Si lavora per vivere ma troppo spesso si muore per lavorare. Una riflessione
E’ una tragedia senza fine, nel 2023, circa 4 morti ogni giorno nel nostro Paese considerando anche i festivi! Certo, i dati “ufficiali” indicano 1041 morti, segnalando un -4,5% rispetto all’anno precedente, peccato che altri dati, che considerano anche i “lavoratori in nero”, indicano 1.485 decessi, ed il 30%, sembrerebbe non assicurato.
Tre riflessioni in merito al problema.
La prima è sulle diseguaglianze, inestirpabili, anche nella morte. Tutti (nel lavoro dipendente, ma non solo ) lavorano per vivere, ma contemporaneamente, creano valore, benessere e sicurezza, anche per il Paese ove operano, senza alcuna distinzione tra lavoro pubblico e privato, senza alcuna distinzione tra le varie professioni. Personalmente, ritengo che tutte le morti sul lavoro abbiano pari dignità e meritino identico ed assoluto rispetto. Pertanto, sarebbe auspicabile proporre per tutti i morti sul lavoro, indipendentemente dalle cause e dalle professioni, “gli stessi onori e le stesse bandiere“, che al momento, non sono per tutti. Non solo, ma sarebbe augurabile, un identico rimborso economico da elargire alle famiglie, coperto da un’assicurazione nazionale, anche per i poveri malcapitati irregolari. In questo modo, si potrebbero almeno ridurre i problemi finanziari delle famiglie, inevitabilmente creati dalle tragedie, visto che il dolore, colpisce senza distinzione e
permane per tutti, indenne nel tempo.
La seconda riflessione è sul rapporto tra rischi e remunerazioni. Il bene più prezioso dell’essere umano è la salute e la stessa vita. Eppure, anche se appare incongruo, nella maggioranza assoluta dei casi, i lavori faticosi, pericolosi, insalubri, usuranti, cui nessuno ambisce, sono proprio i lavori più poveri! La razionalità porterebbe esattamente all’opposto, ma purtroppo, sono tante le distorsioni nel nostro tempo. Eppure, ad alcuni piace il lavoro povero, soprattutto se in regola con le normative di legge ed i contratti, “è utile all’economia”, rende le aziende maggiormente competitive anche a livello internazionale, consente maggiori profitti, stimolando gli investimenti. Il rovescio della medaglia, oltre ad un grave problema d’ingiustizia sociale, è la contrazione dei consumi interni, sui quali a volte si interviene, stimolandoli con dei “bonus” a spese della comunità. L’augurio è un cambio di passo, ergo, contratti che valorizzino e trasformino il lavoro povero in
lavoro dignitoso, ma serve un impegno importante, forse, una nuova stagione di lotte per le conquiste e le tutele.
La terza riflessione è sugli appalti, o meglio sui subappalti. Vincere un appalto e procedere con appalti a cascata, potrebbe produrre ritorni interessanti, a volte, lavorando poco e guadagnando tanto. I subappalti hanno però dei rischi, per risultare competitivi, banalmente, i prezzi devono risultare assai concorrenziali. Per ridurli, fondamentalmente, ci sono tre basiche possibilità : 1) accontentarsi e ridurre i margini d’impresa. 2) ridurre il costo del materiale impiegato, con i rischi che possiamo supporre. 3) ridurre il costo del lavoro, con le problematiche che possiamo
dedurre. L’augurio anche qui è un cambio di passo, iniziative pacifiche, ma eclatanti (vedi Agricoltori), che inducano a ridurre o eliminare la mercificazione selvaggia sugli appalti, al fine di evitare un continuo e deprecabile declivio.
E’ inutile, financo disdicevole, sguainare le bandiere DOPO LE MORTI, proclamando diritti e minacciando proteste; sarebbe utile, financo auspicabile, rifiutare i contratti indignitosi, manifestare nelle sedi deputate, ma con costanza e progressione, contrastando le leggi sui subappalti, ma PRIMA DELLE MORTI. Altrimenti, tutto continuerà con l’usuale sistema, dove non di rado, in pochi
guadagnano molto e rischiano poco, in tanti, guadagnano poco e rischiano molto.
CARLO ALBERTO PARI










