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Le parole di Don Roberto

"La passione per una voragine irriducibile". Riflessione di Don Battaglia

In foto: Don Roberto Battaglia
di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 4 minuti
dom 18 dic 2022 16:48
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“La passione per una voragine irriducibile”. Questo il titolo della riflessione di Don Roberto Battaglia che pubblichiamo:

Io ho sperimentato un vuoto dentro di me, mi faceva male perché non potevo farci nulla». Quando uno studente dell’Istituto professionale alberghiero “Malatesta” di Rimini, durante l’ora di religione, ha descritto più o meno con queste parole ciò che aveva vissuto, precisando anche l’episodio in cui si era stupito nel sorprendere dentro di sé questo «vuoto incolmabile», sono stato profondamente colpito e provocato.

Quel ragazzo, ascoltando la propria esperienza, ha scoperto «l’inquietudine della propria voragine» e ne ha parlato in un luogo in cui essa è guardata come «ciò che è più prezioso» (papa Francesco). Anche Pier Paolo Pasolini descriveva questa stessa «voragine»: «Manca sempre qualcosa, c’è un vuoto / in ogni mio intuire» (L’alba meridionale).

All’inizio dell’anno scolastico, nella stessa classe, un altro allievo aveva lucidamente individuato la causa della noia e della paura che una ricerca recente indica come i sentimenti prevalenti degli adolescenti a scuola, osservando che «veniamo quasi sempre giudicati per quello che non va in noi e quasi mai valorizzati per quello che siamo». Una ragazza, in un’altra classe, mentre riflettevamo insieme sulla canzone Anyone in cui Demi Lovato dice di essere «stanca di conversazioni vuote perché nessuno mi ascolta più», ha affermato con decisione: «Non c’è nessuno che ti ascolta veramente». Ma la stessa cantante, nonostante questo, continua a chiedere, anzi a gridare: «Qualcuno, per favore mandatemi qualcuno / Signore, c’è qualcuno? / Ho bisogno di qualcuno». Così i ragazzi esprimono – me lo hanno ripetuto in questi giorni – «l’esigenza di essere amati gratuitamente» pur dicendo al tempo stesso che «non accade quasi mai».

Sono molto grato per questi momenti di grande profondità che accadono inaspettatamente e imprevedibilmente durante l’ora di religione, poiché ascoltando questi giovani mi accorgo dell’urgenza di uno sguardo che ami questa «mancanza» di cui il nostro cuore è «pieno» (cfr. Mario Luzi, Sotto specie umana). Essa emerge prepotentemente in noi anche a dispetto di un pensiero dominante che parrebbe censurarla. Lo documenta un testo di Michel Houellebecq, il quale ammette un desiderio irriducibile alla sua stessa visione nichilista: «Mi riesce penoso ammettere che ho provato sempre più spesso il desiderio di essere amato. Un minimo di riflessione mi convinceva naturalmente ogni volta dell’assurdità di tale sogno: la vita è limitata e il perdono impossibile. Ma la riflessione non poteva farci niente, il desiderio persisteva e devo confessare che persiste tuttora» (Lettera pubblica a Bernard-Henri Lévy).

Questo desiderio persiste anche negli uomini e nelle donne del nostro tempo, ma c’è qualcuno disposto a prendere fino in fondo sul serio «l’inquietudine della propria voragine»? Ci sono luoghi in cui questa «mancanza» può essere messa a tema?

Sono stato profondamente colpito da una mia amica che, di fronte alla testimonianza del babbo di una ragazza del Centro21 morta assieme ad altre amiche e amici nel terribile incidente del 7 ottobre scorso, è stata letteralmente folgorata da quel volto lieto, in cui ha riconosciuto una speranza capace di trasformare anche il dolore più grande, intuendo una nuova concezione della vita e di Dio stesso. Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, in occasione del funerale del figlio diciottenne di due suoi colleghi, anch’egli colpito dalla possibilità di una speranza intuita nelle parole del sacerdote e nei volti di diversi giovani presenti si chiede: «Il nostro tempo, così inquieto, dovrebbe essere il più adatto alla promessa di vita eterna, perché la Chiesa non fa breccia?» (CorriereSette, 11.11.22).

In questi ultimi tempi diverse ricerche e pubblicazioni mettono infatti in evidenza il vertiginoso calo numerico dei cristiani in Occidente. Secondo uno studio del Pew Research Center uscito nei mesi scorsi, se si confermano le tendenze attuali, il cristianesimo perderà il suo status di maggioranza negli Stati Uniti entro pochi decenni, mentre in Inghilterra, secondo i dati forniti dall’autorevole Office for National Statistics, il cristianesimo è già in minoranza. Per non parlare di paesi come Olanda, Francia e Germania, a cui si aggiungono Spagna, Irlanda e Polonia, con dati numerici in caduta libera, i quali documentano il rilievo di questa crisi sia negli stati protestanti sia in quelli cattolici (cfr. Chantal Delsol, La fine della cristianità e il ritorno del paganesimo, Cantagalli 2022).

Possiamo tuttavia chiederci se, tra tutte queste statistiche, non vi sia forse qualcosa che stia sfuggendo alle nostre analisi. Il card. Zuppi, Presidente della CEI, lo ha espresso in una recente intervista affermando che «dobbiamo guardare alla sete, non lamentarci del deserto» (L’Osservatore Romano, 03.09.22).

Mi è capitato di incontrare persone in vari modi colpite dall’esperienza cristiana e, al tempo stesso, insofferenti se non ostili rispetto ad ogni tentativo di puntellare una cristianità che non esiste più, attraverso la riproposta di temi etici e valori morali. Sono uomini e donne attratti da luoghi dove è possibile «porre domande» e dove incontrano qualcuno che guarda alla loro «sete» senza averne paura. Non sono intercettati da regole o da dottrine ma da un abbraccio alla loro umanità.

Possiamo così imparare quello che credevamo di sapere, riscoprendo la vera natura del cristianesimo e superando le riduzioni che, secondo la provocazione di Polito, non intercettano l’inquietudine del nostro tempo. Don Luigi Giussani, il quale, come ha detto papa Francesco nel centenario della nascita, «è stato servitore di tutte le inquietudini e le situazioni umane» che incontrava, diceva che «l’uomo di oggi attende forse inconsapevolmente l’esperienza dell’incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata».

La mia amica colpita dal volto lieto di quel babbo è stata affascinata da un «impatto umano» ed è solo questo, continuava Giussani, «che può scuotere l’uomo di oggi: un avvenimento che sia eco dell’avvenimento iniziale, quando Gesù alzò gli occhi e disse: “Zaccheo, scendi subito, vengo a casa tua” (cfr. Lc 19,5)» (Intervento al Sinodo del 1987).

In questo sguardo vibra una passione smisurata per quella voragine irriducibile che riscopro nell’incontro con i ragazzi a scuola e da esso fiorisce una tenerezza, per la mia umanità e per l’umanità di tutti, che altrimenti sarebbe inimmaginabile.

Questo sguardo è l’unica chance per il cristianesimo e per l’umanità del nostro tempo.