Indietro
menu
ultima puntata

Chimatemi Riviera. Carletto e Giada: la formazione, lo stage, lo sfruttamento

In foto: pexels
pexels
di Maurizio M. Taormina   
Tempo di lettura 5 min
Dom 12 Apr 2026 12:43 ~ ultimo agg. 8 Apr 18:00
Tempo di lettura 5 min

Siamo all'ultima puntata di Chiamatemi Riviera Podcast di Maurizio Taormina. Prima di lasciargli la parola per presentarci l'ultima storia che ci racconterà vorremmo ringraziarlo per averci accompagnato in questo viaggio che si è sviluppato, puntata dopo puntata, lungo i mesi invernali fino all'inizio di una nuova stagione turistica. Un viaggio che ci ha mostrato che le sfumature possono fare la differenza, dove i colori sgargianti della patina superficiale spesso nascondono molto altro. Il nostro obiettivo, dando voce alle persone incontrate sul "campo" da Maurizio, era quello di alzare un po' il velo, creare qualche domanda, e magari, per quelle zone d'ombra messe in luce, una possibilità di cambiamento.

 

C’è una parola che negli ultimi anni è diventata rassicurante.
Una parola che compare nelle brochure, nei progetti scolastici, nei colloqui con le famiglie. Una
parola che promette crescita, esperienza, futuro: Stage.
Dentro questa parola, tutto sembra in ordine.
Formazione, ingresso nel mondo del lavoro, apprendimento sul campo. Un passaggio quasi
naturale, necessario. Una tappa. Un investimento.
Poi si arriva in Riviera.
E la parola cambia senso.
Carletto e Giada prova a raccontare proprio questo scarto.
Tra ciò che viene promesso e ciò che accade. Tra il linguaggio ufficiale e la realtà concreta. Tra la
narrazione e il sistema.
Hanno sedici e diciassette anni.
Arrivano da una scuola alberghiera, da un Sud che guarda alla Riviera come occasione. Curriculum,
esperienza, autonomia. Tutto regolare, sulla carta.
Poi iniziano i turni.
Orari che non esistono nei manuali.
Responsabilità che non appartengono a chi sta imparando. Fatica che non ha niente di formativo.
Carletto al bar, minorenne, a servire cocktail che non conosce, travolto da richieste che non riesce a
decifrare. Giada in sala, quattordici ore al giorno, tra colazioni, pranzi, cene, con un corpo che regge
e una testa che inizia a cedere.
Non è eccezione.
È sistema.
Un sistema che da anni si regge su un equilibrio fragile e mai dichiarato:
chi ha meno strumenti, meno esperienza, meno voce, è più facile da utilizzare. Più sei giovane, più
sei adattabile. Più sei lontano da casa, più è difficile dire no. Più sei in formazione, più puoi essere
spostato, allungato, piegato.
E tutto questo, spesso, dentro una zona grigia che diventa normalità.
La Riviera, anche qui, non è sfondo.
È un organismo complesso che continua a funzionare grazie a una catena invisibile di lavoro
giovane, precario, temporaneo. Una filiera dove la parola "esperienza" sostituisce "diritto", dove la
parola "opportunità" copre "sfruttamento".
E attorno, il silenzio.
La scuola che certifica senza poter verificare.
Le istituzioni che osservano senza intervenire. I sindacati che riconoscono ma non incidono. Gli
adulti che giustificano, perché "è sempre stato così". Perché "serve a farsi le ossa". Perché "il lavoro è questo".
Ma a sedici anni non si dovrebbero fare le ossa.
Si dovrebbe imparare. E imparare non significa resistere allo sfinimento.
Il racconto restituisce tutto questo con una lingua che alterna ironia e crudeltà.
Si sorride, a tratti. Per certe immagini, per certe situazioni che sfiorano il paradosso. Ma è una risata
che si spegne in fretta. Perché sotto c’è una realtà precisa: adolescenti che lavorano come adulti,
pagati come comparse, trattati come numeri.
E anche qui ritorna un tema che attraversa tutto il libro:
l’incomunicabilità.
Carletto e Giada parlano una lingua che non è quella dei loro datori di lavoro.
Non è quella delle istituzioni. Non è nemmeno più quella della scuola. È una lingua fatta di
stanchezza, di tentativi, di silenzi. Una lingua che spesso non trova interlocutori.
E quando non c’è ascolto, resta solo l’adattamento.
Sorridere. Servire. Resistere.

La Riviera continua a funzionare.
Le sale si riempiono, i piatti escono, i cocktail girano. La stagione va. I numeri tengono. Le
dichiarazioni parlano di successo, di record, di crescita.
Ma sotto, qualcosa si consuma.
Carletto e Giada è anche questo:
la misura di una distanza. Tra ciò che raccontiamo di essere e ciò che siamo diventati. Tra l’idea di
formazione e la pratica dello sfruttamento.
E allora la domanda, inevitabile, torna anche qui:
che futuro può avere un sistema che forma i propri giovani abituandoli, fin da subito, a non avere
voce?
Perché se l’ingresso nel lavoro coincide con la rinuncia, con il silenzio, con l’accettazione di
qualsiasi condizione, il rischio non è solo individuale. È collettivo.
È il futuro stesso che si svuota.
Questa è l’ultima puntata di una serie che ha accompagnato le nostre domeniche.
Un ringraziamento sincero a chi ha letto, ascoltato, seguito questo percorso.
A chi si è fermato su queste storie. A chi ha riconosciuto, anche solo per un attimo, qualcosa di
vero.
Chiamatemi Riviera Podcast si chiude qui.
Ma le voci che avete ascoltato continuano a esserci, nella raccolta di racconti pubblicata da NFC
Edizioni e nella vita di ogni giorno.
Perché Riviera non è solo un luogo.
È anche una voce.
E continua a parlare, anche quando facciamo finta di non sentire.
Basta volerle sentire.
Buon ascolto.

Altre notizie
di Carlo Alberto Pari