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risarcimento da 15.000 euro

Molestie sessuali dal collega nell’ente locale, Corte d’Appello conferma condanna

di
Redazione
   
Tempo di lettura 3 min
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Adriana Ventura, la Consigliera di parità della provincia di Rimini, nel 2020 ha preso in carico il caso di una dipendente di un Ente locale del territorio che era stata vittima di molestie sessuali nel suo luogo di lavoro ad opera di un collega.

La dipendente, assistita dalle Avvocatesse Tatiana Biagioni e Anna Danesi con studio a Milano, ha agito avanti il Tribunale del lavoro di Rimini per l’accertamento della molestia ed il risarcimento del danno. Nella causa è intervenuta ad adiuvandum la Consigliera di Parità della Provincia di Rimini, che aveva raccolto la segnalazione nell’immediatezza dei fatti e provato ad evitare il Giudizio, assistita  dall’avvocatessa Francesca Introna con studio a Milano.

Il 10 novembre  2021 il giudice del lavoro del Tribunale di Rimini ha accolto il ricorso accertando la sussistenza della molestia e condannando l’Ente per discriminazione, riconoscendo un risarcimento di 15mila euro alla lavoratrice vittima di molestie sessuali sul luogo di lavoro. A seguito dell’impugnazione della Sentenza ad opera dell’Ente Pubblico, soccombente in primo grado, la Corte D’Appello di Bologna  in data 12 Ottobre 2023 ha confermato la sussistenza delle molestie e la condanna per discriminazione del datore di lavoro.

Queste le prime parole pronunciate dalla vittima delle molestie alla notizia della sentenza della Corte d’Appello di Bologna: “Sto uscendo da un incubo durato tre anni, ringrazio le avvocate che mi hanno sostenuto ed assistito durante tutto l’iter processuale e, spero che questa “vittoria” possa essere  di aiuto e stimolo per quelle donne che, come me, possano trovare il coraggio di affrontare un tema così intimo e delicato in sede giudiziaria, senza temere le tante implicazioni e ansie che possono vivere insieme alla propria famiglia.”

Soddisfazione per  la sentenza anche dalla consigliera di parità della Provincia di Rimini, Ventura Adriana, e le avvocatesse che hanno patrocinato entrambe le cause  in primo e secondo grado.

Questa sentenza rappresenta un tassello importante per  contrastare le forme di discriminazione che sono sempre più diffuse,   ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, con lo scopo o l’effetto di violazione la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante e offensione. Sono, altresì, considerate come discriminazioni le molestie sessuali, ovvero quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo.

Questa definizione equipara le molestie (sessuali e non) alla discriminazione, identificando gli elementi principali della fattispecie ,il comportamento indesiderato, la violazione della dignità come scopo o effetto e il clima derivante dal comportamento. Questo principio è stato riportato in sentenza in maniera significativa, sottolineando come “Il riferimento al sesso utilizzando un termine percepito come idoneo a marcare la differenza di genere che ridonda a svantaggio di quello femminile” configuri la fattispecie di molestia sessuale così come delineata dalla norma.

La sentenza inoltre riconosce e conferma la responsabilità dell’Ente Pubblico per la discriminazione subita dalla donna anche per aver il datore di lavoro avviato un procedimento disciplinare nei confronti della lavoratrice contestandole che parte dei fatti denunciati non erano stati provati nel corso dell’istruttoria interna all’Ente.

Per la fattispecie in questione, la consigliera di parità ha proceduto con le ulteriori azioni previste dal Codice delle Pari Opportunità nei confronti di soggetti pubblici e/o  privati per i quali è stata accertata la responsabilità in ordine alle discriminazioni accertate.

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