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Orto disinvolto

carcereRimini

11 dicembre 2016, 07:46

È un nome leggero, quello scelto per il progetto di orto con il gruppo di ragazzi della sezione ANDROMEDA del carcere di Rimini, condotto dai volontari dell’Associazione Madonna della Carità grazie al finanziamento del Comune di Rimini tramite Piano di Zona per la Salute e il Benessere Sociale. Disinvolto, come le cose spontanee, semplici, proprio ciò che serve a chi vive la quotidianità del carcere.

 

“Nel nostro rapporto con la terra – racconta Giovanna Tiraferri, uno dei 4 volontari del progetto, dell’associazione LabLab – intesa proprio come la terra bassa da coltivare, con lo scopo di soddisfare il più elementare, necessario e in fondo ancestrale degli scopi e cioè il bisogno di nutrirsi, possiamo veramente mettere in atto quella franchezza, semplicità, onestà di intenti così difficile da portare avanti nella complessità delle relazioni umane.
Per occuparsi di un orto serve un lavoro coordinato di mente e corpo, un lavoro che assorbe e stempera i pensieri negativi che nascono dalla difficoltà del quotidiano e poter portare avanti un progetto orto seguiti da qualcuno che,per esperienza, può indirizzare i ragazzi verso un buon risultato finale, minimizzando il rischio di fallimento, ha il non trascurabile pregio di favorire l’ottimismo e l’entusiasmo per un qualcosa che da soli, forse, non si sarebbe mai affrontato.
Dobbiamo dire che a tutt’oggi, noi stessi siamo stupiti dalla cura, attenzione e dedizione che i ragazzi hanno riservato alla parte di orto fin qui realizzata”.

 

“Inverno 2016 – racconta invece Walther Bazzocchi, volontario ed esperto di orti – da un incontro casuale con Giovanna dell’ Associazione Lab Lab, arriva la proposta per un corso sull’orto da tenere all’interno del carcere di Rimini. La proposta finisce per coinvolgermi e non riesco a dir di no.

Sono in compagnia di altre quattro persone ad iniziare e gestire questa esperienza, ognuno nei suoi ambiti: Viola Carando, Giovanna, Chiara Fantini (del vivaio La Fazenda) e Alberto Strapazzini. I timori e le perplessità mi si sciolgono al primo incontro con i ragazzi della sezione Andromeda del carcere, che vivono l’esperienza carceraria con una certa “autonomia” e che assomiglia ad un percorso riabilitativo. Ci accolgono con attenzione e curiosità, occorre muoversi con cautela, ma le sensazioni positive ci sono e quando iniziamo le prime attività pratiche aumentano decisamente. Scopro immediatamente il alcuni di loro una salutare manualità ed una sorta di predisposizione: in fondo non facciamo nulla di complesso, si tratta di seminare, di piantare qualche insalata, pomodori, zucchine, erbe aromatiche… ma la materia in realtà è ricca di spunti per dialogare o parlare della nostra vita. La terra e le piante sono materia viva, mettono in gioco aspetti legati al prendersi cura, all’alimentazione, alla cultura tradizionale delle nostre famiglie di origine, ai ritmi della vita ( le stagioni, i successi, le difficoltà, la bellezza, i ritmi della natura)”.

 

“Un frutto importante che ci ha dato – conclude Werther – è quello del vivere insieme l’esperienza, con tranquillità e disinvoltura, senza l’ansia dei risultati, praticando le antiche arti dell’ascolto, del raccontare storie, del condividere un lavoro. I ragazzi non hanno mancato di apprezzare i risultati e di esprimere il gradimento per il percorso, compiuto assieme, ma in larga parte gestito in autonomia.

 

“Gli insegnamenti utili per la riuscita dell’orto – gli fa eco Giovanna – non sono poi così dissimili da quelli necessari per affrontare la vita tutta, come l’accettazione della precarietà e fragilità del mondo vivente, l’impossibilità di avere sempre il totale controllo sugli eventi ( un evento climatico può vanificare in un batter d’occhio la più accurata coltivazione), la determinazione a reagire ai fallimenti con un maggior bagaglio di conoscenza e consapevolezza e non arrendersi davanti a difficoltà e impedimenti.
Il rapporto con il cibo ha a che fare con sensazioni e percezioni strettamente collegate al nostro mondo emotivo e le richieste dei ragazzi per un preciso ortaggio e soprattutto specifiche erbe aromatiche che rimandano inevitabilmente a profumi e sapori amati, denotano chiare richieste di benessere fisico e psichico”.

 

Stefano Rossini

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