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Aperitivo, al buio diventa tutta un’altra cosa

Sabrina CampanellaRimini

1 maggio 2017, 08:02

Aperitivo, al buio diventa tutta un’altra cosa

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Un’aperitivo al buio. Non nella penombra, ma al buio. A Rimini, ho partecipato a questa incredibile esperienza in cui tutto è invisibile

Un’alba, in una foto che ho scattato a Riccione, apre questo racconto. Una scelta tutt’altro che causale. Perché quando si prova l’esperienza del buio totale, dopo un paio d’ore c’è un’immensa voglia di luce. Ma andiamo per ordine. Quando su Facebook sono inciampata nell’ evento “Aperitivo al buio“, la curiosità è stata troppa per non cliccare. Le informazioni parlavano di un’esperienza sensoriale, di un gioco che insegna e così ho subito inviato un messaggio per saperne di più. Come funziona un aperitivo al buio? E, soprattutto, perché organizzarlo?

Come nasce l’idea dell’aperitivo al buio

Ne parlo con Amos Lazzarini, uno degli organizzatori, e comprendo subito che non si tratta di una bufala del web. Il modello di riferimento, mi spiega, è quello già diffuso delle cene al buio, organizzate dall’Unione Italiana ciechi e ipovedenti. Rientra tra le varie iniziative a sostegno della Onlus, ma non solo. E’ anche un modo per aiutare chi è afflitto da questa disabilità a uscire alla luce del sole. La tendenza più diffusa è infatti quella di chiudersi in un mondo invisibile privo d’interazione sociale. E lui lo sa bene come funziona perché ha un familiare ipovedente. In che modo questa iniziativa può rappresentare un gesto d’aiuto? Credetemi, aperitivo o cena che sia, sarebbe letteralmente impossibile per chi può utilizzare la vista servire a tavola drink e cibo, al buio. A esperienza fatta posso assicurarvi che il buio nell’ambiente è totale, è assoluto, è nero e impenetrabile.

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“Crediamo sia un modo per rimescolare le carte” mi spiega Amos  “rendendo qualcosa di consueto come  un aperitivo qualcosa di singolare. Certo, l’immagine reale viene a mancare, ma se ne creano altre, ad esempio quella mentale e quelle sensoriali. In fondo vuole essere anche una provocazione”. Non ho più dubbi: decido di sfidare me stessa e di partecipare a questa esperienza letteralmente fuori da ogni ordinarietà.

Come funziona l’aperitivo al buio

Per prima cosa le regole: per evitare qualsiasi intrusione di luce cellulari spenti e niente orologi digitali al polso. Mai alzarsi dal proprio posto in autonomia, ma affidarsi a chi sa muoversi al buio in caso ce ne sia la necessità. Ci dividono in gruppi di quattro. Bisogna entrare in fila indiana, con una mano sulla spalla della persona davanti per avere sempre un riferimento. Dentro il buio è totale, denso, assoluto. C’è Andrea che ci accompagna ai tavoli assegnati, un giovane ragazzo che ha perso la vista all’età di 18 mesi. Ed è proprio Andrea che mi guida al mio posto. Anche solo sedermi mi sembra all’improvviso difficile. Sento voci, alcune più lontane, altre vicinissime. Percepisco qualcuno accanto, ma non so chi sia. Il rumore che arriva dagli altri tavoli sembra assordante, eppure siamo trenta in tutto. I suoni si amplificano al buio o questa, per lo meno, è la mia sensazione.

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Andrea viene a chiederci cosa prendiamo da bere e ci spiega che sul tavolo c’è già qualcosa da sgranocchiare. Allungo le mani, tasto, tocco finché non trovo qualcosa. Dalla forma riconosco che sono tarallucci. Ogni cosa diventa diversa. Mentre aspettiamo Andrea arrivi con le bevande e con del cibo da stuzzicare, cominciamo a parlare. Alla mia sinistra due donne, mi suggerisce la loro voce. In realtà sono ben di più le cose, scopro, che abbiamo in comune. Una delle due, come me, è di Riccione. Entrambe come me hanno dei figli, e tutte abbiamo vissuto l’esperienza della separazione. I discorsi diventano profondi. Pur se non ci conosciamo affatto, condividiamo emozioni intime e profonde come se non metterci la faccia rendesse tutto, paradossalmente, più facile.

Mangiare senza vedere

lampadinaTra una chiacchiera e l’altra arrivano degli stuzzichini. Il primo è una ciotolina con del riso, come mi suggerisce il palato, ma prenderlo con la posata richiede tempo e impegno. Persino portare la forchetta alla bocca non è più qualcosa di scontato. Seg01ue una sorta di tortino o di flan, non capiamo bene cosa sia, ma lo strato superiore suggerisce una cottura al forno. All’interno è soffice e il gusto ci rassicura almeno sull’ingrediente principale. E’ a base di legumi, probabilmente ceci. L’assenza della vista delega tutto al palato. Così si mangia più lentamente, per capire meglio, per comprendere, per gustare. E si va avanti a chiacchierare, come se ci si conoscesse da sempre, e a mangiare pur se con la lentezza necessaria. Anche il tempo al buio assume ritmi diversi e diventa come sospeso.  Comprendo che l’esperienza si è conclusa con l’arrivo nella stanza di alcune lanterne utili a riabituarsi lentamente alla luce che dopo poca viene accesa. Finalmente, allora, mi riapproprio della percezione del tempo, oltre che di quella dello spazio. Ingannata dal rumore del vociare di noi partecipanti, l’ambiente me l’era immaginato molto più piccolo. E mi accorgo, solo allora, di essere stata seduta ad un tavolo per oltre due ore con altre sette persone, pur se io fossi convinta ce ne fossero solo tre.

 

 

Con il mio cane Palmiro all’alba sulla spiaggia di Riccione ad aspettare la luce del sole

Con il mio cane Palmiro all’alba sulla spiaggia di Riccione ad aspettare la luce del sole

Tutta la bellezza della luce

E’ incredibile come tutto cambi senza luce. Ecco perché concludo il racconto di questa incredibile esperienza con un altro inno fotografico al sorgere del sole. Ritornando a casa sono davvero tanti gli spunti di riflessione. Amos aveva ragione, questo aperitivo al buio mi ha insegnato tanto, a cominciare da cosa sia il privilegio di poter vedere, guardare, osservare quello che ci circonda. Il prossimo appuntamento, se volete viverlo di persona, è il 12 maggio in Via Labriola, a Rimini. Il costo è di 20 euro, in parte devoluti alla circoscrizione territoriale dell’Associazione Italiana Ciechi e Ipovedenti.

da mytrolleyblog

Sabrina Campanella

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