Siamo affamati di energia e la paghiamo carissima
L’EDITORIALE DELLA DOMENICA
di Carlo Alberto Pari
Uno dei pilastri della nostra economia è la trasformazione di prodotti, sarebbe molto difficile sopravvivere senza questa importantissima parte di lavoro. L’energia
è parte fondamentale di questa trasformazione, se la paghiamo ad un prezzo molto più alto dei nostri competitori, appare assai difficile vendere i nostri prodotti ad un prezzo congruo. Inoltre, mediamente, i nostri salari sono tra i più bassi tra i principali Paesi d’Europa, un costo dell’energia elevato, compromette pesantemente la vita delle famiglie ed aumenta la già preoccupante povertà in espansione. Di fronte a questa situazione, per decenni abbiamo rinunciato al nucleare di nuova generazione, non lo vogliamo sul nostro territorio, anche se poi, altri Paesi hanno realizzato le centrali vicino ai nostri confini e non di rado, ci vendono l’energia
ricavata. Generalmente non vogliamo trivellazioni sul nostro territorio o nel nostro mare, ma compriamo tutto il petrolio ed il gas necessario da altri Paesi, senza rinunciare a qualsiasi comodità alimentata proprio da gas e petrolio. Non di rado, abbiamo grossi problemi persino con le rinnovabili, perché a volte deturpano il paesaggio e quindi, preferiamo evitare. Abbiamo chiuso le centrali a carbone, per poi pensare di riaprirle, appena una guerra rischia di ridurre drasticamente le nostre necessità energetiche. Abbiamo rinunciato (quasi totalmente) insieme all’Europa, al gas proveniente dalla Russia, per nobili e comprensibilissime ragioni, ma ora lo acquistiamo ad un prezzo molto più elevato, difficilmente sostenibile per troppe famiglie ed anche per tante imprese. Non entro il merito alla nobiltà o alla giustizia di tutte queste scelte, alcune sicuramente ammirevoli, ma la domanda nasce spontanea: possiamo davvero permetterci tutto questo?
Abbiamo un debito pubblico tra i più elevati al Mondo rispetto al PIL e purtroppo, ogni volta che appare all’orizzonte una crisi ( prima il covid , poi la guerra in Ucraina e la necessità del riarmo, ora la guerra in Iran con la crisi energetica), in tanti hanno una proposta lungimirante ed innovativa: risolviamo aumentando i debiti, per vivere il presente, ma continuando ad indebitare le generazioni future. Così appare molto facile, il difficile è tagliare dove non è indispensabile, usando il risparmio dove serve, questo a mio avviso, sarebbe coraggioso ed ammirevole. Abbiamo una crescita economica estremamente contenuta da decenni. Abbiamo un territorio, in troppe zone ad alto rischio idrogeologico. Abbiamo una denatalità tra le peggiori del Mondo e siamo tra i più vecchi in assoluto. Abbiamo i salari medi che appaiono inadeguati rispetto ai Paesi europei nostri concorrenti. Abbiamo le pensioni medie che non coprono neppure la metà di una normale retta mensile di una RSA, le più elevate perennemente falcidiate dalla riduzione della perequazione, verosimilmente, per fare cassa. Abbiamo la sanità pubblica in crisi sistemica per carenza di personale e finanziamenti adeguati. Abbiamo la Difesa del Paese che necessita di interventi. Abbiamo la Sicurezza carente di decine di migliaia di uomini e forse di mezzi ed addestramenti adeguati. Abbiamo le carceri al collasso, con necessità estrema di nuovo edifici e sistemazione degli esistenti. Abbiamo circa sei milioni di poveri e la ricchezza è concentrata in poche mani, tanto che circa lo 0,8% per cento delle famiglie italiane possiede un patrimonio finanziario considerato da “ricchi” ergo, superiore al milione di euro. Mi fermo per non tediare. Di certo, non sembriamo un Paese che può rinunciare a tutto ciò che non è “bello, pulito e senza alcun rischio", soprattutto, se per farlo continuiamo a scaricare i problemi del presente sul futuro, contraendo debiti che pagheranno, forse, le generazioni che verranno. Esistono delle colpe in tutto questo? Di certo, non appaiono i colpevoli.












