sabato 17 agosto 2019
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In foto: barriere antimucillagini (archivio Il Ponte)
di Maurizio Ceccarini   
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mar 16 lug 2019 13:47 ~ ultimo agg. 17 lug 10:13
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“Il mare Adriatico schifoso, invaso da quelle alghe che paiono vomito, bava, muco, deiezioni di extraterrestri da fantascienza”. Metafore poco diplomatiche che il 16 luglio 1989 comparivano non su un quotidiano tedesco, principale fronte di preoccupazione dei nostri operatori per quello che era il mercato forte dell’epoca, ma su un corsivo di Lietta Tornabuoni sul quotidiano La Stampa dal titolo “Venezia e le alghe del malgoverno” dove si affiancavano i due grandi casi di quel luglio: il contestato concerto dei Pink Floyd a Venezia che riempì di rifiuti piazza San Marco e, appunto, le mucillagini in mare. Tema, quest’ultimo, che da diversi giorni aveva almeno una pagina fissa se non due sui quotidiani nazionali.

archivio Il Ponte

E in un clima di emergenza nazionale dove non mancavano i proclami quotidiani da Roma, che il più delle volte rimanevano tali, nelle regioni coinvolte si facevano spazio le proposte e le soluzioni “fai da te”:  barche per succhiare le alghe, muri d’aria, sale per disperdere la gelatina, molluschi per depurarla in modo naturale (oggi di direbbe “bio”), atolli rigeneratori, ozonizzazioni sottoponendo il mare a una sorta di idromassaggio. Qualcosa lungo l’Adriatico del centro-nord fu effettivamente tentato, ma con scarsi risultati. Pompe che si intasavano, barriere che non bloccavano più di tanto. “A Riccione – riferiva sempre in quei giorni La Stampa, “sono più rudimentali. Passano con i camion mentre albeggia a raccogliere le mucillagini sulla battigia. I bagnini danno una mano: badili e carriole”.

E in tutto questo c’erano anche i pescatori che cercavano di far sentire la loro voce: “Tutti si preoccupano dei bagnanti, ma noi mica possiamo buttare le reti in piscina”. Sarebbe arrivato il fermo pesca anticipato. E le alghe, con buona pace dei tanti escamotage immaginati o abbozzati, si ritirarono poi di loro iniziativa portandosi via una cappa di tensione che in Riviera era palpabile come la massa gelatinosa in acqua.

Sollevando così la politica nazionale dalla necessità di risposte urgenti che, in un rimpallo di responsabilità, faticavano ad arrivare. La Tornabuoni raccontava di un’Italia che si “sottosviluppava di continuo”, con una classe dirigente più occupata a occupare i luoghi di potere che ad assumersi realmente le responsabilità, con la conseguenza che “meno decisioni si prendono e meno si è adatti a prenderne”. Parlando, sempre in punta di fioretto, di “un’impotenza incompetente”. Che fosse esagerato o meno, fatto sta che in quei giorni contò più il badile che lo scaricabarile.

 

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