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condannata anche collaboratrice

Indebita percezione di erogazioni pubbliche, condannata l'ex presidente di Rompi il Silenzio

In foto: l'aula del tribunale di Rimini
l'aula del tribunale di Rimini
di Lamberto Abbati   
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mar 5 dic 2023 20:40 ~ ultimo agg. 6 dic 14:12
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Otto mesi di reclusione, pena sospesa, per la ex presidente di “Rompi il Silenzio” Paola Gualano, e l’ex collaboratrice, Loretta Filippi, condannate per indebita percezione di erogazioni pubbliche. La sentenza della giudice Raffaella Ceccarelli è arrivata questa mattina (martedì 5 dicembre) al termine del processo in abbreviato. Per Gualano e Filippi era scattata l’imputazione coatta ordinata dal gip del tribunale di Rimini Manuel Bianchi, dopo l’opposizione all’archiviazione della denuncia presentata nel 2021 da sette ex socie di “Rompi il Silenzio”, ente riminese attivo nella tutela delle donne in casi di maltrattamenti e violenza domestica.

L’indagine della Guardia di Finanza era scattata nel 2021. Le ex socie avevano segnalato l’esistenza di un presunto tacito “accordo” tra le due indagate che avrebbe garantito alla Gualano di percepire indebitamente 650 euro al mese da gennaio 2018 a maggio 2021, per un totale di oltre 26 mila euro. Secondo l’impianto accusatorio, entrambe le indagate svolgevano per l’associazione l’attività di reperibilità notturna, attraverso cui l’ente fornisce un servizio di disponibilità alle chiamate delle forze dell’ordine e dei pronto soccorso in situazioni di pericolo per le vittime. La Gualano, però, a differenza della Filippi, essendo stata all’epoca socia non sarebbe stata legittimata da statuto a percepire compensi per l’attività prestata.

Stando alle indagini delle Fiamme gialle, sebbene la Filippi prestasse il servizio 15 giorni al mese, nelle fatture emesse la prestazione sarebbe stata conteggiata per il mese intero. Così, una volta riscosso il denaro, la Filippi, secondo l’accusa, avrebbe di volta in volta consegnato alla Gualano la metà “non dovuta” del proprio compenso. Le due imputate sono state condannate anche al pagamento delle spese processuali. Nessuna dichiarazione al termine del processo da parte dei loro avvocati difensori, che attendono di conoscere le motivazioni della sentenza prima di proporre ricorso.