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"vita come vocazione"

A 100 anni dalla nascita il ricordo del maestro Dante Battaglia

In foto: il maestro Dante Battaglia
di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 4 minuti
lun 11 apr 2022 07:55 ~ ultimo agg. 10 apr 17:35
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Oggi, lunedì 11 aprile, ricorre il centenario della nascita di Dante Battaglia, maestro elementare ricordato con affetto e gratitudine da tanti ex allievi a Riccione.

Il maestro Battaglia era nato ad Alfonsine (RA) l’11 aprile del 1922 e si è trasferito a Riccione nel 1960, con l’amatissima moglie Luigia (Luisa) Barisani, di nove anni più giovane. Ha insegnato per lungo tempo nella Perla verde, dapprima nelle Scuole Elementari di “Paese” e successivamente nel plesso di “Marina Centro”. È morto a Riccione il 13 marzo del 2006, pochi giorni prima di compiere 84 anni e pochi mesi dopo aver celebrato il 50° di matrimonio con la sua Luisa, da cui sono nati i figli Giovanna e don Roberto. Di seguito un ricordo da parte di quest’ultimo.

“Il contributo decisivo del babbo alla mia vita, che segna anche la mia esperienza di fede e la stessa vocazione sacerdotale, si è espresso attraverso la sua laicità: discreto e rispettoso, mi ha sempre richiamato ad uno sguardo critico senza mai un cenno di scetticismo. Fu battezzato all’età di 6 anni nel Santuario della Madonna del Bosco ad Alfonsine seguendo la sorella maggiore Santina, la quale vinse le resistenze dei genitori chiedendo il battesimo a 17 anni. Furono entrambi accompagnati dalla mamma Giovanna, grazie alla tolleranza del babbo Damiano, socialista, il quale rimase coerente con i suoi ideali anche nel periodo fascista e non si recò in chiesa per l’occasione, pur permettendo alla figlia di diventare cristiana e concedendole di portare con sé anche il fratellino.

Divenendo giovane e adulto nelle vicende drammatiche degli anni precedenti e seguenti la seconda guerra mondiale, in una terra profondamente ferita da quegli eventi, imparò a riconoscere il veleno delle ideologie che si succedettero in quel tempo, pur valorizzando gli aspetti positivi dei vari orientamenti. Gli sono tuttora grato per avermi educato a giudicare attentamente i fatti della storia contemporanea e i diversi punti di vista, pacatamente ma anche con ironia penetrante nello svelare posizioni ideologiche o demagogiche.

Frequentando il catechismo notai da subito che non veniva in chiesa, ma non percepii mai alcuna contraddizione: lui mi insegnava a prendere sul serio la vita ed io così imparai a prendere sul serio Gesù. Crescendo partecipai anche ai primi funerali di alcuni familiari ad Alfonsine – rigorosamente civili ed accompagnati dall’immancabile bandiera rossa – e lui, con la sua consueta discrezione e con grande rispetto, si assicurava che questo non mi creasse imbarazzo.

In casa non si parlava di cose religiose – da piccolo imparai con un po’ di fatica qualche preghiera insegnatami da mia mamma – ma si ascoltava il radiogiornale e si leggevano i quotidiani, mentre nei colloqui a tavola imparavamo a conoscere i suoi allievi come fossero nostri familiari, per come li aveva sempre presenti. Con lui si parlava di tutto e si ascoltava la musica classica. Nella mia adolescenza il babbo mi insegnò ad apprezzare l’inquietudine della musica di Beethoven ed imparai a conoscere i brani che tuttora amo di più del compositore tedesco.

Non mancavano le discussioni sulle posizioni della Chiesa ma stimava il mio percorso, come mi resi conto in un episodio rivelatore della sua posizione educativa, in cui imparai da lui un criterio laico, ovvero umanissimo, per giudicare l’esperienza che vivevo. La mamma di un suo ex allievo gli telefonò per chiedergli un consiglio. Capitava spesso che i genitori continuassero a cercarlo anche dopo che i figli non frequentavano più la scuola elementare, per confrontarsi soprattutto sui problemi scolastici. Questa volta però non era a tema la difficoltà in qualche materia e neppure l’orientamento nella scelta della scuola superiore o dell’università: quella mamma era preoccupata perché il figlio, poco più giovane di me, aveva cominciato a frequentare Comunione e Liberazione. Io ascoltavo di nascosto nel corridoio e udii la risposta di mio babbo, carica di stima per la mia partecipazione alla vita del Movimento, a partire da un criterio squisitamente laico e fino in fondo cristiano al tempo stesso: «ho visto una crescita umana». In questo interesse per la mia umanità riconosco un’autentica laicità, quella per cui, come venni a scoprire molti anni dopo per una sua confidenza, faceva pregare i bambini all’inizio di ogni giornata, nella scuola statale, che voleva laica e non laicista.

Diversi anni dopo mi confidò che si era confessato e comunicato. Da quel momento in poi visse il suo percorso di fede in una sequela umile e quotidiana alla Chiesa.

In occasione del centenario della sua nascita mi sorprendo a riconoscere che mi ha insegnato a concepire la vita come vocazione, per il modo in cui ha amato mia mamma Luigia (Luisa), la quale lo ricorda con la stessa intensità con cui hanno vissuto il loro matrimonio, e per la sua passione nel compito educativo, al cui riguardo concludo raccontando due episodi.

Il primo risale alla mia infanzia. Quando lo salutavo prima di andare a dormire lo vedevo spesso al lavoro. Una sera, mentre era intento a realizzare alcuni oggetti di legno, gli chiesi a cosa servissero. Non dimenticherò mai la risposta: «Sto cercando di costruire qualcosa che mi aiuti a insegnare la matematica a un bambino che non la capisce». Anche per uno solo era disposto a cambiare, cercando nuovi metodi. Per questo si aggiornava continuamente, studiando aspetti all’epoca poco conosciuti, come le problematiche riguardanti la dislessia e la disgrafia, delle quali fu uno dei primi ad interessarsi.

Il secondo riguarda gli ultimi anni della sua vita, quando, ormai ultraottantenne, mi disse che il suo parroco gli aveva chiesto di fare delle lezioni ad una bambina ospite della vicina Casa Famiglia. Era entusiasta e mi fece vedere i suoi antichi appunti, perfettamente conservati, con i testi che riguardavano la problematica che doveva affrontare. Fu la sua ultima allieva, che gli consentì di essere, fino al termine della sua esistenza terrena, il maestro a cui tanti riccionesi sono ancora grati”.

Roberto Damiano Battaglia