19 novembre 2018

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Nomadi. Canevaro: si vuole educare all’esclusione?

andrea canevaro nomadi

in foto: Andrea Canevaro (Newsrimini.it)

Nel dibattito sulla questione nomadi a Rimini interviene Andrea Canevaro, professore emerito dell’Università di Bologna e sostenitore dell’esperienza di Rimini Attiva. Ripercorrendo la storia degli “zingari” dalle leggi razziali alla proposta di un ministro italiano di prendere le imponte ai bambini nomadi, Canevaro sottolinea i rischi che può portare oggi l’educazione all’esclusione.


L’intervento di Andrea Canevaro

ZINGARI

Perché.

La Germania di Hitler adottò le leggi razziali il 15 settembre 1935. Le leggi razziali dovevano proteggere il sangue germanico. Dichiaravano nemici coloro che potevano rappresentare, per il loro stesso essere al mondo, una minaccia per la purezza della razza. Il paradigma del “nemico” era così interpretato, e sostenuto con una legge dello Stato, in termini assoluti, che andavano oltre le intenzioni e le circostanze. Vi erano individui che nascevano “nemici”, e dovevano essere distrutti. La popolazione zingara non veniva presa direttamente in considerazione, nel senso che non era citata esplicitamente. Ma la difesa della purezza del sangue escludeva e rendeva “nemici” tutti coloro che potevano minacciare con la loro estraneità il popolo germanico. I “sanguemisti” erano nemici. Va da sé che lo fossero anche gli Zingari.

In Italia, nel 2008, un ministro del Governo italiano ha proposto di prendere le impronte dei bambini zingari. Alla reazione che si è levata da più parti, è stato risposto che era per poterli tutelare e mandarli a scuola. Dove avrebbero incontrato coetanei senza pregiudizi e insegnanti capaci di educare al rispetto delle differenze.

In Svizzera, nel 1926 fu creata l’Opera di soccorso “Enfants de la grand-route”. La realizzò la Pro Juventute, ovvero una delle più famose e benemerite organizzazioni umanitarie svizzere. Il fondatore dell’azione per gli zingari era Alfred Siegfried (1890-1972), e aveva il compito di tradurre il mandato di “proteggere i bambini a rischio di abbandono e di vagabondaggio” in “un tragico esempio di discriminazione e persecuzione di una minoranza che non condivide il modello di vita della maggioranza”. Queste ultime parole sono state pronunciate nel 1998 da Ruth Dreyfuss, prima consigliere federale e poi presidente della Confederazione elvetica. Fino al 1972, l’Opera di soccorso “Enfants de la grand-route” organizzò una sistematica azione di assimilazione e di cancellazione degli zingari, attraverso un esproprio dei bambini piccoli, che venivano adottati da famiglie non zingare; e dal ricovero per quei soggetti che presentavano delle anomalie, e che avrebbero avuto una qualità di vita tale da non prolungare la loro esistenza. Questo progetto godeva della collaborazione delle autorità e delle strutture dell’ordine pubblico.

Nel 1987, la Confederazione elvetica riconosce la propria responsabilità, e inizia un’azione di risarcimento morale e finanziario, per quello che può essere fatto dopo i danni irrimediabili ad una minoranza.

Entrambe i modelli ritengono che un individuo zingaro – ci concentriamo si questa popolazione – valga decisamente meno. Nel primo modello, il recupero non è ipotizzabile. Nel secondo, è possibile e diventa progetto.

I due modelli si propongono a partire da un mito identitario che autorizza e legittima moralmente – nel caso hitleriano anche istituzionalmente in maniera esplicita; nel caso svizzero, dreyfussiano, ogni azione di estirpazione della minaccia patologica.

Ma se i bambini sono portati a manifestare contro una categoria, quella degli zingari, a che modello sono educati? Genitori e insegnanti sono d’accordo a educare chi cresce a quel modello? Speriamo davvero di no….

Il senso di persecuzione porta all’esclusione attiva, ovvero al fatto che una persona zingara si esclude, oltre a sentirsi esclusa. Come si esclude? Non sentendo i vincoli di appartenenza alla società più ampia. E questo suscita attorno agli zingari una cortina di sospetto, di diffidenza: anche se non contiene nessun elemento persecutorio; certamente si collega a quella memoria atavica intrisa di persecuzioni, e si colora più fortemente di quello che i fatti come tali configurano.

Andrea Canevaro

Prof. Emerito dell’Università di Bologna

Redazione Newsrimini

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