Variante Piano dell'Arenile. Biagini (Mare Libero): si privatizza bene pubblico
"Un anno fa come Mare Libero denunciavamo la privatizzazione dell'arenile. Oggi la variante al Piano dell'Arenile ci dà ragione, riga per riga. Con l'aggravante che nel frattempo non una parola è stata spesa sulle spiagge libere. E mentre i balneari ottengono tutto, ristoratori e gestori di locali fuori dall'arenile pagano costi veri per competere con chi paga canoni ridicoli". E' ancora una volta duro il commento di Roberto Biagini, del Direttivo Nazionale di Mare Libero, sulla Variante dell'Arenile del Comune di Rimini che ha avuto il via libera in Commissione Consiliare (vedi notizia). Una Variante che ignora le spiagge libere ed è totalmente sbilanciata a favore dei balneari, denuncia.
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L'intervento di Roberto Biagini:
Era l'agosto del 2025 quando come Mare Libero denunciavo che il Piano dell'Arenile in procinto di essere approvato sarebbe stato «la strada maestra che condurrà inevitabilmente alla definitiva privatizzazione di fatto del bene pubblico spiaggia, alla sua ulteriore cementificazione, all'allontanamento dalla sua vocazione naturale e alle limitazioni dell'accesso sulla spiaggia di tutti». A distanza di undici mesi, chi aveva torto e chi aveva ragione lo dice la realtà. Non solo il Piano è stato approvato esattamente come lo si era descritto — circa il 90% di aree concesse, appena il 10% di spiagge libere — ma non si è nemmeno fatto in tempo a vederne gli effetti che già si corre a modificarlo. Con una variante che aggiunge altre concessioni ai già iper-concessionati, nella direzione esattamente opposta a quella che la Costituzione, la legge e la giurisprudenza imporrebbero.
La variante: quello che i balneari vogliono, i balneari ottengono
La variante annunciata dall'assessora Valentina Ridolfi e approdata in Commissione consiliare è un capolavoro di tempismo: a neanche un anno dall'approvazione di un Piano che ha richiesto otto anni di gestazione dall'adozione, si mette mano alle norme per accontentare una categoria che evidentemente non era ancora soddisfatta.
Cosa prevede la variante? Piscine per tutti, anche per le micro-aggregazioni di due o tre stabilimenti; terrazze panoramiche per i ristoranti di spiaggia senza più vincoli dimensionali; maggiore flessibilità dei campi edificatori; «intrattenimento danzante e pubblico spettacolo all'aperto» nelle macro-aggregazioni. E ancora: superfici di ombreggio aumentate, strutture per sport di spiaggia, maggiori funzioni per l'ex Delfinario. Il tutto condito dalla retorica della «destagionalizzazione», parola magica che dovrebbe giustificare qualsiasi cosa.
Ora, niente in sé contro piscine, terrazze e balli. Il problema è dove e per chi e a quali condizioni.
Il problema è che queste attività — ristorazione, ballo, spettacolo, sport — vengono autorizzate sull'arenile demaniale a costi ridicoli rispetto a quelli che sopportano gli operatori economici che le stesse identiche attività svolgono nel territorio urbanizzato. Chi apre un ristorante in centro a Rimini paga affitti di mercato, tasse piene, costi di gestione reali. Chi apre un ristorante sulla spiaggia paga un canone demaniale che — lo ha ricordato la stessa Corte costituzionale n. 302 del 2010 — è rimasto per decenni scollegato dalla redditività effettiva dell'attività. E anche dopo gli adeguamenti, siamo lontanissimi dai valori di mercato.
Non è concorrenza: è concorrenza sleale. Con la benedizione dell'amministrazione comunale.
Il convitato di pietra: le spiagge libere
In tutto il dibattito sulla variante — che pure tocca temi rilevantissimi come l'accessibilità, il paesaggio, la permeabilità dei suoli — non una parola è stata spesa sulle spiagge libere. Non un accenno all'«adeguato equilibrio» tra aree concesse e aree libere che l'art. 1, comma 254, della Legge n. 296/2006 impone di garantire. Non un riferimento alla Corte costituzionale n. 108 del 2022, che ha affermato che il Piano dell'arenile svolge «un'essenziale funzione non solo di regolamentazione della concorrenza e della gestione economica del litorale marino, ma anche di tutela dell'ambiente e del paesaggio, garantendone tra l'altro la fruizione comune anche al di fuori degli stabilimenti balneari, attraverso la destinazione di una quota di spiaggia libera».
Quota di spiaggia libera che a Rimini, secondo il CUAV della Provincia, è «estremamente contenuta» e «inferiore ai parametri di riferimento». Ma evidentemente non è un problema. O meglio: non è un problema per chi la variante l'ha scritta, perché i balneari non chiedono spiagge libere. Chiedono piscine, terrazze e piste da ballo.
E il Comune esegue.
La Costituzione dice un'altra cosa
Vale la pena ricordare — perché nelle commissioni consiliari sembra che nessuno lo faccia — che il demanio marittimo non è un'area industriale. È un bene comune. L'art. 822 del Codice civile lo colloca tra i beni del demanio pubblico necessario. L'art. 823 lo dichiara inalienabile. L'art. 36 del Codice della Navigazione subordina la possibilità di concessioni alla compatibilità «con le esigenze del pubblico uso».
Il Consiglio di Stato, Sez. V, n. 5779 del 2019, ha scolpito il principio: «i beni del demanio naturale sono per le loro caratteristiche oggettive e per loro ordinaria vocazione destinati a soddisfare esigenze di carattere collettivo da parte di chiunque possa fruirne. L'uso speciale, che segue al provvedimento concessorio, si pone, per tal via, come eccezione rispetto all'uso generale».
Eccezione. Non regola. A Rimini, l'eccezione è diventata la regola e la regola è diventata un'eccezione. Con il 90% di arenile in concessione, è il libero accesso al mare a essere l'eccezione. È la famiglia che non può permettersi il noleggio di ombrellone e lettino a essere l'eccezione. È il cittadino che vuole stendere un asciugamano sulla sabbia senza pagare un biglietto d'ingresso a essere l'eccezione.
E il Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 3163 del 2014, è ancora più netto: «L'uso pubblico costituisce la normalità della fruizione del bene demaniale, discendente direttamente dall'art. 41 della Costituzione, del quale l'art. 36 del codice della navigazione costituisce applicazione. Tale norma pone, quale principio generale, la preminenza dell'uso pubblico rispetto a quello privato, che ha natura eccezionale in relazione all'intrinseca demanialità del bene».
Leggetelo bene: preminenza dell'uso pubblico rispetto a quello privato. Non «equilibrio». Non «bilanciamento». Preminenza. L'uso pubblico viene prima. Quello privato è l'eccezione. A Rimini, da anni, è vero l'esatto contrario.
La politica si è arresa. O peggio.
Il Partito Democratico, forza di maggioranza a Rimini, ha assecondato passo dopo passo le richieste dei concessionari balneari. Dalla proroga dei titoli scaduti al Piano dell'Arenile iper-concessorio, dalla variante pro-piscine al silenzio tombale sulle spiagge libere. Non è solo subalternità a una categoria. È qualcosa di più grave: è la rinuncia a governare.
Perché il demanio marittimo non è un tavolo negoziale tra amministrazione e balneari. È un bene della collettività. E la collettività non è rappresentata dai soli concessionari. È rappresentata da tutti: da chi la spiaggia la vive da turista, da chi ci porta i bambini, da chi ci va a correre d'inverno, da chi non può permettersi uno stabilimento e ha diritto a un tratto di sabbia libera tanto quanto chi può pagare. E anche dagli altri operatori economici — ristoratori, albergatori, gestori di locali — che subiscono la concorrenza sleale di chi opera sulla spiaggia a costi artificialmente bassi.
Ascoltare solo i balneari non è mediazione. È vergognosa sottomissione politica e svendita istituzionale.
Cosa resta da fare
Il Piano dell'Arenile è già stato impugnato da Mare Libero con ricorso straordinario al Presidente della Repubblica. La variante non fa che confermare la fondatezza di quel ricorso: il Comune di Rimini sta deliberatamente saturando l'arenile di concessioni e strutture, riducendo lo spazio pubblico a favore di interessi privati, in violazione dei principi costituzionali e della giurisprudenza consolidata. I motivi aggiunti già depositati saranno integrati per censurare anche questo ennesimo atto.
Ma la battaglia legale non basta. Serve una battaglia culturale. Serve che i cittadini capiscano che la spiaggia non è un albergo a cielo aperto, non è un centro commerciale sulla sabbia, non è una discoteca con vista mare. È un bene comune. È di tutti. E va restituita a tutti.
Mare Libero continua a monitorare e a resistere. Perché la spiaggia non è in vendita.










