Medicina territoriale: case di comunità da riempire e riforme che non convincono
Fa discutere la bozza di decreto legge chiamato a riformare la medicina territoriale presentato dal ministro Schillaci. Il perno della rivoluzione è l’introduzione formale dell’assetto a doppio canale dell’assistenza primaria: il medico potrà restare in convenzione come ora (ma con regole più stringenti) oppure passare ad un rapporto di dipendenza col Servizio Sanitario Nazionale, su base volontaria, per le funzioni delle Case della Comunità. Proprio la presenza in queste strutture (finanziate dal Pnrr) diventa un elemento base del nuovo modello di medicina generale e non più una attività accessoria.
alcuni elementi della bozza di decreto
Il testo precisa poi che la convenzione riformata dovrà comunque continuare ad assicurare la scelta fiduciaria del cittadino e la capillarità territoriale. Per chi resterà “in convenzione” scattano però alcuni nuovi obblighi: presenza programmata sul territorio, uso di sistemi informatici condivisi, più presa in carico di pazienti cronici e fragili, più controlli e più coordinamento con gli altri servizi. Per contro, il ministero promette ai medici più supporto (infermieri, amministrativi, telemedicina) per alleggerire il lavoro burocratico e lasciare più tempo alla cura vera dei pazienti. Alle Regioni spetterà la programmazione dell’assistenza primaria territoriale con la definizione del fabbisogno di attività nelle Case della Comunità, dei presidi e delle funzioni da coprire e degli standard minimi organizzativi e informativi. Alle aziende sanitarie toccherà invece adottare gli atti organizzativi per assegnare sedi e funzioni, organizzare turni, integrare la rete territoriale e monitorare attività e risultati. La riforma prevede anche l’istituzione immediata della specializzazione universitaria in medicina generale della durata di 4 anni.
La bozza di decreto dovrà ora passare la vaglio delle Regioni e poi si aprirà il confronto con i sindacati di categoria che, in buona parte, hanno fortemente criticato numerosi aspetti della riforma giudicata un’ennesima toppa che rischia di sancire la fine della medicina di prossimità così come i cittadini l’hanno conosciuta finora.












