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A Rimini tante imprese, ma molto piccole. I dati di Cruscotto Italia

In foto: foto pexels
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di
Redazione
   
Tempo di lettura 3 min
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Dal nuovo Cruscotto Italia, realizzato dall’Agenzia per l’Italia digitale, che raccoglie e incrocia le principali banche dati pubbliche nazionali, emerge che a Rimini sono presenti 17.894 imprese, pari a quasi 119 ogni mille abitanti. Un dato superiore a quello di Ravenna, Forlì e Pesaro, che testimonia una diffusa propensione a fare impresa e a mettersi in gioco. Si evince, però, anche un elemento di fragilità: le attività economiche riminesi occupano mediamente appena 3,47 addetti e il 94,4% delle unità locali ha meno di dieci lavoratori. Solo una quota minima supera i cinquanta addetti. I numeri descrivono con chiarezza la struttura dell’economia riminese. Il commercio al dettaglio è il primo settore per numero di addetti, con quasi 6.850 lavoratori. Seguono la ristorazione, con oltre 6.100 addetti, le strutture ricettive, con poco più di 5.000, il commercio all’ingrosso e le costruzioni.

Sui dati riflette la consigliera regionale del PD Emma Petitti

Non è una sorpresa. Il tessuto produttivo riminese è storicamente costituito da piccole e piccolissime imprese, spesso a carattere familiare, cresciute attorno al turismo, al commercio e ai servizi. Questo modello ha garantito per decenni flessibilità, capacità di adattamento e una forte diffusione dell’iniziativa privata. Ha permesso a Rimini di reagire alle crisi e di trasformarsi più volte. Oggi, però, la piccola dimensione rischia di diventare un limite. Le imprese meno strutturate incontrano maggiori difficoltà nell’investire in innovazione e digitalizzazione, nel reperire credito, nell’affrontare i costi energetici, nel trovare personale qualificato e nel garantire continuità occupazionale durante tutto l’anno. Anche il passaggio generazionale può diventare un ostacolo difficile da superare. Turismo, commercio e servizi continuano dunque a rappresentare l’ossatura economica della città. Ma proprio per questo dobbiamo chiederci come rendere questi settori più solidi, innovativi e capaci di produrre lavoro di qualità. Il problema non sono le piccole imprese, che costituiscono una ricchezza economica e sociale da difendere. Il problema è lasciarle sole davanti a trasformazioni che nessuna azienda di pochi addetti può affrontare efficacemente in modo isolato. Servono politiche che favoriscano le reti d’impresa, i consorzi, la condivisione di servizi e competenze, la digitalizzazione, l’accesso al credito e gli investimenti nella sostenibilità ambientale ed energetica. Occorre rafforzare il rapporto tra imprese, università, formazione professionale e mondo della ricerca, aiutando le aziende a reperire le professionalità di cui hanno bisogno.

È altrettanto necessario affrontare il nodo della qualità del lavoro. Non possiamo pensare a un’economia competitiva fondata su salari bassi, precarietà e stagioni sempre più brevi. Le imprese hanno bisogno di lavoratori preparati e motivati; i lavoratori, a loro volta, devono poter contare su retribuzioni dignitose, formazione, sicurezza e prospettive di stabilità. La sfida riguarda in particolare il turismo. Rimini non può competere soltanto sul numero delle presenze o sul prezzo. Deve puntare sulla qualità dell’offerta, sull’innovazione delle strutture, sulla rigenerazione urbana, sulla sostenibilità, sulla cultura e sulla capacità di essere attrattiva durante tutto l’anno. Una destinazione turistica più forte può sostenere imprese più solide e occupazione meno stagionale. La Regione Emilia-Romagna ha messo in campo strumenti importanti per l’innovazione, l’internazionalizzazione, la formazione e il sostegno agli investimenti. Queste politiche devono essere ulteriormente rafforzate e rese facilmente accessibili anche alle aziende più piccole, che spesso non dispongono delle strutture necessarie per orientarsi tra bandi e procedure.

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