La raccolta degli abiti usati a rischio: colpa anche del fast fashion
Nel 2027 la raccolta differenziata degli abiti usati potrebbe fermarsi. È l’allarme lanciato da Assorecuperi durante Ecomondo a Rimini. Il motivo? Le imprese e gli impianti di selezione sono schiacciati tra crollo del valore dei materiali, costi logistici crescenti e difficoltà di riciclo. Una crisi aggravata dal fast fashion con capi economici e poco durevoli che diventano rapidamente rifiuti e sono spesso difficili da riutilizzare. Oggi la vendita dell’usato, che finanziava anche il recupero dei materiali meno pregiati, non sostiene più la filiera. Il paradosso è che i vestiti vengono ormai prodotti e consumati a ritmi insostenibili e alle imprese si chiede di raccoglierne sempre di più ma al contempo non vengono garantite le condizioni economiche per poter recuperare quei materiali.
“Una crisi che colpisce proprio il meccanismo che per decenni ha sostenuto la raccolta degli indumenti usati – spiega Pietro Luppi, responsabile del settore tessile per Assorecuperi -. Un equilibrio che oggi è saltato e, sommato ai rincari del carburante per i trasporti e ai magazzini arrivati vicini ai limiti di stoccaggio autorizzati, fa rischiare il blocco della raccolta, che si rifletterebbe sui contenitori stradali. E la crisi non è solo italiana: riguarda anche altri Paesi europei, Germania compresa.
Stiamo assistendo a una contraddizione sempre più evidente: produciamo e consumiamo vestiti a ritmi insostenibili, chiediamo alle imprese di raccoglierne sempre di più, ma non garantiamo le condizioni economiche per recuperare quei materiali - precisa Assorecuperi -. Il rischio è che, mentre discutiamo di economia circolare, venga meno proprio la rete di imprese che ogni giorno la rende possibile. E quando una filiera di raccolta e selezione si interrompe, ricostruirla è complicato”.
L’Unione Europe ha introdotto nuove norme sulla responsabilità estesa del produttore (EPR) affinché chi immette prodotti tessili sul mercato contribuisca ai costi del loro fine vita. Con una lettera del 27 ottobre a Ministero dell’Ambiente, ANCI, Utilitalia e Commissioni Ambiente di Camera e Senato, Assorecuperi chiede una norma transitoria che anticipi il sostegno dei produttori fin dall’entrata in vigore del regolamento, un contributo ponte per i mesi precedenti e un cronoprogramma vincolante per l’avvio dell’EPR. Propone inoltre piani economico-finanziari standard per le gare, monitoraggio condiviso di costi e prezzi, revisione e riequilibrio dei contratti in corso, maggiore capacità temporanea di stoccaggio in sicurezza. Sul piano strutturale servono quote minime di riutilizzo e riciclo, nuovi impianti nazionali e accesso al recupero energetico soltanto per le frazioni non recuperabili.
“Non chiediamo di rinviare gli obiettivi ambientali europei, ma di creare le condizioni per raggiungerli - conclude Luppi -. La responsabilità estesa del produttore è indispensabile, ma non possiamo aspettare che il sistema sia pienamente operativo mentre le imprese esauriscono le risorse economiche e gli spazi di stoccaggio. Occorre un intervento ponte, accompagnato da regole chiare e da una programmazione nazionale. Senza una filiera industriale in grado di raccogliere, selezionare e trattare i tessili, qualunque obiettivo di riciclo rischia di restare soltanto sulla carta. Salvare oggi la filiera del recupero tessile significa evitare domani un’emergenza ambientale, economica e occupazionale”.










