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messa presieduta dal Vescovo

Nella chiesa di Vergiano l'ultimo saluto a Roberto Tamburini

In foto: la celebrazione
di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 4 minuti
ven 29 mag 2020 16:44 ~ ultimo agg. 30 mag 19:27
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La bara bianca, i fiori colorati che incorniciano la foto sorridente, la sobrietà di una celebrazione vissuta al tempo dell’emergenza, ma anche il calore dei familiari e degli amici in un momento di grande dolore. Nella chiesa di Vergiano c’è stato oggi pomeriggio l’ultimo saluto a Roberto Tamburini, il 22enne deceduto sabato scorso in seguito ad un arresto cardiaco che lo ha colpito mentre stava giocando a calcio nel parco della Resistenza di Riccione. Il 22enne viveva a Vergiano insieme al papà, aveva infatti perso la mamma qualche anno fa.

A presiedere la celebrazione il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi. Al suo fianco tanti sacerdoti che avevano conosciuto Roberto e ne avevano apprezzato la simpatia e l’intelligenza.

Nell’omelia il vescovo ha voluto riprendere alcune parole confidategli dal papà di Roberto, Agostino e dalla fidanzata Dalila: “Vi dico però quello che mi ha detto stamattina il suo papà. “Mio figlio è stato la prova lampante che al mondo non esiste solo il male, ma che esiste anche il bene. Tanto bene. La sua vita non è stata inutile. Mi ha aiutato a reagire alla morte prematura di mia moglie, sua mamma. Per me è stato un figlio che non solo è diventato il mio più caro e fedele amico, ma che ha aiutato anche me non solo ad essergli papà, ma a diventare suo amico vero e verace”. E Dalila, da parte sua, ha confermato: “Roberto ha incontrato la felicità nel cercare la felicità degli altri. Non l’ho mai visto né triste né arrabbiato. Non si è mai ripiegato sul suo dolore di ragazzo orfano di madre. Ha gustato la vita e l’ha fatta gustare agli altri”.  E ancora ha detto il vescovo: “La vita è bella: questo è il testamento di Roberto. E’ bella se la vivi come un bel gioco. Con grinta, ma senza violenza. Con calore e passione. Con impegno e sacrificio. Sapendo valorizzare anche le sconfitte per imparare a perdere. E imparando a vincere non per umiliare gli altri ma per imparare insieme a vincere insieme la partita della vita. Di questa partita ora per Roberto è finito solo il primo tempo. E per lui è cominciato il secondo: il tempo senza tempo, dove non c’è più né lutto, né dolore né pianto. Ma pace e gioia, e infinito canto”.

Ad animare la messa il coro del Punto Giovane di Riccione, dove il ragazzo era stato qualche volta perché la fidanzata è una delle animatrici della realtà educativa.  Sabato scorso, mentre giocava con alcuni amici, si era improvvisamente accasciato a terra. I sanitari del 118, arrivati subito sul posto, avevano tentato a lungo di rianimarlo e, prima di arrendersi, con una corsa disperata avevano portato Roberto all’Infemi, ma purtroppo il suo cuore si era fermato subito dopo l’arrivo in ospedale.

 

L’omelia del vescovo

Carissimo fratello Agostino, babbo di Roberto, e carissima sorellina, Dalila, sua morosa,

Permettetemi di accostarmi a voi con tutta la tenerezza che meritate e con tutta la delicatezza di cui in questo momento io vorrei essere davvero capace. Vi ho chiesto di poter condividere questa celebrazione in memoria del vostro amatissimo Roberto, e vi sono molto grato perché me ne offrite l’opportunità. Vi confesso in tutta sincerità: preferirei stare semplicemente vicino a voi, ma so di dovermi assumere la responsabilità di rendervi questo servizio che, da parte mia, non vuole essere una predica ammorbante né una noiosa lezione di teologia.

Lo so e lo sento: tutto il groviglio di sentimenti e sensazioni che vi portate in cuore si concentra in un grido di dolore: perché questa morte così brutale, perché questo dolore tanto crudele? Credetemi. Non ho nessuna intenzione di rifilarvi qui risposte preconfezionate e sgradevoli. Né di dirvi parole formali e stonate.

L’unica parola che mi porto in cuore non è un’idea, una sigla o uno slogan pubblicitario. E’ un nome preciso: Gesù. Sì, Gesù di Nazaret. La sua persona. La sua storia. La sua identità, unica e assolutamente irripetibile, di Figlio di Dio e Figlio di Maria. Gesù non è venuto in mezzo a noi a tenerci corsi di filosofia del dolore o di terapia antalgica. Non è venuto a spiegarci il misterioso perché dell’umana sofferenza, ma a spartirla con noi tutti e con ciascuno di noi.

Gesù è venuto a non farci sbagliare su Dio. E’ venuto a dirci che Dio non è quel tale che fa l’indifferente di fronte alle lacrime dei bambini innocenti, alle ferite delle ragazzine abusate, di fronte alle sofferenze delle persone omosessuali derise, o delle donne violentate. Il Dio di Gesù di Nazaret non è neppure un dio buonista o un vecchietto bacchettone, da ricattare o di cui approfittare a cuor leggero, o che tratti con la stessa bilancia la vittima e il suo carnefice.

Il Dio che mi mostra Gesù di Nazaret è quel Dio che sulla croce preferisce mille volte sacrificarsi e morire, lui, per l’uomo, anziché vedere l’uomo morire per lui. E che rinuncia a salvare se stesso pur di salvare tutti noi.

Cari amici tutti, io non so e non pretendo di dirvi perché Roberto, appena ventiduenne, sia morto, proprio mentre giocava a calcetto, in un parco, dopo gli interminabili giorni chiusi in casa per il lockdown, in quell’assolato sabato pomeriggio, della scorsa settimana, dal sapore dell’estate. Vi dico però quello che mi ha detto stamattina il suo papà. “Mio figlio è stato la prova lampante che al mondo non esiste solo il male, ma che esiste anche il bene. Tanto bene. La sua vita non è stata inutile. Mi ha aiutato a reagire alla morte prematura di mia moglie, sua mamma. Per me è stato un figlio che non solo è diventato il mio più caro e fedele amico, ma che ha aiutato anche me non solo ad essergli papà, ma a diventare suo amico vero e verace”.

E Dalila, da parte sua, ha confermato: “Roberto ha incontrato la felicità nel cercare la felicità degli altri. Non l’ho mai visto né triste né arrabbiato. Non si è mai ripiegato sul suo dolore di ragazzo orfano di madre. Ha gustato la vita e l’ha fatta gustare agli altri. E a me ha insegnato ad amare e a capire che la vita dipende da te se farla diventare bella o moscia”.

La vita è bella: questo è il testamento di Roberto. E’ bella se la vivi come un bel gioco. Con grinta, ma senza violenza. Con calore e passione. Con impegno e sacrificio. Sapendo valorizzare anche le sconfitte per imparare a perdere. E imparando a vincere non per umiliare gli altri ma per imparare insieme a vincere insieme la partita della vita.

Di questa partita ora per Roberto è finito solo il primo tempo. E per lui è cominciato il secondo: il tempo senza tempo, dove non c’è più né lutto, né dolore né pianto. Ma pace e gioia, e infinito canto.

Grazie, Signore, per avercelo dato. E continua a farcelo sentire vicino vicino.

A te, Roberto, diciamo semplicemente: Grazie e Ciao!

 

 

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