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"Resta il suo grande sorriso"

A San Girolamo addio commosso ad Elio Tosi

In foto: Elio Tosi
di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 4 minuti
dom 14 feb 2021 08:34 ~ ultimo agg. 15:52
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Tantissime persone ieri mattina si sono ritrovate alle chiesa di San Girolamo di Rimini per l’ultimo saluto ad Elio Tosi, l’Elio dell’Embassy come spesso veniva chiamato uno degli imprenditori che più ha fatto per la crescita del turismo in Riviera. Un ultimo saluto commosso con tanti amici e conoscenti che sono anche dovuti rimanere fuori dalla chiesa nel rispetto delle norme anti-covid. Tra i presenti anche il sindaco di Rimini Andrea Gnassi e quello di Riccione Renata Tosi. 

La messa è stata celebrata dal parroco di San Girolamo don Roberto Battaglia che conosceva bene il suo parrocchiano e ne ha tracciato nell’omelia un ritratto intenso e affettuoso.

Gesù amava mangiare a casa di Marta, Maria e Lazzaro, dove era spesso ospitato assieme ai suoi discepoli (cfr. Lc 10, 38-42). Siamo tutti grati al nostro Elio per essere stati ospitati dal suo affetto e dalla sua amicizia, con una cura dell’accoglienza che ha segnato la storia della nostra Città”. ” Personalmente ho conosciuto Elio in questi primi anni trascorsi qui nella Parrocchia San Girolamo, proprio a partire da quel sorriso accogliente con cui mi salutava prima della Messa delle 11, entrando in chiesa sempre con grande anticipo, quando ancora non c’era nessuno. Sono stato ospitato a pranzo a casa sua, potendo sperimentare la cucina della cara Rita – senza la quale non sarebbe stata possibile la sua grande avventura professionale, che lo ha reso protagonista della storia di Rimini – e il suo piacere di accogliere e incontrare l’altro. Sottolineo quest’ultimo aspetto perché mi pare che sia l’insegnamento fondamentale che offre alla nostra Comunità parrocchiale e all’intera società civile. Il brano del Vangelo secondo Giovanni che è stato proclamato (Gv 11, 17-27) ci ricorda la natura dell’amicizia tra Gesù, Marta, Maria e Lazzaro, segnata dalla gratuità e dall’accoglienza. I tre fratelli che ospitavano il Signore con i suoi discepoli non avevano ruoli nella comunità, incarichi o ministeri. Amavano Gesù, che a sua volta amava stare a pranzo da loro, colpito dalla cura di Marta nel preparare da mangiare e commosso dal desiderio di Maria, che non perdeva neppure una parola di quel che diceva, non esitando a rompere un vaso di unguento profumato e preziosissimo per ungere i suoi piedi (Gv 12, 1-8), un gesto che scandalizzò il moralista Giuda, per questo apparente “spreco”, che in realtà
esprimeva il riconoscimento di un rapporto decisivo per la propria vita. Questo rapporto è il cuore dell’esperienza cristiana, e non è superfluo sottolinearlo, poiché, non di rado, anche all’interno della comunità ecclesiale può prevalere la freddezza dei programmi e delle strutture, riducendo la partecipazione alla vita stessa della Chiesa a ruoli o a funzioni nell’organizzazione. Tra Gesù, Maria, Marta e Lazzaro prevaleva, invece, il calore di un abbraccio in cui ogni uomo e ogni donna, in qualsiasi situazione si trovino, senza alcuna preclusione, possono essere accolti.
Papa Francesco, per richiamare questo aspetto, cita spesso uno dei suoi film preferiti, “Il pranzo di Babette” (cfr., ad esempio, Amoris laetitia 129) la cui trama è incentrata sullo “spreco di amore” espresso in un pranzo preparato con cibi e bevande preziosissimi: «I protagonisti sono persone che vivono in un calvinismo puritano esagerato, a tal punto – affermava l’allora Card. Bergoglio – che la redenzione di Cristo si vive come una negazione delle cose di questo mondo. Quando arriva la freschezza della libertà, lo spreco per una cena, tutti finiscono trasformati. In verità questa comunità non sapeva che cosa fosse la felicità. Viveva schiacciata dal dolore… aveva paura dell’amore» (J. M. Bergoglio in A. Tornielli, Jorge Mario Bergoglio. Francesco. Insieme, Piemme, Milano 2013). Abbiamo proprio bisogno, nella Chiesa e nella società, di questo “spreco di amore”, di questa “freschezza della libertà”, di questo «gusto di riconoscere l’altro» (Francesco, Enciclica Fratelli tutti n. 218), di affermare l’altro come un bene, in politica, nel turismo come nei rapporti quotidiani. Quando ascoltavo i racconti di Elio, con alcuni aneddoti riguardanti i suoi rapporti con le tante personalità conosciute dirigendo l’Embassy, emergeva non tanto il vanto per la sua familiarità con volti noti dello spettacolo o della politica, quanto piuttosto il gusto dell’incontro con ciascuno, che anche tutti noi abbiamo sperimentato nel suo sorriso e nella sua caratteristica stretta di mano. «La vita è l’arte dell’incontro», ci ricorda Papa Francesco nell’Enciclica Fratelli tutti (n. 215) sottolineando che «l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro» (Ibid., 66). Nella Chiesa come nella società civile, di fronte alle grandi sfide del tempo drammatico in cui viviamo, siamo tentati di pensare che questo sia poco, ma la novità, che genera una speranza e uno sguardo positivo sulla realtà, irrompe nella nostra vita sempre e solo per un incontro umano. È il metodo di Gesù.
«Tuo fratello risorgerà», si rivolge il Signore a Marta, la quale risponde: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno» (Gv 11,24). Ma questo ancora non basta alla donna che soffre per la morte del fratello Lazzaro, e non basta neppure a noi. «Io sono la risurrezione e la vita – continua Gesù – chi crede in me anche se muore vivrà […] Credi questo?» (Gv 11, 25). A quel punto Marta, per rispondere, non può più limitarsi all’affermazione di un contenuto teorico, della quale pure era convinta, ma deve ripartire dall’esperienza vissuta con Cristo, nella storia di quella straordinaria amicizia fiorita in pranzi e cene, in gesti di ospitalità e condivisione, ed allora, in forza di quanto vissuto, può finalmente esclamare: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11, 27).
Noi rinnoviamo questo riconoscimento della fede, che ha sempre sostenuto Elio anche nelle prove della vita, come ho potuto constatare dal modo con cui ha affrontato le sofferenze che, anche negli ultimi anni, non gli sono state risparmiate. Pochi giorni dopo aver ricevuto l’importante riconoscimento della Città con il Sigismondo d’oro, Elio
venne qui in chiesa con la moglie Rita per ringraziare il Signore dei 65 anni del loro Matrimonio e noi imploriamo per lui e per noi la misericordia di Dio, più grande di qualsiasi male commesso o subito, affinché, come grandi peccatori perdonati, possiamo tutti ritrovarci nel grande banchetto celeste del Paradiso”.

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