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L’EDITORIALE DELLA DOMENICA

Schiavitù o lavoro? La giustificazione: non abbiamo uomini e risorse

In foto: pexels
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di
Carlo Alberto Pari
   
Tempo di lettura 3 min
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L’EDITORIALE DELLA DOMENICA
di Carlo Alberto Pari


Questo articolo ha un unico fine, presuntuoso ed ambizioso: sensibilizzare l’opinione pubblica contro lo sfruttamento del lavoro. Il tema mi è molto caro,
recentemente, ho scritto persino il testo di una canzone “Si lavora per vivere” (Spotify) , con mio grande stupore, è entrata al 10° posto nella classifica Italiana
TOP 100 INDIE nella prima settimana di uscita, a conferma che sono tanti gli italiani toccati profondamente dal problema. Il tema è tornato alla ribalta, dopo l’orrore
riguardante la tragica morte dei braccianti Packistani di Amendolara. I riflettori si riaccendono sul lavoro nero, ma forse, il sostantivo lavoro non è corretto, perché
richiederebbe delle prerogative basiche, che l’operato di queste persone non include. Il lavoro dovrebbe avere la tutela dei contratti, dovrebbe avere orari
definiti, dovrebbe prevedere salari adeguati, che consentano una vita dignitosa, lo proclama anche l’art 36 della nostra amata Costituzione, citata spesso e spesso elusa, a mio avviso anche su questo punto, perché attualmente, non sembra applicato neppure a molti regolari, poveri, nonostante la fatica quotidiana del lavoro, se poi ci riferiamo agli irregolari, nell’agricoltura, nelle costruzioni ed in tanti altri settori, “ l’esistenza dignitosa” appare solo un ipocrita assioma. Il “caporale”, è l’ultimo anello di una catena costruita per gestire e controllare gli schiavi, perché questo è il termine che più si avvicina a queste situazioni, endemiche, numerose, inumane, inaccettabili, indegne, immorali. La domanda: è possibile che nessuno li veda nelle campagne o nei cantieri? E’ possibile che le baraccopoli, dove in tanti vivono in condizioni disumane, nessuno sappia dove sono? E’ possibile che nessuno si accorga di nulla? Ecco una delle usuali risposte, banale, financo fastidiosa, divenuta un mantra : “mancano gli uomini per il controllo, mancano i mezzi , mancano le risorse”. Se mancano le risorse, forse bisognerebbe chiedersi come mai hanno portato il nostro Paese a traguardare oltre 3.000 miliardi di debiti e comunque, la risposta non giustifica, anzi, è divenuta un mantra anche per tante altre situazioni gravi : per la sanità universale, per la sicurezza, per la difesa, per l’istruzione, ecc. Se non ci sono altri mezzi, tagliate con coraggio le spese non necessarie e sono tante, senza la paura dei consensi. In diverse regioni italiane, si stimano numeri di irregolari da paura, decine di migliaia di schiavi solo nelle campagne e nei vivai. Appare veramente difficile credere che siano invisibili. Inoltre, il problema è incancrenito da decenni, la prima rivolta di queste persone è stata organizzata nel 2011, con “ lo sciopero” di Nardò, ed oggi, grazie anche ad un illuminato personaggio di origine africana, questo Paese ha una delle migliori leggi sul tema. Sembra manchi un tassello: metterla in atto. Del resto, una cosa appare certa, lottare per combattere queste situazioni non porta consenso, ma presumibilmente problemi e forse inimicizie. E’ molto più semplice e meno problematico recitare il mantra? Così tutto continua nell’inerzia e nell’apatia, devastando ancora una volta, ciò che dovrebbe distinguerci: L’UMANITÀ.

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