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Casa, emergenza e novità

Il "paradosso" degli affitti nel riminese e le nuove regole Erp in Regione

In foto: case a Rimini (repertorio)
case a Rimini (repertorio)
di
Redazione
   
Tempo di lettura 3 min
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Un vero e proprio paradosso. In provincia di Rimini il canone medio a mercato libero, teoricamente più elevato, è di 607 euro annui mentre quello concordato, che dovrebbe essere più leggero, è di 634 euro, il 4% in più. Lo denunciano, richiamando i dati del Sole 24 ore, i sindacati in una nota congiunta nella quale evidenziano come il divario sia dovuto anche all’applicazione automatica degli indici ISTAT FOI , cosa che non accade nelle altre provincie romagnole, che ha generato un incremento automatico dei canoni massimi annullando l’atteso vantaggio sociale per le famiglie. CGIL CISL UIL chiedono allora di fissare almeno un tetto annuale visto che i proprietari continuano comunque a beneficiare di sconti come l'aliquota IMU ridotta allo 0,57%. I sindacati richiamano poi le statistiche che raccontano di 14mila appartamenti sfitti nel comune di Rimini e puntano il dito sulle associazioni di proprietari che “continuano a lamentare carenze di benefici” scrivono, “quando ogni anno il solo Comune eroga circa un milione e mezzo di euro proprio per incentivarli”. Per Cgil, Cisl e Uil poi, dietro agli alloggi sfitti si nasconderebbe una probabile quantità di “nero” sul quale – dicono - è necessario fare verifiche.

E mentre i sindacati minacciano mobilitazioni in caso non giungano a breve delle risposte, a livello regionale sono pronte le modifiche alle norme d’accesso all’Edilizia Residenziale Pubblica. La nuova delibera equipara cittadini stranieri e italiani rispetto al criterio relativo all'attività lavorativa per l'accesso alle case popolari. Quella precedente invece subordinava l'accesso agli alloggi alla presenza di un contratto di lavoro. Imposizione ritenuta discriminatoria e illegittima dalla magistratura, in quanto contrastante con la Direttiva europea che garantisce parità di trattamento anche ai lavoratori rimasti involontariamente disoccupati. D'ora in avanti, in pratica, per i cittadini extraeuropei che soggiornano regolarmente sarà sufficiente il solo possesso di un permesso di soggiorno almeno biennale. Ma soprattutto la delibera modifica la cosiddetta "storicità della residenza". Recependo la sentenza della Corte costituzionale, la Regione ha cancellato la norma che consentiva di favorire i nuclei familiari con più anni di stanzialità sul territorio. Questa opzione rimane ora a carico dei Comuni che devono assumersene la responsabilità esclusiva. 

L'assessore regionale Paglia, in commissione, ha spiegato che "ci si è mossi nel solco di sentenze della magistratura e del principio di non discriminazione tra italiani e stranieri". Sul tema "residenzialità storica" l'assessore ha sottolineato le motivazioni giuridiche che hanno spinto la Regione ad agire, facendo notare che i Comuni "che volessero dare una premialità a chi attenda da tempo un alloggio Erp potrebbero prevedere il requisito della permanenza in graduatoria". Insoddisfatto il centrodestra. "Negli alloggi pubblici c'è il 24% di stranieri, troppi rispetto agli italiani: c'è un problema di equità che poteva essere risolto con la residenzialità storica", afferma il consigliere Fdi Priamo Bocchi. "La Regione- gli fa eco il leghista Tommaso Fiazza- lascia i Comuni soli, li abbandona quando invece il tema della residenzialità storica è molto importante". Il capogruppo dem Paolo Calvano, invece, parla di una scelta necessaria "che, peraltro, è stata perfino anticipata dalla destra che amministra Forlì, senza nemmeno attendere gli adeguamenti della Regione". La "decisione di questa Regione-precisa poi Calvano- non è vincolante per i Comuni: il ricorso in Corte Costituzionale è stato fatto contro la Regione Toscana e abbiamo deciso di adeguarci. Non possiamo chiudere gli occhi o far finta che quella contestazione non ci sia stata". 

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