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‘Il bambino e il villaggio’: il saluto del sindaco Ravaioli per il Sigismondo

Rimini

21 dicembre 2004, 17:20

in foto: Pubblichiamo il testo del saluto di fine anno che questo pomeriggio il Sindaco Alberto Ravaioli ha rivolto durante la cerimonia di assegnazione del Sigismondo d’Oro:

Gentili ospiti, concittadini, autorità
nel preparare la giornata odierna mi è capitato casualmente in mano nei giorni scorsi un libro di proverbi africani.
Uno in particolare mi ha colpito: per crescere un bambino occorre un intero villaggio. Splendido nella sua semplicità. Non può esistere, non ha futuro, una società che non contribuisce nel suo insieme alla formazione dei suoi giovani.
Ne consegue che è persino nocivo cercare di ricondurre a una sola la strada che conduce alla crescita di un individuo o di un Paese. Che è un passaggio di emozioni e di obiettivi trasversali raccolti nel loro insieme.

Don Oreste Benzi, Emilia Guarnieri, Simona Pari non hanno scelto una missione di vita ma semmai la vita come missione, religiosa e laica. I loro percorsi umani e professionali, persino le loro convinzioni su tematiche fondamentali dell’esistenza sono indiscutibilmente distanti l’una dall’altra.
Eppure non credo di sbagliare se dico che tutti noi, riuniti quest’oggi nella Sala dell’Arengo, condividiamo la stessa percezione: nella solidarietà, nell’aiuto a chi soffre, nella capacità di favorire il dialogo tra culture diverse, nel valore della testimonianza e dell’insegnamento delle conoscenze sta l’addentellato comune di tre persone capaci di vivere la normalità al di là della consuetudine.

Non è stato un anno come tanti, questo, per la città di Rimini. Definirlo non comune è appropriato visto che in alcune occasioni si è chiaramente avuta la sensazione di una comunità in cammino. Le istantanee in particolare sono due: il viaggio a Loreto di 5 mila persone per la beatificazione di Alberto Marvelli da parte del Santo Padre, l’angoscia e quindi il sollievo collettivo- stati d’animo contrapposti ma ugualmente capaci di riunire in piazza migliaia di riminesi- per la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta.

Nel 2004 l’immagine di Rimini è rimbalzata in Italia e nel mondo per eventi- sociali, culturali, persino drammatici- legati a valori fondanti una Società ideale. L’affermazione sopra ogni cosa della pace, l’impegno a favore del confronto e della cooperazione tra popoli e Stati, la cultura come chiave in grado di sostenere la comprensione, la partecipazione attiva alla cosa pubblica, l’urgenza della solidarietà e della condivisione, la vita come testimonianza sono i lampi di luce che la comunità nazionale e internazionale quest’anno ha colto, provenienti dalla nostra città.
Non è un ribaltamento degli stereotipi; in fondo anche nella tradizionale immagine di ‘capitale dell’ospitalità’ vi sono componenti strettamente inerenti un turismo umano, alla portata di tutti, popolare perché non alienante, internazionale nel senso vero della parola.
Quella, allora, che è scaturita in maniera netta durante un anno per molti versi storico è la percezione di una città non banale, non definita nel pur dorato recinto della ‘regina della vacanza’. Una città che- pur nelle contraddizioni di una realtà che per molti mesi ha a che fare più con problematiche metropolitane che provinciali- è viva, dinamica e ha la capacità di trasmettere una rappresentazione bellissima di se stessa. Una città il cui unico difetto pare essere la non consapevolezza della propria forza, spesso non pienamente cosciente del suo status di esempio positivo per gli altri e ripiegata piuttosto per eccesso di autocritica sul desiderio di imitazione di modelli sicuramente non superiori.

Dico questo anche al termine di un anno che ha visto il mondo, l’Europa, l’Italia soffrire di una evidente crisi di fiducia la cui diretta conseguenza è una contrazione di consumi che si fa sentire anche sull’industria turistica generale. Grazie alle scelte strategiche già compiute, grazie a una cura del territorio complessivamente buona, grazie all’attivismo e all’intraprendenza del settore privato la macchina Rimini è uscita con pochissime ammaccature da un periodo difficile che- è bene essere chiari- non cesserà i suoi effetti il 31 dicembre 2004.
E’ persino scontato dirlo ma la congiuntura economica internazionale e nazionale non pare dare per l’immediato futuro segnali confortanti. Non è una consolazione né un alibi.
Abbiamo oggi più che mai l’obbligo di proseguire e completare quel disegno di città che può farci guardare con serenità al futuro. E’ un progetto infrastrutturale e- dico una parola pesante- morale che non ha mai scimmiottato alcun ‘altrove’ e alla cui realizzazione deve concorrere la città in ogni sua componente.
Sgombro subito il campo da equivoci di sorta: un progetto di città o di un intero Paese non coincide con qualche opera muraria o un programma urbanistico. E’ qualcosa di molto più grande, formato com’è da apporti materiali e immateriali.

Il disegno di città che l’Amministrazione Comunale sta completando è quello che ha visto adeguare alle più recenti normative in materia di sicurezza gli oltre 100 edifici scolastici di proprietà comunale; è quello che ha consentito di creare in tre anni oltre 200 nuovi posti in strutture per l’infanzia e di raddoppiare le risorse e il sostegno economico a favore degli anziani e delle categorie sociali più deboli; è quello che permetterà di realizzare centinaia di alloggi di edilizia popolare; è quello che da tre anni a questa parte ha consentito di non accrescere i tributi comunali; è quello grazie al quale ogni luogo di questo comune è stato riqualificato e dotato di punti di aggregazione (piazze, strutture sportive e scuole, opere di riqualificazione urbana e arredo) nell’esplicita volontà di non svuotare di significato e spersonalizzare gli stessi; è quello che ha permesso di porre mano in maniera radicale al risanamento ambientale e di accrescere la tutela del verde cittadino; è quello che ha consentito di recuperare e valorizzare il patrimonio storico- culturale della città, finalmente mettendolo a disposizione dei cittadini e degli ospiti.

La Rimini che non dimentica nessuno continua ad essere una priorità del nostro progetto di città. Io credo che tutto ciò qualifichi e sia unità di misura per valutare la riuscita di un programma amministrativo.
Ma non mi esimo dall’affrontare anche argomenti dove negli ultimi mesi più articolata è stata la dialettica politica. Pochi giorni fa abbiamo ufficialmente avviato l’operazione Palacongressi, che segue di pochi anni gli analoghi vari riguardanti la nuova Fiera, il Centro Agroalimentare, la nuova Darsena e di pochi mesi il riutilizzo di quel patrimonio per decenni malinconicamente spiaggiato nel degrado che erano le ex colonie.
Grandi opere la cui progettazione o realizzazione è dovuta alla lungimiranza e alla capacità di enti pubblici e encomiabili soggetti privati. A volte dimentichiamo quanto e a che livello in un lasso limitato di tempo questa città abbia saputo cambiare radicalmente pelle. E non una sola volta.

Adesso va fatto il passo decisivo. E questo non sarà possibile se a prevalere saranno gli opposti integralismi o la politica degli slogan. Progettare lo sviluppo sostenibile di un territorio non significa dire solo dei no ma recuperare e valorizzare attraverso operazioni di indiscussa qualità parti intere della città inserite in una programmazione quadro chiara, egualitaria e rispettosa delle peculiarità in primis ambientale dei luoghi.
Per fare tutto questo occorrono grandi capacità tecniche, trasparenza totale nei percorsi amministrativi, autorevoli professionalità e concretezza progettuale a dare sostanza alle idee e quindi un talento e una visione in grado di condividere con la collettività un sogno che si realizza.
Non è un compito semplice, è innegabile, ma Rimini nella sua storia non ha mai buttato- per usare il gergo calcistico- il pallone fuori; lo ha sempre e invariabilmente giocato, ho preso molti rischi (calcolati) e ha spesso scommesso (vincendo) su quello che i timorosi giudicavano un azzardo.
Sarà così anche questa volta se ‘l’intero villaggio’ concorrerà alla crescita della città.

Una comunità deve individuare nelle proprie radici la forza per crescere e vincere le sfide lanciate dai tempi; in un mercato e in una concorrenza sempre più globali il futuro si conquista promuovendo i valori, il prestigio, l’immagine, la cultura, l’identità. In questo senso è e sarà decisivo il ruolo di quel fiore sbocciato che è l’Università, soprattutto se tutti noi sapremo interagire in maniera lineare e corretta con l’istituzione vocata alla valorizzazione della cultura.
Questa è la nostra bussola, questo è quanto abbiamo fatto e faremo, questo è quello che stasera riconosciamo e onoriamo nelle persone di don Oreste Benzi, Emilia Guarnieri e Simona Pari.

Prima di passare la parola ai protagonisti di questa splendida giornata, consentitemi di ringraziare i cittadini, le associazioni, le organizzazioni sindacali, gli assessori, le forze politiche di maggioranza e di opposizione, il personale del Comune di Rimini per il lavoro a favore della collettività portato avanti negli ultimi mesi dodici mesi.
Così come mi si permetta di rivolgere un pensiero a chi, durante l’anno, ci ha lasciato. Vanno ricordati, anche in una giornata gioiosa come quella odierna, i lavoratori riminesi il cui futuro in queste settimane è in pesante discussione: posso garantire l’impegno vero al loro fianco da parte dell’Amministrazione Comunale di Rimini.

Grazie per la partecipazione a questa cerimonia e a tutti voi è rivolto il migliore augurio di un sereno 2005 e di un felice Natale. E adesso apprestiamoci ad applaudire don Oreste Benzi, Emilia Guarnieri e Simona Pari, i nostri Sigismondo d’Oro 2004. Quello che fanno ogni giorno è una ricchezza per la nostra città e per l’intera umanità.

Grazie

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