Chiamatemi Riviera. Racconti "da ascoltare" per immaginare un cambiamento
Da questa domenica parte sul nostro sito una nuova collaborazione con Maurizio Taormina, che si aggiunge ai nostri editorialisti. La lettura del suo libro Chiamatemi Riviera ha sollecitato il desiderio di approfondire temi che hanno un legame profondo con la nostra terra, cresciuta e arricchitasi grazie al turismo, e la nostra identità. Quella di Maurizio è stata una ricerca sul campo, fatta di ascolto profondo e analisi lucida. Le storie raccolte nel libro diventeranno storie anche per i nostri lettori. Storie che scuotono le coscienze e che speriamo possano creare anche un dibattito costruttivo sul turismo. Con Maurizio ci siamo a lunghi confrontati su cosa sarebbe potuto essere questo spazio e il frutto di questa riflessione ci terrà compagnia nei prossimi mesi. Non solo storie da leggere ma storie anche da ascoltare (dal prossimo editoriale) attraverso un podcast a cui lo stesso autore ha dato voce. Buona lettura e, prestissimo, anche buon ascolto
Chiamatemi Riviera
di Maurizio M. Taormina
Sette racconti, tratti dalla raccolta Chiamatemi Riviera, sette podcast, per parlare di un fenomeno che riguarda tutti e ci parla da vicino.
Turismo, Riviera, Stagione, Crisi. Sono parole che abitano stabilmente il nostro vocabolario pubblico. Le pronunciamo spesso, le leggiamo nei titoli dei giornali, le ascoltiamo nei convegni e nelle dichiarazioni ufficiali. Eppure, quasi sempre, vengono trattate come compartimenti stagni: il turismo come settore economico, la
Riviera come luogo, la crisi come un evento astratto o congiunturale, insieme a urbanistica, trasformazione edilizia e ambientale come cose che riguardano pochi privati e non l'intera comunità. Raramente ci si sofferma sulla loro complessità intrecciata, sulla necessità di leggerle e raccontarle come parti di un unico sistema.
I racconti da cui nascono questi podcast – tratti dal libro Chiamatemi Riviera – provano a fare esattamente questo: entrare nel sistema, mostrarne le radici, le trasformazioni e soprattutto le distorsioni, senza ricorrere alla forma del saggio o dell’analisi accademica, ma scegliendo la strada della narrazione letteraria. Perché non sempre sono i numeri o i grafici a restituire la verità di un modello produttivo; spesso sono le vite che lo attraversano.
Tra i fili centrali che attraversano l'intera raccolta è presente una riflessione sulla genesi e l'evoluzione del modello turistico romagnolo, nato come modello produttivo inizialmente fondato sulla cellula familiare. Un’economia in cui l’intero nucleo – uomini, donne, anziani, bambini – era coinvolto nel lavoro, nella costruzione dell’impresa e, di conseguenza, nel miglioramento delle condizioni materiali della famiglia. Un modello duro, spesso faticoso, ma orientato alla crescita, all’accumulo, a una prospettiva di futuro.
Quel modello, da tempo, è entrato in crisi. Ma la crisi non ha colpito in modo neutro: ha colpito soprattutto l’idea stessa di produzione, sostituendola progressivamente con la logica della rendita. La proprietà dei muri, la frammentazione delle gestioni, l’esternalizzazione del rischio hanno ridisegnato l’intera filiera turistica. Il lavoro – quello vero – è diventato la variabile di aggiustamento. Lo sfruttamento non è scomparso: si è semplicemente trasferito, ri-organizzandosi lungo la filiera. Proprietari, gestori, subappalti, lavoratori stagionali. Turni di dieci, dodici, quattordici ore. Contratti irregolari o fittizi. Diritti sospesi in nome della stagione, dell’emergenza, della competitività. Tutto questo non rappresenta più un’eccezione, ma una normalità accettata, spesso taciuta.
Chi paga il prezzo più alto di questa degenerazione del sistema?
I giovani, gli immigrati, le fasce sociali più fragili. Sono loro i protagonisti di questi racconti. Non come figure simboliche o statistiche, ma come voci vive. Parlano in prima persona, raccontano il lavoro, la fatica, le aspettative tradite, i sogni compressi. Lo fanno con il loro linguaggio, diretto, talvolta ruvido, a volte spiazzante. Ma autentico. Questi racconti nascono da tre anni di lavoro sul campo. Un lavoro che ha avuto molto del giornalismo d’inchiesta ma, ancor di più, dell’esperienza
condivisa: ho affiancato queste persone, ho svolto gli stessi lavori, ho osservato da vicino aspirazioni, frustrazioni, desideri, pianti, rabbie. Ho toccato con mano cosa significhi reggere questo peso quotidiano, soprattutto nel silenzio rumoroso della politica, dei sindacati, delle associazioni, delle istituzioni, di tutti coloro che, almeno sulla carta, dovrebbero occuparsene. Ho cercato di dare parole a volti e storie che restano invisibili, pur essendo il perno dell’intero sistema turistico. Senza di loro, semplicemente, nulla funzionerebbe. Eppure, sono proprio loro a essere esclusi da qualsiasi orizzonte di futuro.
Questa è, a mio avviso, nel senso più profondo, la cosiddetta letteratura civile. Così Leonardo Sciascia definiva il racconto che nasce dalla presa diretta, dall’urgenza della denuncia, dal bisogno di testimoniare. La letteratura italiana ha una grande tradizione in questo senso: da Verga a Pasolini, dallo stesso Sciascia a molti altri. Spesso ha aiutato a comprendere le trasformazioni, i mutamenti, a fissarne nella storia, quasi fotograficamente, il momento. È in
questa dimensione “civile” spero possano essere collocati questi racconti. Ma, come sempre, saranno i lettori e gli ascoltatori a giudicare.
Un’ultima annotazione voglio dedicarla al linguaggio.
È il linguaggio delle generazioni che abitano queste storie. In questi anni ho annotato frasi, idiomi, slang; ho studiato dizionari dei linguaggi giovanili con un solo obiettivo: non snaturarne l’efficacia, non addomesticarne l’impatto. Perché anche le parole sono un terreno di conflitto, e tradirle significa tradire chi le pronuncia.
A loro – ai giovani, agli invisibili, a chi regge sulle proprie spalle un sistema che li consuma – questo lavoro è dedicato.
Nella speranza che raccontare, oggi, sia ancora un modo per immaginare un cambiamento, lo faccio, anche, grazie all'editore, Amedeo Bartolini di NFC Edizioni, a Radio Icaro e alla sua direttrice Simona Mulazzani, che ci hanno creduto e stanno contribuendo per amplificare e diffondere quelle voci.












