraggiosa, davanti alle sfide pastorali e sociali,
di forme nuove di cooperazione e presenza ecclesiale sul territorio. E’ già una efficace
testimonianza di fede il fatto stesso di vedere una Chiesa che si sforza di camminare nella fraternità
e nell’unità. Se non c’è questo, le altre cose non servono. Quando l’amore in Cristo è posto al di
sopra di tutto, anche di legittime esigenze particolari, allora si diventa capaci di uscire da sé stessi,
di decentrarsi a livello sia personale che di gruppo e, sempre in Cristo, andare incontro ai fratelli.
Le piaghe di Gesù rimangono visibili in tanti uomini e donne che vivono ai margini della
società, anche bambini: segnati dalla sofferenza, dal disagio, dall’abbandono e dalla povertà.
Persone ferite dalle dure prove della vita, che sono umiliate, che si trovano in carcere o in ospedale.
Accostando e curando con tenerezza queste piaghe, spesso non solo corporali ma anche spirituali,
veniamo noi purificati e trasformati dalla misericordia di Dio. E insieme, pastori e fedeli laici,
sperimentiamo la grazia di essere umili e generosi portatori della luce e della forza del Vangelo. Mi
piace ricordare, a proposito di questo primo dovere della diaconia con i poveri, l’esempio di san
Vincenzo de Paoli, che 400 anni fa iniziava in Francia una vera “rivoluzione” della carità. Anche a
noi oggi è chiesto di inoltrarci con ardore apostolico nel mare aperto delle povertà del nostro tempo,
consapevoli però che da soli non possiamo fare nulla. «Se il Signore non costruisce la casa, invano
si affaticano i costruttori» (Sal 127,1).
Pertanto, è necessario riservare adeguato spazio alla preghiera e alla meditazione della
Parola di Dio: la preghiera è la forza della nostra missione – come più recentemente ci ha
dimostrato anche santa Teresa di Calcutta. L’incontro costante con il Signore nella preghiera
diventa indispensabile sia per i sacerdoti e per le persone consacrate, sia per gli operatori pastorali,
chiamati ad uscire dal proprio “orticello” e andare verso le periferie esistenziali. Mentre la spinta
apostolica ci conduce ad uscire – ma sempre uscire con Gesù –, sentiamo il bisogno profondo di
rimanere saldamente uniti al centro della fede e della missione: il cuore di Cristo, pieno di
misericordia e di amore. Nell’incontro con Lui, veniamo contagiati dal suo sguardo, quello che
posava con compassione sulle persone che incontrava nelle strade di Galilea. Si tratta di recuperare
la capacità di “guardare”, la capacità di guardare! Oggi si possono vedere tanti volti attraverso i
mezzi di comunicazione, ma c’è il rischio di guardare sempre meno negli occhi degli altri. È
guardando con rispetto e amore le persone che possiamo fare anche noi la rivoluzione della
tenerezza. E io invito voi a farla, a fare questa rivoluzione della tenerezza.
Tra quanti hanno più bisogno di sperimentare questo amore di Gesù, ci sono i giovani.
Grazie a Dio, i giovani sono parte viva della Chiesa – la prossima Assemblea del Sinodo dei
Vescovi li coinvolge direttamente – e possono comunicare ai coetanei la loro testimonianza: giovani
apostoli dei giovani, come scrisse il beato Paolo VI nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi
(cfr n. 72). La Chiesa conta molto su di loro ed è consapevole delle loro grandi risorse, della loro
attitudine al bene, al bello, alla libertà autentica e alla giustizia. Hanno bisogno di essere aiutati a
scoprire i doni di cui il Signore li ha dotati, incoraggiati a non temere dinanzi alle grandi sfide del
momento presente. Per questo incoraggio a incontrarli, ad ascoltarli, a camminare con loro, perché
possano incontrare Cristo e il suo liberante messaggio di amore. Nel Vangelo e nella coerente
testimonianza della Chiesa i giovani possono trovare quella prospettiva di vita che li aiuti a superare
i condizionamenti di una cultura soggettivistica che esalta l’io fino a idolatrarlo – quelle persone si
dovrebbero chiamare “io, me, con me, per me e sempre con me” – e li apra invece a propositi e
progetti di solidarietà. E per spingere i giovani, c’è bisogno oggi di ripristinare il dialogo tra i
giovani e gli anziani, i giovani e i nonni. Si capisce che gli anziani vanno in pensione, ma la loro
vocazione non va in pensione, e loro devono dare a tutti noi, specialmente ai giovani, la saggezza
della vita. Dobbiamo imparare a far sì che i giovani colloquino con gli anziani, che vadano da loro.
Il profeta Gioele ha una bella frase nel capitolo III, versetto 1: “I vecchi sogneranno e i giovani
profetizzeranno”. E questa è la ricetta rivoluzionaria di oggi. Che i vecchi non entrino in
quell’atteggiamento che dice: “Ma, sono cose passate, tutto è arrugginito…”, no, sogna! Sogna! E il
sogno del vecchio farà che il giovane vada avanti, che si entusiasmi, che sia profeta. Ma sarà
proprio il giovane a far sognare il vecchio e poi a prendere questi sogni. Mi raccomando, voi, nelle
vostre comunità, nelle vostre parrocchie, nei vostri gruppi, fate in modo che ci sia questo dialogo.
Questo dialogo farà miracoli.
Una Chiesa attenta ai giovani è una Chiesa famiglia di famiglie. Vi incoraggio nel vostro
lavoro con le famiglie e per la famiglia, che vi sta impegnando in questo anno pastorale nella
riflessione sull’educazione all’affettività e all’amore. E torno sull’argomento dei vecchi, perché
l’ho a cuore. Un giovane che non ha imparato, che non sa accarezzare un anziano, gli manca
qualcosa. E un anziano che non ha la pazienza di ascoltare i giovani, gli manca qualcosa. Tutti e due
devono aiutarsi ad andare avanti insieme. L’educazione all’affettività e all’amore. E’ un lavoro che
il Signore ci chiede di fare in modo particolare in questo tempo, che è un tempo difficile sia per la
famiglia come istituzione e cellula-base della società, sia per le famiglie concrete, che sopportano
buona parte del peso della crisi socio-economica senza ricevere in cambio un adeguato sostegno.
Ma proprio quando la situazione è difficile, Dio fa sentire la sua vicinanza, la sua grazia, la forza
profetica della sua Parola. E noi siamo chiamati ad essere testimoni, mediatori di questa vicinanza
alle famiglie e di questa forza profetica per la famiglia. E anche qui mi fermo su un’altra cosa.
Quando io confesso e viene una donna o un uomo giovane e mi dice che è stanco, che perde anche
la pazienza con i figli perché ha tanto da fare, io, la prima domanda che faccio è: “Quanti figli ha?”,
e dicono due, tre… E poi faccio un’altra domanda: “Lei gioca con i suoi figli?”. E tante volte ho
sentito dai genitori, soprattutto dai papà: “Padre, quando io esco di casa loro ancora dormono, e
quando torno sono a letto”. Questa situazione socio-economica chiude il bel rapporto dei genitori
con i figli. Dobbiamo lavorare perché questo non avvenga, perché i genitori possano perdere il
tempo giocando con i loro figli. Questo è importante!
Cari sacerdoti… Voi non avete figli… sì, c’è uno là, greco-cattolico, che ne ha; ma voi non
ne avete, e si dice che quando Dio non dà figli, il diavolo dà nipoti! Cari sacerdoti, a voi in modo
speciale è affidato il ministero dell’incontro con Cristo; e questo presuppone il vostro incontro
quotidiano con Lui, il vostro essere in Lui. Vi auguro di riscoprire continuamente, nelle diverse
tappe del cammino personale e ministeriale, la gioia di essere preti. Non perdete questa gioia! Non
perdetela. Forse vi aiuterà leggere i quattro numeri finali della Evangelii nuntiandi del Beato Paolo
VI: parla di questo. La gioia. Non perdere la gioia. Tante volte la gente trova sacerdoti tristi, tutti
ammusoniti, con la faccia da peperoncino all’aceto, e a me alcune volte viene da pensare: ma tu con
cosa hai fatto colazione? Caffelatte o aceto? No. La gioia, la gioia! E se tu trovi il Signore, sarai
gioioso. La gioia di essere preti, di essere chiamati dal Signore a seguirlo per portare la sua parola,
il suo perdono, il suo amore, la sua grazia. La gioia di finire la giornata stanchi: questo è bello! E
non avere bisogno delle pastiglie per dormire. Sei stanco, vai a letto e dormi da solo. È una
chiamata che non finisce mai di stupirci, la chiamata del Signore. Ogni giorno essa ci viene
rinnovata nella celebrazione eucaristica e nell’incontro con il popolo di Dio a cui siamo inviati. Il
Signore vi aiuti a lavorare con gioia nella sua vigna come operai accoglienti, pazienti e soprattutto
misericordiosi. Come era Gesù. E che possiate contagiare nelle persone e nelle comunità lo spirito
missionario.
Cari fratelli e sorelle della diocesi di Cesena-Sarsina, non scoraggiatevi di fronte alle
difficoltà. Siate tenaci nel rendere testimonianza al Vangelo, camminando insieme: sacerdoti,
consacrati, diaconi e fedeli laici. A volte ci saranno incomprensioni, ma quando ci sono
incomprensioni, parlatene, o parlate con il parroco, perché vi aiuti. Ma mai le chiacchiere! Le
chiacchiere distruggono una comunità: una comunità religiosa, una comunità parrocchiale, una
comunità diocesana, una comunità presbiterale. Le chiacchiere sono un atto “terroristico”. Sì,
chiacchierare è un terrorismo, perché tu vai, butti la chiacchiera – che è una bomba –, distruggi
l’altro e te ne vai contento. Chiacchierare è questo. Pensateci. Cosa dice Gesù? “Se tu hai qualcosa
contro tuo fratello, vai, diglielo in faccia” (cfr Mt 18,15). Sii coraggioso, sii coraggiosa. E se non
hai il coraggio di dirlo, morditi la lingua. E così andrà bene. Nel vostro cammino sentitevi sempre
accompagnati e sostenuti dalla promessa del Signore, cioè la forza dello Spirito Santo. Vi ringrazio
di cuore di questo incontro e affido ciascuno di voi e le vostre comunità, i progetti e le speranze alla
Vergine Santa, che voi invocate con un titolo molto bello: “Madonna del popolo” – non populista! -,
è madre del popolo, è brava. Vi benedico di cuore e vi chiedo per favore di pregare per me. Adesso
vi do la benedizione.

Saluto davanti alla Cattedrale

Vi auguro buona domenica! Saluto il coro: canta tanto bene; come anche la corale dentro la
Cattedrale. Tutti e due saluto. Grazie tante.
E qui ci sono i giovani: alzino la mano, bambini e giovani! Cosa devono fare i giovani?
Avete sentito cosa ho detto [nel discorso in cattedrale]? Cosa devono fare?… Parlare con?…
[rispondono: “Parlare con gli anziani”] Parlare con gli anziani. Ascoltare, parlare con gli anziani.
Così diventerete rivoluzionari.
Ciao! Grazie, e il Signore vi benedica!

Simona Mulazzani

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