Indietro
menu
durante il covid

MaD. La musica a distanza e la "perdita" del corpo. Riflessioni di un'insegnante

In foto: Francesca Gasparini
di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 5 minuti
ven 18 feb 2022 12:11 ~ ultimo agg. 14:55
Facebook Whatsapp Telegram Twitter
Print Friendly, PDF & Email
Tempo di lettura 5 min
Facebook Twitter
Print Friendly, PDF & Email
Da tanti mesi parliamo di Dad, interrogandoci su cosa possa rappresentare nell’esperienza scolastica e di vita di bambini e ragazzi. Il discorso può essere allargato, aprendo lo sguardo anche alle passioni, come la musica, che nascono, maturano e diventano vitali proprio negli anni della fanciullezza e della adolescenza, restando poi, da adulti, preziose àncore di salvezza, anche se non si diventa grandi musicisti.
La riflessione arriva da Francesca Gasparini, riccionese di origine che da tanti anni vive nell’appennino bolognese, dove insegna flauto in una scuola di musica. Il tema è la MaD, la musica a distanza, a cui il covid ha obbligato tante scuole di musica. Francesca non solo riflette sulla fatica del metodo, ma soprattutto sulla privazione della corporeità che ne è conseguita. Un ragionamento che supera il solo ambito musicale.
Il flauto traverso – scrive – non si suona con la bocca, come si è portati a credere. La bocca è solo un foro attraverso cui esce l’aria, un’aria calda e profonda, bagnata di saliva, che sale dall’interno del corpo“. “ io questi allievi li tocco, tocco le loro mani, le loro spalle per sentire se sono rilassate, tocco la loro pancia per capire se stanno usando correttamente il diaframma, tocco i loro flauti per sistemarli nelle posizioni più corrette“. Il covid prima ha imposto il distanziamento, il mancato contatto, tra docente e allievo, poi ha comportato anche la MaD: “la MaDscrive l’insegnante – è frustrante per il maestro e per l’allievo: l’uno non riesce ad insegnare nulla e l’altro non impara nulla, si demoralizza, perde interesse, smette di suonare. È come voler insegnare a modellare l’argilla senza argilla, o insegnare a nuotare fuori dell’acqua. È come voler respirare in assenza d’aria. Nella pratica musicale degli strumenti musicali il corpo è tutto e senza corpo non c’è musica. La musica che non si è suonata, le conoscenze che non ci si è scambiati, la bellezza che non si è trasmessa non potranno essere recuperate”. E aggiunge: “Ma in fondo anche la vita vera è corpo, senza corpo si spegne, non solo metaforicamente.Il paradosso dell’insegnamento degli strumenti a fiato a distanza è il medesimo che ha ammorbato la nostra vita in tutti gli altri ambiti in questi anni: esso ne è emblema estremo e lampante”. 
la riflessione:
Suonare uno strumento a fiato è un atto globale del corpo, richiede conoscenza e dominio dei suoi meccanismi interni.
Sono flautista e insegno flauto traverso in una scuola di musica, a bambini e adulti. Il flauto traverso non si suona con la bocca, come si è portati a credere. La bocca è solo un foro attraverso cui esce l’aria, un’aria calda e profonda, bagnata di saliva, che sale dall’interno del corpo. Il flauto traverso lo si suona con il diaframma e richiede il dominio della respirazione addominale. Per far comprendere agli allievi come usare il diaframma, come muoverlo (farlo salire e scendere), insegno esercizi di consapevolezza corporea e di respirazione. Poi c’è da capire come direzionare l’aria, come rallentarla e velocizzarla per ottenere i diversi armonici, ci sono le posture del corpo, così innaturali, di cui bisogna appropriarsi e far diventare “seconda natura”.
Allora io questi allievi li tocco, tocco le loro mani, le loro spalle per sentire se sono rilassate, tocco la loro pancia per capire se stanno usando correttamente il diaframma, tocco i loro flauti per sistemarli nelle posizioni più corrette, li guardo da vicino per capire la loro specifica fisiologia e vedere se quell’errore di postura nella bocca o nelle braccia non sia solo una loro peculiarità, mi faccio soffiare nella mano per sentire se l’aria è abbastanza calda e verticale, canto mentre loro suonano per aiutarli con ritmiche e intonazioni. Anche loro all’inizio mi devono toccare per sentire come si muove la pancia quando il diaframma sale e cosa fanno i muscoli dell’addome quando è attiva la respirazione addominale. Io e gli allievi respiriamo uno stesso respiro. Queste cose non si possono spiegare ma solo mostrare e sentire.
Poi io suono per loro perché solo così possono riconoscere qual è la vera voce del flauto, qual è il suono che devono cercare.
Infine suoniamo insieme. Duettiamo. Diventiamo un corpo solo fatto di due voci.
Poi è arrivato il Covid e con il Covid le restrizioni per le scuole di musica con strumenti a fiato. Il fiato è pericoloso: il fiato è ammorbante. Attraverso il fiato si veicola quanto c’è di più spaventoso e mortifero: il virus.
Ma poiché la musica degli strumenti a fiato senza fiato non può esistere, allora insegnare la nostra musica è vietato? No certo! Ma ci vogliono le dovute accortezze. Occorre stare almeno a un metro di distanza dall’allievo e indossare la mascherina. Tutto deve essere sanificato. Non ci si può toccare, né toccarsi vicendevolmente gli strumenti. Ma se io non posso avvicinarmi all’allievo e guardarlo, se non posso toccarlo per fargli capire cosa deve fare, se non posso fargli sentire cosa fa il mio corpo e il mio fiato quando suono, se non posso cantare e suonare insieme a lui allora non posso insegnargli nulla.
Siamo insieme nella stanza ma già dobbiamo comportarci come lontani e incorporei. Abbiamo un corpo ma è già impalpabile.
In seguito siamo dovuti uscire dalle aule, da quella scatola sonora che è la scuola di musica: è arrivata la didattica a distanza e la musica è stata spacciata. Il mezzo stesso con cui essa si espleta (la videochiamata) è radicalmente incompatibile con l’insegnamento della musica anche solo per il ritardo nella comunicazione: il suono è distorto, schiacciato, altalenante, perciò non è possibile comprendere la qualità dell’emissione né dare indicazioni su di essa (aspetto centrale nell’insegnamento dello strumento a fiato); l’allievo suona e, quando sbaglia, il maestro dovrebbe all’istante commentare l’errore e in caso fermare l’esecuzione per evitare che l’errore sia ripetuto, ma non può farlo perché il suo commento arriverebbe in ritardo, non sarebbe compreso e creerebbe solo confusione; per quanto sia grande lo schermo il maestro non è in grado di cogliere visivamente i dettagli dell’esecuzione dell’allievo, come postura e diteggiature, e non può in alcun modo agire su di essi; far ascoltare all’allievo una frase musicale ritmicamente complessa perché la ripeta è un’impresa epica; non è possibile cantare mentre l’allievo suona né fare duetti con lui; non c’è nulla che si possa trasmettere attraverso il corpo, tutto deve essere spiegato a voce con grandi difficoltà (quando gli allievi sono molto piccoli ciò è del tutto impossibile). Last but not least, a distanza non si potrebbe in alcun modo avviare allo strumento un nuovo allievo.
La MaD è frustrante per il maestro e per l’allievo: l’uno non riesce ad insegnare nulla e l’altro non impara nulla, si demoralizza, perde interesse, smette di suonare. È come voler insegnare a modellare l’argilla senza argilla, o insegnare a nuotare fuori dell’acqua. È come voler respirare in assenza d’aria.
Nella pratica musicale degli strumenti musicali il corpo è tutto e senza corpo non c’è musica. La musica che non si è suonata, le conoscenze che non ci si è scambiati, la bellezza che non si è trasmessa non potranno essere recuperate.
Ma in fondo anche la vita vera è corpo, senza corpo si spegne, non solo metaforicamente.
Il paradosso dell’insegnamento degli strumenti a fiato a distanza è il medesimo che ha ammorbato la nostra vita in tutti gli altri ambiti in questi anni: esso ne è emblema estremo e lampante.
Siamo sicuri che fosse necessario fare queste prove di incorporeità per sopravvivere alla malattia dei corpi? Che per salvare i corpi si dovesse sperimentare queste forme di non-vita?
Io non ho risposte, ma penso si debba molto riflettere per il tempo presente e per il futuro, perché ciò che abbiamo sacrificato è forse una parte di noi che non sapremo più recuperare.