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Promosso da ADL Cobas

Operatori sociali, "lavoratori di scarto". Anche a Rimini un presidio

In foto: il presidio
di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 5 minuti
sab 14 nov 2020 11:16 ~ ultimo agg. 11:21
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Gli operatori e le operatrici del sociale il 13 novembre hanno scioperato in tutta Italia ed anche a Rimini con presidi itineranti, sotto la Prefettura, l’Ufficio scolastico provinciale, il Comune. Figure la cui dignita professionale non è riconosciuta, ricordano i promotori del presidio riminese, trattati come “tappabuchi” o “lavoratori di scarto” in un momento in cui la pandemia ha invece reso evidenti quali sarebbero le priorità a cui diedicare invece risorse e attenzione.

Le rivendicazioni di ADL Cobas e Rete Educatori Rimini:
Per chi non li conoscesse, si tratta di quella galassia di figure lavorative – educatori scolastici, assistenti domiciliari, operatori di comunità, Operatori socio-sanitari, ecc. ecc. – solitamente assunte da cooperative sociali e il cui mestiere è assistere e prendersi cura delle persone più fragili o in difficoltà. Assistono bambini e ragazzi disabili a scuola e a domicilio, si occupano degli anziani, di tante persone che vivono situazioni di disagio, hanno problemi di salute o dipendenze patologiche, persone senza dimora e che vivono in condizioni di grave emarginazione, operano nel sistema di accoglienza per migranti e rifugiati e in tutto ciò che riguarda l’inclusione sociale. Insomma si tratta di figure fondamentali per quel che riguarda la solidarietà e la coesione sociale perché il loro lavoro fa in modo che tutte e tutti, nessuno escluso, possano considerarsi parte della vita sociale e civile. Non a caso i servizi in cui operano sono definiti pubblici ed essenziali. Ma nonostante questo, paradossalmente ed in palese contraddizione con la stessa definizione di “servizio pubblico essenziale”, quegli stessi servizi vengono spesso esternalizzati e affidati alla gestione del miglior offerente, solitamente una qualche realtà del c.d. privato sociale, sulla base di un sistema di appalti che gioca violentemente al ribasso sui costi. Tutto ciò, tradotto, significa meno diritti per chi lavora e per chi di quei servizi dovrebbe beneficiare. I servizi alla persona appesa al filo degli appalti, dei bandi, della precarietà dei fondi e degli investimenti.

Così, in questo paese, abbiamo centinaia di migliaia di persone che con il loro lavoro quotidiano fanno in modo che la nostra società possa ancora definirsi “civile” e che però vivono una precarietà strutturale, vengono trattati spesso come tappabuchi, con livelli di inquadramento spesso non corrispondenti al ruolo ricoperto, orari che oscillano arbitrariamente in base alle esigenze dei datori di lavoro, redditi altalenanti e drammaticamente bassi, spesso sotto la soglia di povertà.
La crisi sanitaria non poteva che rendere più gravi e più evidenti le falle e i limiti di un sistema impostato in questo modo. Con la sospensione di molti servizi, a partire da quelli scolastici, insieme alla negligenza istituzionale e all’assenza di interventi e protocolli di sicurezza per chi lavora nelle varie tipologie di strutture, gli operatori e le operatrici del sociale sono stati tra i primi ad essere sacrificati, con consistenti riduzioni di orario, perdite di reddito considerevoli e accesso ad ammortizzatori assolutamente inadeguati che in molti casi non sono stati in grado di garantire cifre che andassero oltre il 50% dei già bassi salari.
Le condizioni lavorative pessime di questo pezzo di mondo del lavoro riflettono però un problema di più ampia portata e che riguarda tutti e tutte, sbattendoci in faccia le lacune di un welfare non più in grado di garantire un livello decente di sicurezza sociale.
Di nuovo, la pandemia ci ha fatto capire (o almeno dovrebbe…) l’importanza di un sistema di servizi pubblici in grado di rispondere in maniera tempestiva ed efficace a situazioni di bisogno e di particolare gravità. Lo abbiamo ben visto con il caso della sanità che, indebolita da anni di smantellamento, definanziamento, esternalizzazioni, privatizzazioni, non è riuscita a reggere l’urto della crisi pandemica e a riorganizzarsi in tempi ragionevoli e in forme adeguate per farvi fronte. Davanti a carenze strutturali di questa portata non sono bastati nemmeno la buona volontà e lo spirito di sacrificio mostrato degli operatori sanitari in questi mesi.
Questo ragionamento vale non solo per il sistema sanitario ma può essere esteso a tutto ciò che a vario titolo è riconducibile al sistema della protezione sociale: quando l’unica preoccupazione è quella di contenere i costi, inevitabilmente si va ad incidere negativamente sulla qualità del servizio, del lavoro, della sicurezza.
Tale riflessione intreccia a sua volta il dibattito a tratti surreale e costruito attorno al fatto che Covid-19 ucciderebbe “solo” vecchi e malati, persone che, come qualcuno ha sostenuto “non contribuiscono allo sforzo produttivo del paese”. Una logica che mette in luce come per una parte consistente della nostra classe politica l’unico metro di giudizio per valutare ciò che accade nel mondo sia il valore economico. Basti pensare alle ultime misure di sicurezza, costretti al lavoro senza sicurezza, reclusi nel tempo libero.
Durante questa pandemia anziché ridare dignità alla cura reciproca e alla solidarietà, di reinvestire nel welfare, nella scuola, nella sanità, nelle politiche per il diritto all’abitare (dalle persone in precarietà abitative a quelle senza tetto) in un momento in cui si è obbligati a stare a casa, investendo, riorganizzando i servizi e assumendo, si è scelto di proseguire sulla strada fallimentare che ci ha condotti in questo vicolo cieco.
La lotta degli operatori e operatrici sociali da sola non può ovviamente farsi carico di tutti questi problemi, ma ha comunque un grande pregio: quello di riuscire a mettere il dito nella piaga. Ci fa vedere che viviamo in un mondo sottosopra, con un ordine di priorità che andrebbe totalmente ridefinito; ci mostra che il sistema economico e la politica, sua complice, sono disposti a fare sacrifici umani pur di ottenere la benevolenza dei settori economici; ma ci fa anche intravedere le possibili vie d’uscita, mostrando che è possibile prendersi cura gli uni degli altri ed è possibile farlo in maniera universalistica ed incondizionata attraverso un ampio sistema di solidarietà sociale, che però dovrebbe essere basato su servizi pubblici e che pubblici lo siano per davvero. Dobbiamo smettere dunque di trattare gli educatori e le altre figure del sociale come angeli o benefattori e restituirgli la dignità professionale che meritano, mettendoli nelle condizioni di svolgere il proprio lavoro e la loro funzione nel migliore dei modi possibili e soprattutto in sicurezza visto gli alti rischi a cui sono esposti in questa pandemia e nella normale quotidianità.
Ma come possiamo ragionare in questi termini se chi opera in questo settore viene trattato come un lavoratore di scarto, se la sua professionalità e i suoi diritti vengono calpestati ogni giorno? Che qualità possiamo pretendere da servizi la cui organizzazione è fondata solo sul principio di contenimento dei costi? Quali progetti di crescita ed emancipazione personale possono essere immaginati all’interno di un welfare così lacunoso?
Lo sciopero di oggi è stato un primo momento ricompositivo della tante figure del lavoro sociale, una presa di parola collettiva ed estesa in tutto il territorio nazionale dalla Sicilia alla Lombardia.

Per questo con ancora più forza rivendichiamo un sistema pubblico di qualità, a partire da scuola, sanità e assistenza, e continueremo a farlo anche nelle prossime settimane.
Adl cobas
Rete educatori RIMINI
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