Le stagioni dell’evasione. Tra le pagine della ricerca sul sommerso
Uno studio che rappresenta Rimini, confermando il peso del sommerso, ma dove anche Rimini, con le sue categorie, si autorappresenta. E che cerca di entrare nel merito del divario tra capacità di spesa e redditi dichiarati.
“Non c’è più evasione. Stanno meglio perché in ogni famiglia lavorano in tre-quattro”, spiega per i balneari Giorgio Mussoni. Così come Mauro Gardenghi di Confartigianato: “dove c’è il titolare, una moglie, una figlia e il socio si divide per quattro”. Ma se la base familiare, per il curatore Luigi Vergallo, incide sicuramente, non basta però a spiegare la discrepanza, né la stagionalità che concentra i redditi in pochi mesi. Per gli alberghi Mirco Pari di Confesercenti spiega come gli interventi di ristrutturazione, oggi necessaria quando invece “venti anni fa ci si poteva permettere di stare cinque anni senza fare nessun lavoro”, comportino investimenti e ammortamenti pluriennali che abbassano il reddito.
In generale, al passato si guarda con distacco ma anche un sentimento di comprensione. Gardenghi ammette la tolleranza che si è respirata a lungo e che “ha consentito alla nostra Riviera di fare i prezzi bassi … come per dire: non dico fatelo, ma chiudiamo gli occhi”. Per citare poila vecchia tassa di soggiorno, che si calcolava con approssimativi forfait.
E anche Adalberto Gambetti, fondatore dell’associazione Legalità ed Equità Fiscale, dà una lettura storica dell’evasione. “La nostra classe imprenditoriale nei primi decenni del dopoguerra ha anche significativamente evaso ma non scialacquato”. Quella dei primi tempi è stata un’evasione non “per consumare ma per creare riserve per poi investire”.
Per Gambetti è la giustificazione diffusa oggi, cioè che si evade perché le tasse sono troppo alte, che non può trovare spazio. Non si può parlare di legittima difesa “nel momento in cui uno dichiara un decimo del reddito effettivo e paga quasi zero”.










