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Tendinopatia achillea nel runner: quando il tendine “chiede il conto”


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In foto: Il dottor Jacopo Gamberini
Il dottor Jacopo Gamberini
di Icaro Sport   
Tempo di lettura 6 min
Mar 26 Mag 2026 09:29 ~ ultimo agg. 09:49
Tempo di lettura 6 min

Chi corre lo sa bene: ci sono dolori che arrivano all’improvviso e altri che invece si insinuano lentamente, allenamento dopo allenamento. La tendinopatia achillea appartiene a questa seconda categoria ed è uno dei problemi più frequenti tra runner amatoriali e sportivi abituali. Un fastidio iniziale al tallone o lungo il tendine può trasformarsi, se trascurato, in un dolore persistente capace di limitare corsa, cammino e qualità della vita.

Il tendine d’Achille è il più grande e robusto del nostro corpo: collega i muscoli del polpaccio al calcagno e permette di camminare, saltare e correre. Proprio perché sottoposto a carichi elevatissimi durante la corsa, può andare incontro a un processo degenerativo e infiammatorio che prende il nome di tendinopatia achillea.

Perché colpisce soprattutto chi corre

Le cause non sono quasi mai singole. Nella maggior parte dei casi si tratta di un “sovraccarico”: aumento improvviso dei chilometri, cambi di ritmo, salite, scarpe inadatte o recuperi insufficienti. A volte incidono pregressi infortuni, scarsa flessibilità muscolare, scarso allenamento della forza, problemi biomeccanici del piede oppure età e peso corporeo.

Molti runner raccontano lo stesso schema: dolore al mattino nei primi passi, rigidità iniziale durante la corsa che poi sembra migliorare, fino però a peggiorare dopo l’allenamento o nei giorni successivi. È il segnale classico di un tendine che non riesce più a tollerare il carico richiesto.

Le due forme più comuni

Gli specialisti distinguono principalmente due tipi di tendinopatia achillea. La forma “mid-portion” interessa la parte centrale del tendine, alcuni centimetri sopra il tallone, ed è la più frequente nei runner. La forma inserzionale, invece, colpisce il punto in cui il tendine si inserisce sul calcagno. In questo caso il dolore è più vicino al tallone e spesso si accompagna a fastidio con scarpe rigide o durante le salite.

Capirne realmente la differenza ed effettuare una diagnosi precisa è fondamentale perché anche il trattamento cambia.

Come si arriva alla diagnosi

La diagnosi è soprattutto clinica. Il medico specialista in patologie muscolo-scheletriche – ortopedico, fisiatra o medico dello sport – raccoglie l’anamnesi e visita il paziente valutando gonfiore, ispessimento del tendine, rigidità e risposta ai movimenti.

L’ecografia è l’esame più utilizzato perché permette di osservare il tendine in movimento, evidenziare alterazioni strutturali e valutare eventuali neovasi, cioè piccoli vasi sanguigni che spesso accompagnano la degenerazione tendinea.

In alcuni casi viene richiesta una risonanza magnetica, soprattutto se si sospettano lesioni più importanti o coinvolgimenti osteotendinei inserzionali o se il dolore non migliora con le cure.

Va però ricordato un aspetto fondamentale: non sempre l’immagine “brutta” all’ecografia corrisponde a un dolore intenso. Per questo oggi le linee guida invitano a non basarsi solo sugli esami strumentali ma soprattutto sui sintomi e sulla funzionalità del paziente.

Il riposo assoluto non è la soluzione

Per anni si è pensato che il tendine dovesse semplicemente “riposare”. Oggi sappiamo che il riposo totale prolungato spesso peggiora la situazione. Il tendine, infatti, ha bisogno di carico dosato e progressivo per guarire. La fisioterapia rappresenta il trattamento principale e più efficace secondo le linee guida internazionali.

Il cardine della terapia è l’esercizio terapeutico, soprattutto il lavoro eccentrico e il rinforzo progressivo del tricipite surale, cioè dei muscoli del polpaccio. Gli esercizi vengono personalizzati in base alla fase del dolore e al tipo di tendinopatia.

Nella pratica, il fisioterapista secondo il protocollo terapeutico del medico specialista porta avanti con il paziente un percorso graduale che permette al tendine di tornare a tollerare il carico della corsa. Si lavora su forza, elasticità, equilibrio e tecnica di corsa, correggendo anche eventuali errori di allenamento.

Molto importante è la gestione dei carichi: non significa smettere completamente di correre, ma modulare intensità e volume per evitare continui “picchi” di stress sul tendine.

Le terapie fisiche: utili, ma non miracolose

Laser, onde d’urto, tecarterapia e ultrasuoni vengono spesso utilizzati come supporto. Le evidenze scientifiche più solide riguardano soprattutto le onde d’urto, che possono aiutare nei casi cronici, in particolare associate agli esercizi terapeutici.

Le altre terapie fisiche possono ridurre temporaneamente il dolore, ma da sole raramente risolvono il problema se non vengono accompagnate da un corretto programma di rinforzo.

E le infiltrazioni?

È uno degli argomenti più discussi. Le infiltrazioni possono avere un ruolo in casi selezionati, ma non rappresentano la prima scelta. Le infiltrazioni di cortisone vicino al tendine achilleo vengono oggi utilizzate con molta cautela perché, pur riducendo il dolore nel breve periodo, possono aumentare il rischio di indebolimento o addirittura rottura del tendine.

Negli ultimi anni si sono diffuse infiltrazioni con PRP, cioè plasma ricco di piastrine, o monociti, ottenuto dal sangue del paziente stesso. L’obiettivo è stimolare la rigenerazione tissutale. Tuttavia, le evidenze scientifiche non sono ancora definitive: alcuni pazienti riferiscono beneficio, ma gli studi non mostrano risultati nettamente superiori rispetto alla
fisioterapia ben eseguita.

Anche le infiltrazioni con acido ialuronico o altre sostanze biologiche sono in fase di studio e vengono considerate opzioni complementari, non sostitutive dell’esercizio terapeutico.

Le linee guida più aggiornate concordano su un punto: nessuna infiltrazione funziona davvero se il tendine non viene poi rieducato con un corretto lavoro fisioterapico.

Quanto tempo serve per guarire?

È forse la domanda che i runner fanno più spesso. La risposta dipende dalla gravità del problema e da quanto precocemente si interviene.

Nelle forme iniziali possono bastare poche settimane di gestione corretta. Nei casi cronici, invece, il recupero richiede spesso alcuni mesi. La fretta è una delle principali cause di ricaduta.

Il ritorno alla corsa deve essere graduale, monitorando il dolore e aumentando i carichi con progressione. Un leggero fastidio durante gli esercizi può essere tollerabile, mentre il dolore persistente o crescente è un segnale da non ignorare.

La prevenzione resta la vera arma vincente

Allenamenti progressivi, recupero adeguato, potenziamento muscolare e scarpe appropriate riducono significativamente il rischio di tendinopatia. Anche dedicare qualche minuto alla forza del polpaccio e alla mobilità della caviglia può fare la differenza, soprattutto dopo i 40 anni, quando il tendine perde parte della sua elasticità naturale.

Per chi corre, ascoltare i segnali del corpo rimane fondamentale: il dolore achilleo raramente compare “dal nulla”. Nella maggior parte dei casi il tendine avvisa molto prima di fermarsi davvero.

Ad ogni modo, ad una prima avvisaglia è consigliato effettuare un consulto medico specialistico per evitare peggioramenti o cronicizzazione del dolore.

Dott. Jacopo Gamberini
Medico Chirurgo
Specialista in Riabilitazione ortopedica e sportiva
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