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A Rimini la plastica riciclata finisce nell'indifferenziato

In foto: rifiuti hera
rifiuti hera
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Redazione
   
Tempo di lettura 4 min
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Plastica riciclata bruciata insieme all’indifferenziato. Sembra una beffa, ma è quello che accade a Rimini, Cesena e probabilmente in molte altre province. Fomentato da anni di complottismo il pensiero subito scatta verso amministrazioni o aziende ritenute incapaci o peggio colluse con un sistema economico distorto. Ma le cose non stanno così. O meglio, c'è un sistema economico distorto ma è più a monte.

Facciamo un passo indietro, lo scorso 16 giugno il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, e l’assessora all'Ambiente, Irene Priolo, hanno inviato una lettera urgente al ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, chiedendo un intervento immediato e risolutivo da parte del Governo, sulla crisi del settore del riciclo.

Eppure, guardando i numeri della raccolta differenziata il quadro che emerge ci parla di una maggiore attenzione da parte delle persone nel conferimento dei rifiuti. Secondo i numeri del Corepla e dei vari consorzi dedicati alla raccolta nel primo semestre del 2026 la raccolta è cresciuta del 5%, quasi un milione di tonnellate.

Il problema comincia dopo la raccolta, una volta che il materiale plastico dovrebbe cominciare l'iter del riciclo. Accade infatti che il Corepla ritiri il materiale sempre più di rado, con il conseguente accumulo nei piazzali delle aree di raccolta. Il motivo è presto detto: oggi viene prodotta più plastica di quella richiesta dal mercato, e questo ha fatto crollare il prezzo della materia prima. Secondo un'indagine svolta dal Il fatto Quotidiano, "una tonnellata di Pet vergine (la plastica delle bottiglie, la migliore, la più riciclabile) arrivata dall'Asia o dall'Egitto costa 750 euro, la stessa tonnellata riciclata in Italia 1.200-1.300 euro. Chi produce flaconi e vaschette, scegliendo il riciclato, pagherebbe il 60% in più".

L'economia detta le regole, e a questo punto tutta la plastica riciclata con attenzione dai cittadini e conferita e raccolta regolarmente rimane ferma dov'è perché a nessuno conviene più utilizzarla.

Una situazione che apre un ulteriore problema che riguarda il rischio incendi, come evidenziano de Pascale e Priolo nella lettera al ministro. 

"Considerata la tipologia del rifiuto e il periodo dell’anno caratterizzato da temperature particolarmente elevate- spiegano- accumulare altra plastica creerebbe una situazione di grave pericolo legata al rischio incendi, in aperto contrasto con le linee guida fornite dallo stesso Ministero e dalle autorità di sicurezza. Se la situazione di stallo dovesse persistere, si arriverà a un paradosso ambientale insostenibile: per svuotare i centri ed evitare rischi, si renderà obbligatorio avviare al termovalorizzatore anche i rifiuti plastici raccolti capillarmente e correttamente da cittadine e cittadini attraverso la raccolta differenziata. Dobbiamo difendere il lavoro fatto in questi anni per declinare in concreto la sostenibilità che ha consentito la creazione di nuove filiere produttive legate al riciclo tra cui anche i progetti Faro del Pnrr".

Il presidente de Pascale e l’assessora Priolo chiedono dunque al ministro Pichetto Fratin di intervenire con soluzioni d'emergenza che tutelino la filiera produttiva del riciclo.

Il ministro Gilberto Pichetto Fratin proprio lo scorso novembre, a Ecomondo, aveva definito i rifiuti “il più grande giacimento che abbiamo”. Oggi quelle parole sembrano invecchiate molto male.

Nel frattempo lo scorso giovedì 10 settembre la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha approvato un documento, elaborato dalla Commissione ambiente, energia e sostenibilità, contenente alcune proposte di azioni a breve termine per  affrontare il problema della crisi della filiera degli imballaggi in plastica.

Nel documento, le Regioni sottolineano che la principale causa immediata della crisi è rappresentata dalla discontinuità nel ritiro dei materiali lavorati da parte del sistema consortile. Per questo motivo chiedono misure urgenti volte a garantire tempi certi per i ritiri, lo smaltimento delle giacenze accumulate e la copertura dei costi straordinari sostenuti da Comuni e gestori del servizio pubblico. Le proposte riguardano inoltre la sicurezza degli stoccaggi, il coordinamento dei trasferimenti interregionali, il potenziamento del monitoraggio dei dati, il sostegno economico al mercato delle materie prime seconde, il rafforzamento dei controlli sulle importazioni di materiali riciclati e la promozione degli impianti e delle filiere territoriali del riciclo.

Al momento Hera non rilascia dichiarazioni, facendo intendere come la questione sia politica e non legata all'azienda.

Come sempre, al problema ambientale che scontiamo tutti indifferentemente, si aggiunge il conto economico pagato principalmente dai comuni e dagli enti locali che coprono gli stoccaggi d’emergenza coi fondi ordinari del servizio rifiuti. Inoltre, il mancato raggiungimento degli obiettivi europei di riciclo ha un costo anche per i singoli stati che finanziano il bilancio europeo anche in base alla plastica che non riciclano. O meglio, che prima riciclano e poi gettano di nuovo nell'indifferenziato.

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