Caso Pantani, spunta la pista del pestaggio ma la Procura la demolisce
Un fantomatico debito di droga da 260mila euro e un presunto pestaggio avvenuto la mattina del 14 febbraio 2004 nella stanza del residence "Le Rose" di Rimini. È lo scenario descritto da un detenuto all'epoca rinchiuso nel carcere dei Casetti, emerso da una presunta confidenza fatta a un agente penitenziario e poi finito nei verbali dell'ennesima inchiesta sulla scomparsa di Marco Pantani. Un racconto drammatico, in cui si sostiene che il "Pirata" sarebbe stato massacrato di botte e costretto a ingoiare cocaina liquida. Ma l'integrazione depositata al gip dal sostituto procuratore Luca Bertuzzi demolisce punto su punto questa narrazione, ritenuta il frutto di una sindrome da mitomania alimentata dal clamore mediatico.
I riscontri delegati ai carabinieri smentiscono infatti ogni dettaglio: i tabulati telefonici collocano i presunti aggressori in luoghi del tutto distanti dal residence; l'ispettore di polizia penitenziaria indicato dal detenuto ha escluso di aver mai raccolto simili confidenze; e dagli accertamenti bancari non risulta che Pantani avesse disponibilità così elevate. A chiudere il cerchio è la scienza: l'autopsia, infatti, ha escluso categoricamente lesioni, traumi o segni di violenza fisica perpetrati da terzi. La morte campione romagnolo, ribadisce la Procura nel confermare la richiesta di archiviazione, fu causata esclusivamente da uno shock cardiocircolatorio per overdose da psicofarmaci e cocaina.










