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Se il treno sembra il 'Bar Sport'

In foto: i "tipi da treno" di @octoberjones
di Gianluca Angelini   
Tempo di lettura lettura: 9 minuti
dom 24 lug 2016 07:42 ~ ultimo agg. 23 lug 23:13
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Nelle ore successive all’incidente ferroviario in Puglia, sulla linea Andria-Corato, in cui hanno trovato la morte 23 persone mentre altre 50 sono rimaste ferite, i giornali – soprattutto quelli più grandi – sembrano avere scoperto, d’incanto, un’Italia che, sulle rotaie, spende gran parte della propria vita. Diretta, quotidianamente, al lavoro. L’Italia pendolare. E giù articoli sulle linee più o meno moderne – no, vabbè, più o meno arretrate – la calca sui regionali, le condizioni di viaggio pesanti e fastidiose, i ritardi infiniti.

Tutte cose vere che raccontano di un ‘microcosmo’ spesso avvilente. Eppure, da pendolare professionista – da qualche annetto avanti e indietro sulla tratta Rimini-Bologna – a voler guardare oltre i disservizi e le difficoltà e a prenderla con un sorriso, si scorge uno strano universo . Pure divertente.
La ‘Luisona’, la decana di tutte le paste, di sicuro non c’è. Ma il treno, che sferraglia per il Paese, un po’ il ‘Bar Sport’ lo ricorda. Eccome. Se nel libro di Stefano Benni – a proposito, tanti auguri per i quarant’anni in libreria portati benissimo – spunta una variopinta famiglia di personaggi quasi mitologici come il ‘tennico’ o il bimbo del gelato, il nonno da bar e il professore, il playboy da bar o il cinno, pure sui convogli sbuffanti all’occhio divertito del pendolare non sfuggono curiosi ‘tipi da treno’. Figure ricorrenti. Oramai tradizionali, pur con volti e intonazioni diversi.

Il babbo e ‘la montagna del rusco’
Il treno regionale costeggia la collinetta – ora verde, alberata e rigogliosa – cresciuta, negli anni, accatastando rifiuti. Il babbo romagnolo si rivolge ai figli, in gita domenicale e diretti a Firenze. “Ciò burdel ecco la montagna del rusco, siamo arrivati ufficialmente a Bologna”. “Ma babbo, non era la città delle Due Torri?”, chiede uno dei figli. “Ma si, certo, anche di quelle. Però una montagna del rusco mica la si vede ovunque…”.

Il nonnino del ‘lissio’
È lui, il perfetto nonnino romagnolo d’un tempo. Un po’ tracagnotto, baffoni grigi. Pantaloni blu di fustagno, camicia scozzese e panciotto blu senza maniche. Siede in treno. Me lo vedo, in inverno, a rimirare cantieri – da bravo umarell – e, in estate, a giocare a briscola sotto una veranda. Indossa delle auricolari che, da lontano, sembrano collegate a una radiolina d’antan. Invece sono attaccate a uno smartphone. Smanetta sul display, un po’ contrariato. “Osciadlamadona, un’s ved piò gnint (accidenti, non si vede più niente, ndr) – impreca – e adess? Ciò burdel – si rivolge a me – ‘sto iutub oggi non va”. Ri-smanetta ancora un po’ poi, sconsolato, si dichiara sconfitto. “Putana vigliaca – si lascia andare sul sedile – volevo ascoltare il lissio, Renzo il Rosso e la Luana Babini, putana vigliaca boia”. La Vecchia (smart) Romagna, che spettacolo.

Il ‘ragionier Filini’ della domenica
È il grande classico della domenica mattina. Sulla Frecciabianca diretta a Milano, il gruppo di coppie pensionate – in libera uscita per l’Italia in gita gastronomico-culturale – non manca mai. E, grande classico del grande classico: lui, l’organizzatore compulsivo. Il ragionier Filini della situazione. Che spesso, come il suo alter ego fantozzian-cinematografico indossa occhiali con lenti simili a fondi di bottiglia ed è roso – sempre – dalla smania di avere qualsiasi cosa sotto controllo. Agitatissimo si sincera che tutti siedano al posto giusto – redarguendo i pendolari che non lo cedono con la dovuta solerzia -, che i viveri per il viaggio siano sufficienti, che tutti siano allegri. “E che diamine, andiamo a divertirci”. Saltella tra un sedile e l’altro. Quando passa una signora di bell’aspetto cede il passo da gagà d’altri tempi, trasformandosi per un attimo nel ragionier Calboni. Subito fulminato dallo sguardo della moglie. Raggiunge l’acme tirando fuori dal borsello anni 70, delle schede del “bellissimo museo che andremo a visitare”. Senza ottenere gran successo. “Ascolta, tesoro – lo zittisce la consorte – lo sapevi che la “fiola dla Palmina’ (nome di fantasia, ndr) si è lasciata col marito…dai, fammi ascoltare”. Non resta che la Gazzetta dello Sport. Rosea compagnia per il povero Filini della domenica.

Quando i tedeschi vogliono fare gli italiani
Si allontanano dal loro gruppetto di giovani teutonici in gita e si dirigono verso i bagni – a pagamento – della Stazione di Bologna. Arrivano davanti ai tornelli. Il più biondo dei due inserisce l’euro nella buchetta e, appena le due lastre di vetro si aprono, volano dentro. Una volta passati, sorridono soddisfatti. Per un nano secondo: “oh, giovani – li apostrofa l’omino delle pulizie che ha visto tutto – allora? Un euro, un ingresso, mica due..”. Il tedesco tira fuori un’altra moneta. “No no, adesso esci – scuote il capo l’omino – rimetti il tuo soldino nella buchetta, ti rifai la fila”. Poi ghigna, “tse, venire a fare gli italiani a casa nostra…”

Il ‘Billy Elliot’ del binario 4
Il ragazzino, sui 15 anni, si è appena trangugiato quelle 5-6 merendine prese al distributore automatico sul binario 4. Non è proprio un fuscello ma deve sentirsi una specie di Billy Eliot: mentre mamma e sorella smoccolano per il ritardo del treno, lui ‘danza’. Saltella di qua è di là, prova una roba che dovrebbe essere un’attitude, piroetta a destra e a manca. Tutta sta grazia non la ha, movenze da Bolle nemmeno ma, nonostante la mole, tenta passi leggiadri. Soprattutto fa sorridere chi aspetta il convoglio in perenne ritardo e, per una volta, non guarda neppure in cagnesco il volenteroso controllore, già pronto alla supercazzola giustificatoria.

‘Inglisc’
Vicina di posto in treno. Chiacchiera con un’amica al telefonino. “Allora ti briffo un attimo: mi ha chiamato il cicci. Si, una chiamata classica, di default direi. No, simpatica, poi io ero già nel loop della risposta. Vabbè, ti saluto che devo preparare il roadshow”, aggiunge guardando l’orologio. “Accidenti, sto treno è un po’ late, bye”. Li becco tutti io.

Il ‘silenziatore’ di bambini
Nuovo arrivo nella galleria dei personaggi da treno: il silenziatore di bambini. Dopo essere stato una ventina di minuti al telefono con la madre chiedendole lumi sulla cena e ordinandole una impepata di cozze, si siede al suo posto e cerca di dormire. Proprio quando si assopisce, salgono due famigliole – babbo, mamma e due figli l’una, dirette al Sud per qualche giorno di vacanza. Ad ogni strilletto di uno dei piccoli fa partire un baritonale ‘sshh’. I bimbi lo prendono per un gioco e ad ogni ‘sshh’ replicano alzando un po’ il toni della voce. Cinque minuti così e poi biascica qualcosa in pugliese – si capisce giusto un ‘sti recchie de gomm’ più o meno – e fa partire un tonante “mobbasta”. Funziona: i genitori non osano replicare, i piccoli si zittiscono. Si risistema per il pisolino soddisfatto: “io con i bambini ci so fare…”.

Ti siedi, leggi un giornale e ti rilassi
Dunque, ricapitolando: “la scuola dei bambini; i manicaretti che non piacciono al marito; il bambino che gioca a basket e il saggio di danza della bambina; il catechismo; la gita domenicale; mio-babbo-che dice-che-io-da-piccola-tutti-quei-capricci-non-li-facevo; la-corsetta-che-sai-tra-un-po’-arriva-l’estate; il-lavoro-e-il-marito-e-i-figli-tutto bene?; ma-voi-pensate-di-farlo-qualche-giorno-di-ferie?; non-parliamo-delle-elezioni-va là-con-tutte-quelle-parolacce; ma-vogliamo-parlare-del-centro-estivo?; vabbè-va-ti lascio-che il telefonino scotta-ciao-ciao”. Il tutto in un’oretta o giù di lì a beneficio di mezzo scompartimento. Come si diceva un tempo: ti siedi in treno, leggi un giornale e ti rilassi? Ahahah
Il ‘gagà’ da scompartimento
È un pendolare, di quelli che scendono a Bologna. Uno ‘riottoso’. Che quando si siede dove capita poi sbuffa, quando arriva il legittimo proprietario del sedile. E sbuffa è un eufemismo. Gli chiede il posto una leggiadra fanciulla. Una modella, diretta a Milano. Altissima, ancor di più per il tacco chilometrico. Gli sorride, indica il posto e dice “sarebbe il mio”. “Subito”, si alza con movenze da consumato ‘gagà’. “Ecco qua. Ma prego, tutto suo. La posso aiutare con il bagaglio?”. “Grazie, fa lo stesso, lo appoggio a terra”, replica la ragazza. “A terra, ma si figuri. Poi si sporca, no no no. Ci penso io, sono qua apposta”. Si alza sulle punte per sistemare il bagaglio sulla rastrelliera, non senza fatica, poi sfodera un sorrisone. “Bene, tutto a posto. Allora buon viaggio, se ha bisogno di qualcosa, sono qui, chieda pure…”. Fa due passi, lancia il suo zaino su un sedile vicino, quasi colpendo il ragazzo seduto a fianco. “Eddai – gli biascica – spostati un poco che non ci passo, ca@%£”. Idillio finito.

L’untore’ da viaggio
Almeno una volta a settimana – nella stagione fredda – lo si incrocia. Ci possono essere anche venti posti liberi ma già lo sai, appena apre la porta, che si sistemerà a qualche centimetro da te. Cammina ondeggiando tutto infagottato nel suo piumino. Solitamente scuro. Ad ogni passo uno starnuto, seguito da una ‘tirata su con il naso’. Si guarda intorno e poi, con voce nasale – ovviamente – e un colpo di tosse chiede: “è libero?” Non puoi nemmeno opporti: “ma certo”. Il “grazie” é coperto da una raffica di starnuti e un altro colpo di tosse. Si siede e butta lo zaino sul sedile vicino. Lo apre e tira fuori mercanzia varia degna di una intera farmacia. Prova di tutto: pastiglie per la gola, sciroppo per la tosse, spray nasale. Invano. Guarda i vicini con l’occhio pallato, un po’ arrossato e proferisce le immancabili parole: “eh, quest’anno ‘sta influenza è proprio cattiva. Forse dovevo fare il vaccino, ma con tutto quello che sente in giro…”. Poi si alza starnutendo e se ne va: l’attenzione ai farmaci antinfluenzali gli ha fatto quasi perdere la sua fermata. Un grande classico. Di solito, quando lui scende, nello scompartimento sale la donnina fanatica della pulizia, con il suo straccetto e il deodorante spray: “Diobò, con tutti germi che avrà lasciato quello là…”

Il controllore. ‘Noio…volevàn savuar’
La Freccia Rossa si è appena fermata. Una famigliola francese – nonni e due nipoti – si avvicina, con il proprio carico di bagagli, al controllore appena sceso dal treno. I quattro mostrano il biglietto per avere conferma sul convoglio da prendere: il loro è quello successivo, la Freccia Bianca in arrivo a pochi minuti di distanza. “Do you speak english? Chiede il controllore”. “No, nous sommes francais”, replicano. Il controllore non si perde d’animo. Gesticola un po’ cercando di far cadere l’attenzione sul tabellone luminoso con l’indicazione dei treni e poi parte: “le tren vostr è l’altr. dop”. La più piccola del gruppetto francese al “dop” ha una intuizione: “ah, apres”. Sorride, spiega ai nonni e ringrazia. Quel che si dice il genio italico.

Le pendolari vuitton
E poi salgono le tre pendolari di oltre mezza età che buttano sul tavolino enormi, capienti, borse firmate invadendo tutto lo spazio come fosse casa loro. Le più temute della Frecciabianca del mattino. Si mettono a sproloquiare a voce discretamente alta, costringendo tutti a sentire le loro chiacchiere, solitamente di lavoro. Del loro lavoro. Lamentandosi di questo e di quello. Come se a tutti dovesse fregare qualcosa.

Il vecchio amico
Spesso, rimirando i compagni occasionali di viaggio nello scompartimento, chini sui loro tablet o i loro smartphone a digitare silenziosi senza mai guardarsi in faccia, viene un po’ di nostalgia per i tempi andati in cui un viaggio in treno rischiava di diventare una specie di seduta psicanalitica collettiva, con le verità più inconfessabili spiattellate bellamente al primo sconosciuto. Poi, all’improvviso sale sul treno ‘il vecchio amico della ragazza seduta vicino a te’ e rimpiangi subito l’era tecnologica. Perché ‘il vecchio amico della ragazza’ c’è sempre e, prima o poi, ti tocca. Lo riconosci subito: appena entrato nello scompartimento, individua la conoscente, sorride e si avvicina: “ciao xy, quanto tempo, sono ww, ti ricordi?”. Non aspetta nemmeno la risposta, si siede e ammicca “vecchi amici di liceo, quante ne abbiamo combinate…. Ma dimmi di te: vai a Bologna dal moroso? Non dirmi che ti sei sposata. Figli? E il lavoro, la casa? Cosa combini di bello che è tanto che non ci si vede?” Superato il fuoco di fila, la malcapitata prova a replicare chiedendo, a sua volta, come se la passi, lui. Che non aspetta altro. E attacca con una ‘geremiade’ ininterrotta sino a Bologna. Fermata di xy. “Il tempo vola con i vecchi amici, non è vero? – saluta -: vabbè, sarà per la prossima volta..”, aggiunge mentre la ragazza si affretta verso l’uscita. Rigorosamente senza voltarsi. Mai sottovalutare la funzione sociale di un tablet o di uno smartphone.

Le migliori amiche
A scuola chi non ha avuto in classe le migliori amiche che giravano sempre insieme, andavano al bagno insieme, facevano ricreazione insieme e con la stessa identica merenda…Sulla Frecciabianca del mattino che sbuffa tra Romagna e Bologna, le abbiamo ancora. Pendolari 40enni, salgono nella stessa stazione confabulando. Sguardo allo scompartimento, già discretamente pieno, e poi, inquadrato il posto da quattro con tavolinetto in mezzo, ti si parano dinnanzi con quell’aria da ‘non è che potresti spostarti, sai, siamo amiche?”. Aria apparentemente bonaria. Che vira in un misto di minaccioso-infastidito-insofferente – in meno di un nanosecondo – se la tua, e di qualche altro pendolare, di aria sembra dire ‘estic@#/!’. Di lì in poi, inizia una breve battaglia di logoramento: loro non si muovono, i pendolari seduti, alzano il sopracciglio con aria di sufficienza, poi si rituffano sul giornale, tablet o diavolerie tecnologiche varie. Talvolta, una voce fuoricampo sibila, ‘siam mica più alle medie’. Talvolta, qualcuno seduto si muove a compassione, sbuffa e si alza. Più spesso, le tre desistono e si siedono divise proferendo, a mezza voce, ‘cafoni…’

‘E mo’, come la mettiamo…?’
Sono tre amiche di mezza età. Trascinano, in un corridoio del treno – strettino a dire il vero – tre enormi trolley. “Posti 114, 115 e 116, sono i nostri”, grida una. “Però sono occupati”, urla un’altra. “Falli alzare”, attacca aggressiva la terza: “li abbiamo prenotati, quel che è giusto è giusto”. Strepitano a testa bassa verso un povero signore baffuto che chiede: “ho capito i numero dei posti, ma voi in che scompartimento siete prenotate?”. Le tre non ci stanno, insistono. Poi dopo qualche minuto di battibecco a voce altissima, e tutto lo scompartimento infastidito, una sventola il biglietto con ghigno di sfida: “ecco qua, posti 114-115-116, carrozza 4 e mó come la mettiamo?”. Già, peccato che questa sia la carrozza 5. Che cinema il treno…

Modernità
Seduta in treno, all’orecchio destro un telefono nero, al sinistro uno bianco. Alterna le parole: ora con una persona in linea sul telefono bianco, ora con un’altra su quello nero. Davanti a se, sul tavolino, un laptop. Sul sedile a fianco, appoggiato su una borsa, un tablet. Entrambi accesi cui, ogni tanto, volge lo sguardo. Dicono si chiami evoluzione. O modernità.

Cowboy
Ecco, il tipo con cappello da cow-boy che sul binario – in attesa del treno delle 21.42 in ritardo – parla con la sua bicicletta raccomandandole di non fargli fare brutta figura al rodeo, ancora non mi era capitato. ‬‬‬‬
Cioe’ tipo
Parla al telefonino a voce altissima. Racconta a un amico di un esame – andato male – all’Università. In due minuti scarsii infila 45 cioè – contati, immagino, da tutto lo scompartimento – tra una parola e l’altra. ‘Cioè – racconta con l’aria stupita – non capisco come sia riuscito a non passare…’. Io un’idea l’avrei anche.

 (Nella foto, uno dei fumetti da treno dell’illustratore inglese October Jones)
Dal blog Pendolarità
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