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Sharing economy per tutti?

di Aluisi Tosolini   
Tempo di lettura lettura: 2 minuti
ven 11 mar 2016 16:55 ~ ultimo agg. 10 mar 17:50
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E’ stato presentato in questi giorni un volume edito da Laterza e intitolato “Un mondo condiviso”. Una raccolta di saggi per documentare il ciclo di conferenze tenute a Milano nel padiglione di Intesa Sanpaolo, durante Expo 2015.
Si parla della cosiddetta sharing economy che, nel mondo 2.0, sembra andare così tanto di moda.

Il punto di partenza è semplice ed ovvio: il mondo è unico e dobbiamo condividerlo. E le imprese che producono maggiore ricchezza sono proprio quelle che utilizzano il principio della condivisione. Principio che rimescola le carte a livello sia sociale che economico.
Si pensi alla musica condivisa, ma anche a Uber, a BlaBlaCar, o a Airbnb.

Prendiamo questo ultimo caso: Airbnb è un portale online che mette in contatto persone in ricerca di un alloggio o di una camera per brevi periodi con persone che dispongono uno spazio extra da affittare, generalmente privati. Il principio è la condivisione, i vantaggi sono certi per chi affitta e sicuramente per la società di intermediazione Airbnb. Non si sa se sia proprio così anche per l’acquirente e per gli albergatori.

Ma il punto di crisi e di rottura della logica della condivisione, il suo paradosso, è rappresentato dal titolo del contributo di Jared Diamond: “Ricchi poveri possono condividere un mondo globalizzato? (non possono)” . La condivisione è impossibile se prendiamo come metro di valutazione lo stile di vita delle società ricche. 60 milioni di italiani consumano risorse pari al doppio del miliardo di africani. Il tasso di consumo dei paesi ricchi è in media 32 volte più alto di quello dei paesi poveri. Dove sta dunque problema? Nelle fughe dalla guerra? Nel terrorismo? Nell’aspirazione dei poveri una vita più dignitosa oppure nell’insostenibilità delle economie dei paesi ricchi che rischiano di portare al collasso l’intero pianeta come avvenne a suo tempo nell’isola di Pasqua?

Se proprio dobbiamo condividere perché non condividere anche “ricchezza e povertà”?

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