Indietro
menu
Newsrimini Rimini

Natalità, asili e occupazione femminile: le riflessioni dell’ass. Turci

di Redazione   
Tempo di lettura 8 min
Sab 10 Nov 2007 17:29 ~ ultimo agg. 12 Mag 06:17
Tempo di lettura 8 min

Recentemente gli organi d’informazione nazionali hanno messo in luce il cosiddetto boom delle nascite, grazie all’incremento di nati registrato a settembre in alcuni ospedali centro-settentrionali. Tale sintesi e è forse prematura ma alcune osservazioni in proposito possono essere utili ad orientare la discussione sul bilancio comunale, sulla Legge finanziaria e sulle misure introdotte a favore della maternità.

Una prima constatazione è che la fecondità italiana, soprattutto al Nord, è in progressivo aumento oramai da più di dieci anni: da 1,19 nel 1995 a 1,35 figli per donna nel 2006.
Anche nel comune di Rimini si conferma questo andamento tendenziale, infatti, seppur con un leggero decremento nel 2006, aumenta il tasso di natalità (cioè il numero di nati/popolazione residente x 1000).

Migliora il saldo naturale, cioè la differenza (eccedenza o deficit) tra nati e morti che a Rimini è negativa, cioè vi sono più decessi che nascite, con la sola eccezione dei maschi, ma questo deficit tende a diminuire.

Se depurata dalla componente straniera, però, è una crescita ancora modesta e l’Italia resta uno dei paesi occidentali meno prolifici. Mentre in Italia nel 2006 sono nati 560 mila bambini, in Francia, paese la cui popolazione è di entità comparabile, ne nascevano quasi 800mila.
Inoltre le nascite hanno un loro andamento stagionale, che raggiunge ogni anno un massimo proprio attorno a settembre che è il mese più prolifico.
Ma vi è un terza considerazione decisamente più interessante e incoraggiante che è la correlazione positiva che si inizia a delineare tra tasso di fecondità e la partecipazione femminile al mercato del lavoro, descritta in letteratura ma ora in nuce anche a livello territoriale.
Tale relazione è cruciale per lo sviluppo, poiché dimostra la possibile conciliazione tra lavoro di cura in famiglia e lavoro retribuito. Nei paesi occidentali, USA e Nord Europa in particolare, già a fine anni Ottanta emerge tale legame positivo: nei contesti nei quali maggiore è il tasso di attività femminile, maggiore risulta anche il numero medio di figli per donna.
In Italia invece, fino a pochi anni fa, succedeva il contrario: nelle regioni, come la nostra, dove la partecipazione delle donne al mercato del lavoro era più elevata, la fecondità era più bassa. E ciò proprio mentre il progressivo e sensibile invecchiamento della popolazione avrebbe richiesto, più che altrove, incrementi in entrambi gli indicatori.
Il segnale incoraggiante è che tale situazione sembra recentemente, anche se timidamente, prendere la corretta direzione, anche nel nostro Paese. Se prendiamo in considerazione le regioni italiane, infatti, si osserva che dopo il minimo del 1995, la fecondità è in aumento (anche al netto delle nascite degli stranieri) proprio laddove maggiori sono i tassi di attività femminile ed i servizi socio sanitari ed all’infanzia sono più diffusi. In Emilia Romagna la fecondità è aumentata in modo più consistente, cresce in Lombardia, Veneto e Toscana, mentre tendenzialmente diminuisce nelle regioni del Sud, soprattutto in Sicilia e Basilicata, regioni in cui il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi e cresce meno.

Occorre ricordare che solo Malta nella UE a 27, ci segue nella graduatoria del tasso di occupazione femminile che in Italia è al 46,3% (70,5% per i maschi) contro la media europea del 57,2%. La strategia di Lisbona impone di raggiungere il 60% entro il 2010, percentuale già superata in Emilia Romagna ma non a Rimini dove si ferma al 55,7%. Permangono fortissime disparità territoriali: nel nord il 55% delle donne in età lavorativa è occupata, al centro il 51%, al sud il 36%, dato aggravato dall’elevatissimo tasso di disoccupazione femminile (20% al sud contro l’8,8% di media nazionale, il 6% dell’Emilia Romagna, il 4,3 della provincia di Rimini). E’ la crescita complessiva del paese ad essere compromessa, soprattutto nel sud dove dal 1993 al 2006 le donne occupate sono cresciute di sole 215 mila unità mentre al centro-nord di un milione e mezzo.

Alcuni dati sul mercato del lavoro locale possono dare indicazioni importanti.
Il tasso di occupazione femminile nella Provincia di Rimini resta più basso della media regionale e del Nord-Est, anche se più alto di quella nazionale.

Il tasso di disoccupazione femminile evidenzia la maggior difficoltà delle donne ad entrare e a permanere nel mercato del lavoro riminese, pressoché ad occupazione piena per gli uomini.
Difficoltà confermata anche nel confronto con gli indici regionali e del Nord-Est.

Il lavoro di cura – o lavoro non retribuito – è inoltre un grosso carico per le italiane: tra casa e ufficio lavorano complessivamente 7 ore e 26 minuti, dato ben sopra la media europea, due ore più delle spagnole, un’ora e 10 minuti più delle tedesche. A causa dell’iniqua distribuzione del lavoro di cura tra i generi, le donne italiane sono quelle con la minor disponibilità di tempo libero nei paesi europei; per tutele classi di età, inoltre, il tempo libero delle donne è sensibilmente inferiore a quello maschile.
Il differenziale retributivo di genere in Italia si attesta al 23,2%, vale a dire che una donna in media percepisce, a parità di posizione professionale, tre quarti dello stipendio di un uomo. Ciò ha ripercussioni nei trattamenti previdenziali che, per non penalizzare le donne dovrebbero prevedere forme di contribuzione figurativa e il riconoscimento, almeno parziale, del lavoro di cura.
Secondo i dati forniti dall’Istat, nel Nord Italia tra le donne single di 35-45 anni le occupate sono l’87%, e si scende al 67% tra le donne in coppia con figli. Nel meridione i valori sono rispettivamente il 68% e il 35%. Al Nord vi è dunque meno divario tra tasso di occupazione e condizione familiare, ovvero lavorare deprime meno la maternità che nel Sud.
Questa differenza è spiegabile da due condizioni: tempo e reddito. Le madri che lavorano hanno meno tempo ma più risorse economiche per avere figli. Se quindi alle maggiori opportunità di impiego si affiancano anche adeguate politiche e strumenti di conciliazione, occupazione e fecondità possono crescere assieme.
In alcune delle regioni del Nord il ricorso agli asili nido per i bambini di età 0-2 è superiore al 15 per cento, nel Sud è inferiore al 5 per cento. E’ evidente che, anche in assenza di una relazione causale (più asili nido più figli e lavoro), alcuni contesti risultano più conciliativi di altri.
Per ciò che riguarda la natalità vediamo alcuni dati riminesi. Il numero di parti delle donne residenti in provincia di Rimini, ottenuto sommando i parti all’ospedale Infermi e quelli in altri ospedali regionali o nazionali, è in tendenziale incremento, salvo per l’anno 2003 rispetto al precedente e la pressoché stabilità del dato 2006 sul 2005. Aumenta la percentuale di residenti a cittadinanza estera sul totale delle madri; erano il 5,8 nel 2000, sono il 13,9 nel 2006.

L’offerta di posti negli asili nido (+ 167 dal 2001), e nelle scuole materne per il comune di Rimini (+ 399 dal 2001), è nel frattempo incrementata ben oltre la crescita demografica (rispettivamente del 40% e del 13%) ma non ancora in modo da colmare lo storico gap accumulato in precedenza (ancora nel 1989 erano 237 i posti nei nidi comunali, nei dieci anni successivi cresciuti sino
alla soglia di 312 posti) e la crescente domanda legata anche all’incremento occupazionale delle donne. La correlazione tra occupazione femminile, disponibilità di servizi conciliativi e tasso di natalità, si dimostra anche nel nostro territorio e di ciò occorrerà tenere conto.
Nella Finanziaria 2007 è stato avviato il piano straordinario asili nidi 2007-2009 per sviluppare il sistema dei servizi, innovando la legge 1044 del 1971 e definendo importanti obiettivi quali l’incremento della copertura media degli asili nido, i livelli minimi di copertura regionale, gli standard di qualità diffusi e lo sviluppo di attività di monitoraggio.
Il governo nel 2007 ha destinato 205 milioni all’attuazione di servizi di cura per i bambini con meno di tre anni, oltre a 100+100 milioni per il 2008-09. Queste somme potranno essere incrementate nei prossimi mesi, se si destinerà a questo scopo parte del Fondo politiche per la famiglia, arrivando a stanziamenti simili a quelli del 2007. Occorrerebbe investire anche su misure come il credito di imposta per la cura dei figli, sperimentate efficacemente in altri paesi (es: Regno Unito), in grado di incentivare la partecipazione femminile al mercato del lavoro senza deprimere il tasso di fecondità.
Per accompagnare questi deboli ma importanti segni di relazione positiva tra occupazione femminile e fecondità, cruciale per lo sviluppo dell’Italia, occorre investire di più nel consolidamento di tale processo di avvicinamento ai livelli medi europei, potenziando le misure di conciliazione. L’adozione del “Piano di azione straordinario” di cui si parla nel Dpef 2008-2011, che prevede incentivi per i servizi per l’infanzia e per la conciliazione dei tempi di cura e del lavoro, sostegno all’imprenditoria femminile (con la revisione della legge 215, politiche fiscali a favore di aziende che assumono donne e delle lavoratrici è urgente.
Anche nelle allocazioni di risorse del bilancio previsionale 2008, che il Comune di Rimini si appresta a discutere, dovrà essere dedicata grande attenzione al complicato problema della conciliazione lavoro retribuito-lavoro di cura.

Antonella Beltrami
Assessore alle Politiche Finanziarie e di Bilancio del Comune di Rimini

Altre notizie
di Redazione
VIDEO