Indietro
menu
padre e figlia archiviati

"Israele è odio e morte": per il gip la critica in chat privata non è reato

In foto: Giovanni Grandi e la figlia Teresa
Giovanni Grandi e la figlia Teresa
di
Lamberto Abbati
   
Tempo di lettura 2 min
Tempo di lettura 2 min

Tutto inizia con un semplice messaggio privato su Instagram, inviato dal proprio profilo utilizzando però un device riconducibile al padre. In risposta a una storia in cui il console onorario d'Israele per Toscana, Emilia-Romagna e Lombardia, Marco Carrai, definiva lo Stato ebraico come «libertà e non apartheid», la giovane Teresa Grandi, riminese di 24 anni, scrive cinque parole: "Israele è odio e morte". Una reazione di dissenso politico che costa a lei e al padre Giovanni –  per anni impegnato in interventi umanitari in zone di conflitto con la Comunità Papa Giovanni XXIII, di cui è stato responsabile delle missioni all'estero – una pesante denuncia e una perquisizione da parte della Digos con tanto di sequestro di computer e cellulari. I reati ipotizzati per entrambi dalla Procura di Firenze sono gravissimi: minaccia a corpo politico, diffamazione aggravata e istigazione all'odio razziale. Il padre, finito di riflesso nella vicenda, sta con la figlia: "Condivido il suo pensiero", dice. 

La difesa, curata dagli avvocati Maurizio e Martina Ghinelli, ha smontato l'accusa punto per punto. Quel commento - è la tesi difensiva - non era propaganda pubblica, ma un messaggio diretto in chat privata, inidoneo a diffamare o a istigare terzi alla violenza. Inoltre, il console onorario non può essere qualificato come un “corpo politico-amministrativo”, espressione con la quale la legge indica un organo collegiale. Infine, hanno argomentato i legali di Giovanni e Teresa Grandi, "criticare la dura politica militare di un governo non significa attaccare un popolo o una religione: la forte critica all'operato di Israele rientra nel perimetro del diritto costituzionale alla libera manifestazione del pensiero".

Con la decisione di archiviazione, il gip ha accolto in pieno queste ragioni. "Una sentenza - dichiara la difesa - che riafferma un principio cardine: il dissenso politico, anche se espresso con toni aspri, non può essere criminalizzato"

Altre notizie