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Villa del Vergers: l’appello di Rosita Copioli, l’intervento di Pivato

Rimini

14 giugno 2007, 16:15

in foto: La scrittrice Rosita Copioli lancia un appello sull'abbandono di Villa des Vergers a San Lorenzo in Correggiano di Rimini. L'intervento della Copioli, pubblicato anche sul numero del Settimanale Il Ponte in edicola da venerdì:

Dal 1993 cerchiamo di tutelare e valorizzare due beni culturali di Rimini e del suo territorio: l¹uno mobile, l¹altro immobile, e inscindibili tra loro. Entrambi sono appartenuti alla famiglia francese che si insediò nella
villa di San Lorenzo in Correggiano già Belmonte.
Il primo bene è il Fondo des Vergers, donato da Hélène des Vergers de Toulongeon alla Biblioteca Gambalunga di Rimini: una vera miniera di
manoscritti, documenti, lettere, autografi, libri e riviste preziosi, collezioni di epigrafi greco-latine, marmi romani, vasi etruschi, piante, disegni, lucidi di affreschi etruschi, ecc., radunati in più d¹un secolo da Adolphe Noël des Vergers e dai suoi familiari, tra cui i famosissima editori, collezionisti, studiosi Didot.
Adolphe era infatti genero di Ambroise Firmin Didot, forse il più geniale degli editori europei del XIX secolo, giustamente immortalato da Honoré de Balzac. Il Fondo des Vergers contiene sia le pubblicazioni di Adolphe sia i
suoi manoscritti, e sia gli appunti e i carteggi inerenti ai vasti progetti di cui venne investito dal Governo francese (l’edizione di storici arabi medievali ­ Abou’lféda, Ebn-Khaldoun -; le testimonianze arabo-normanne del
regno di Sicilia; la missione geografica, archeologica ed epigrafica nell’Algeria appena conquistata; la raccolta delle epigrafi, non solo
italiane, che confluì poi nel “Corpus Inscriptionum Latinarum”;
l’allestimento delle sale del Louvre dedicate a Napoleone III con parte delle proprie collezioni greco-etrusche; il trasporto e la cura delle opere di Bartolomeo Borghesi a Parigi) o le proprie imprese familiari (epigrafiche, di scavo a Roma ­ Esquilino e Palatino -, nel Lazio ­ villa
d¹Orazio a Digenzia -, in Etruria ­ Arezzo, Cortona, Chiusi, Volterra, Vulci, Cecina).
A questo patrimonio già di per sé unico (che non è presente nemmeno alla Bibliothèque Nationale di Parigi) si aggiungono i ricchi documenti dei rapporti tenuti con studiosi e importanti famiglie di tutta Europa, sulla base dei molteplici interessi coltivati: dalla geografia alle scienze alla diplomatica all¹orientalistica all’epigrafia all’archeologia alla linguistica all’arte e alla letteratura. Per valorizzare questo patrimonio, abbiamo in corso d’opera una collana editoriale.
Il secondo bene, quello immobile, è Villa des Vergers di San Lorenzo in Correggiano, alla quale lavorarono architetti come Arthur Stanislas Diet e Georges Paul Chédanne.
La Villa fu base italiana per tutte le operazioni che des Vergers condusse a
partire dal territorio di Rimini con l¹Emilia-Romagna (in particolare Bologna, dove operavano Francesco e Gino Rocchi, Giosuè Carducci, G.
Gozzadini, Antonio Zannoni, Giambattista e Adolfo Gandino; e Savignano, dove vivevano i Rocchi); con San Marino (Bartolomeo Borghesi); con Roma (specialmente l’Istituto archeologico germanico); con Firenze (Michele Amari, i Demidoff, Madame de Rolland); le Marche (ossia Pesaro, con i Perticari, Gioacchino Rossini, e i Vaccaj) fino alle altre regioni italiane
e all¹Europa intera. La villa è senza dubbio la più bella di tutto il territorio della provincia, e con rara lungimiranza Gaston des Vergers la fece vincolare nel 1913: in assoluto uno dei primi vincoli italiani.
La storia di questa villa e del suo parco si è ulteriormente arricchita quando don Mario Ruspoli la acquistò nel 1938 e ne fece rimodellare il parco a Pietro Porcinai, il più brillante paesaggista italiano del Novecento, e
uno dei più stimati a livello internazionale.

Purtroppo oggi abbiamo dovuto segnalare alle soprintendenze un vistoso, preoccupante degrado, che sta avviandosi a diventare irreversibile.
Esso investe sia l¹edificio pur restaurato di recente, sia il famoso parco di Pietro Porcinai, diventato una selva in maggior parte inaccessibile.
Per quanto riguarda la Villa, il disastro tocca in particolare la preziosissima cappella con affreschi, dipinti, stucchi, marmi, cementi
colorati, lacche, legni, ecc., che si disgregano per l’umidità, ecc. (ma anche tutte le parti di maggior pregio decorate della villa si stanno
sgretolando e deteriorando: dagli stipiti e dalle poche porte d’epoca con gli stemmi ottocenteschi e le serrature rimaste, ai soffitti, e dovunque i manufatti d¹epoca; gravissima la situazione dei lacunari con decorazioni a foglia d¹acanto dentro il pronao esterno).
Per quanto riguarda il Giardino, il decadimento è assoluto: esso concerne manufatti e opere cementizie, marmoree, lapidee, ecc. danneggiate, talora asportate, o in rovina (statue, lapidi, scale, cordoli, fontane, murature del laghetto e del ponte, capanna rustica, pavimenti, serre, pergolati, le arcate portanti del belvedere ­ con sostrati malatestiani­ a est).

La proprietà non può sostenere interamente il carico di un ripristino e di un restauro, in particolare del Giardino. Ma se potesse consentire un accesso per visite in giorni stabiliti, attraverso una convenzione con il
Comune di Rimini, e quindi la Provincia e la Regione, forse l’insieme delle forze renderebbe possibile l’inizio almeno di un primo stralcio di lavori.
Il beneficio per la Comunità di Rimini, per il nostro turismo è evidente.
Sarebbe opportuno affrontare questa ipotesi a un tavolo comune.
Mi auguro che le Associazioni culturali di Rimini per prime sostengano questa proposta.
Mi riferisco agli Amici del colle di San Lorenzo, che nel 1993 si mossero perché la Soprintendenza estendesse il vincolo paesistico a tutta la collina, a Rimini Città d’arte, ad ARSSA, alla delegazioni del FAI, di Italia Nostra, del WWF. Ma poi anche ai clubs della Riviera: i Rotary, i Rotaract, i Lions, Round Table, Ladie¹s Circle, Inner Wheel, Soroptimist,
Leo Club.

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In merito all’appello, pubblichiamo l’intervento dell’assessore alla Cultura del Comune di Rimini Stefano Pivato:

Giusto l’appello lanciato da Rosita Copioli. Come condivisibile l’interrogazione che, sullo stesso tema, venne sollevata qualche settimana fa dal consigliere comunale Tiziano Arlotti. Villa des Vergers è uno dei patrimoni più cospicui del nostro territorio; perderlo non significa solo privarsi di un bene storico-artistico prezioso ma un pezzo stesso di quel processo individuale e collettivo, sociale e culturale, quotidiano e antropologico che per comodità (pigrizia?) viene chiamato ‘identità’.

E’ giusto salvaguardare Villa des Vergers, è giusto che essa sia sdoganata (almeno periodicamente) dalla invisibilità cui è costretta dal suo status privato, è giusto che sia il tessuto cittadino nel suo complesso a pre-occuparsi del suo perdurare nel tempo.

Perché si tratta, a tutti gli effetti e nell’accezione più vasta dell’espressione, di un bene “pubblico”. Ma, e qui sta il punto, di proprietà di un “privato”. E, come è facilmente intuibile, non si tratta di un particolare accessorio della questione.

Voglio sottolineare con decisione come la salvaguardia di Villa Des Vergers sia comunque, e ancor prima che un problema di carattere estetico, un tema che coinvolge “l’etica pubblica” nel suo complesso: Cioè a dire l’interesse che i privati cittadini nutrono nei confronti della salvaguardia di un bene collettivo.

La tutela della bellezza del paesaggio, della salvaguardia dei monumenti storici è certamente compito che spetta all’ente pubblico. Ma, allo stesso modo e con eguale carico di responsabilizzazione, ai cittadini. Ai “privati”. Non è un discorso popolare in un momento in cui ogni problema, qualsivoglia ostacolo posto davanti alla quotidianità, viene scaricato e imputato al ‘Governo ladro’ o al ‘Comune inefficiente’. E’ un discorso scomodo ma inevitabile se si vuole dare centralità al vero pilone (oggi invero traballante) su cui si fonda il processo democratico. Si dice spesso, anche tra gli storici, che l’Italia non abbia quel ‘senso dello Stato’ che caratterizza altri Paesi. La nostra storia virata al ‘particulare’- Comuni, Signorie, Repubbliche, Nord e Sud- parrebbe andare in questo senso: grandi slanci, sperimentazioni anche avanzate ma scarsa capacità di riconoscimento in quel quadro valoriale e culturale chiamato Nazione. Ma la storia si può cambiare. Anzi, mi si permetta, oggi più che in passato si deve cambiare.

E allora questioni locali come Villa des Vergers possono diventare spie di quella rinnovata necessità di coinvolgimento, di condivisione di un orizzonte (di Paese, di città) comune, verso cui si deve tendere, andando oltre il teatrino del rancore, delle accuse, del ‘non è compito mio’, delle opposte sciabolate nel nome del ‘dirigismo’ e del ‘solo privato è bello’.

C’è da dire, in ogni caso, che nei mesi scorsi l’amministrazione comunale si è mossa nella direzione di salvaguardare il patrimonio di Villa des Vergers. Ha sostenuto- e non è una novità, in quanto già riportato dai giornali locali- una trattativa condotta da Rimini Fiera che, ad oggi, non ha ottenuto i risultati sperati. Resta ferma in ogni caso la disponibilità del Comune di farsi promotore di serie iniziative che vadano in quella direzione. La sollecitazione di Rosita Copioli va in questa direzione. Almeno che non cada nel vuoto.

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