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L’ospedale di Mutoko un modello nella lotta all’Aids in Africa

RiminiVita della Chiesa

2 agosto 2004, 17:35

in foto: L'ospedale di Mutoko un modello per la lotta all'Aids. Marilena Pesaresi, medico missionario riminese a Mutoko in Zimbabwe è, in questi giorni, relatrice in una conferenza sull'Aids, che si tiene nel paese africano. Nel suo ospedale vengono curati gratuitamente, con i farmaci antiretrovirali, 600 pazienti.

42 milioni di malati nel mondo, 3 milioni di morti all’anno, 2milioni e 300mila nell’Africa sub sahariana. L’Aids continua a colpire con violenza; non è solo una malattia ma una drammatica piaga sociale. Nel continente nero sono 28 milioni le persone affette dal HIV, 4,5 milioni i nuovi casi ogni anno, 11 milioni i bambini resi orfani dall’AIDS. Lo Zimbabwe è tra i 6 paesi del mondo maggiormente colpito: si stima siano rimasti senza genitori 782.000 bambini. Cifre con troppi zeri per una malattia a cui la medicina è in grado di porre un freno; sono orami assodati i risultati positivi dei farmaci antiretorvirali per rallentare l’aggressione del virus.
Un difetto: il cocktail di farmaci è molto costoso e se nei cosiddetti paesi sviluppati la diffusione è molto ampia in Africa sono pochissime le strutture sanitarie che riescono a sostenere economicamente la terapia.
Tra questi l’ospedale Luisa Guidotti di Mutoko, gestito del medico missionario riminese Marilena Pesaresi, da pochi giorni rientrata in Zimbabwe. Con lei da 4 mesi uno specialista di malattie infettive che sta monitorando la somministrazione: i risultati sono buoni.

Oltre il 50% dei pazienti dell’ospedale di Mutoko è malato di Aids ed è in continua crescita il contagio soprattutto tra le donne in età fertile, che poi trasmettono la malattia ai figli. Un problema sanitario ma anche culturale: in questi giorni la dottoressa Pesaresi è ospite di un convegno di studi sull’Aids per relazionare sull’uso di medicinali antiretrovirali, che nell’ospedale di Mutoko sono somministrati gratuitamente ai pazienti.
E’ la generosità di molti a permettere l’esperimento, che la dottoressa Pesaresi spera diventi modello per tanti altri ospedali africani.

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