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La Pasquetta fuori porta come una volta: torna il Somar Lungo tra i Borghi

di Redazione   
Tempo di lettura 2 min
Mer 12 Apr 2006 07:13 ~ ultimo agg. 11 Mag 15:46
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Qui ci saranno spazi allestiti per il picnic, animazioni, estrazioni di premi, la possibilità di partecipare alla Messa e di visitare il Museo delle Grazie e il Museo degli Sguardi, aperti per l’occasione. Un’iniziativa che si rifà a un’antica tradizione di cui si hanno notizie già dall’inizio dell’800, quella del pellegrinaggio dei marinai dal porto alla Madonna delle Grazie. Una tradizione che, grazie all’impegno dei borghi riminesi, in particolare il Borgo Sant’Andrea, si trasforma in una festa per tutti.

Il corteo delle persone a piedi e dei pochi privilegiati in carrozza che salivano la stretta strada bianca delle Grazie era detto, un tempo, “somar lungo”. La spiegazione di questa nota quanto bizzarra espressione si trova, a frugar bene, nelle cronache manoscritte di Filippo Giangi. Alla data del 13 aprile 1841, costui descrive vivacemente il “palio degli asini” che il lunedì e il martedì di Pasqua i marinai correvano intorno alla chiesa di San Nicolò. Davanti alle loro “innamorate” vestite a festa, in groppa a “de’ somari o cavallucci, in due e tre per cavalcatura”, i marinai si sfidavano; ma, “disadatti, malpratici, cadevano e facevan ridere li molti astanti”. Un decennio prima, alla data del 23 aprile 1832, altro lunedì di Pasqua, Giangi aveva annotato che “i marinari, in carrozza e a cavallo de’ somari, il mattino vanno girando sul porto e dopo pranzo alle Grazie”.
Agli inizi dell’Ottocento l’antico pellegrinaggio marinaro al santuario delle Grazie si è già trasformato in scampagnata: dei marinai soprattutto, che vi si recano volentieri a dorso d’asino (il “somar lungo”), ma anche del popolo minuto del centro storico. Intorno al 1830 – come dicevamo – la partecipazione si fa massiccia e Filippo Giangi parla ripetutamente di “numerosissimo concorso” di gente “che mangia e trastullasi a piacere”. Tempo permettendo, naturalmente. L’affluenza attira numerosi ambulanti, che vendono (elenca Giangi nel 1832) “maiali nel forno (porchetta), pane, piadoni, pollame cotto e vino”: di mediocre qualità, questo, e spacciato al prezzo esoso di quattro o cinque baiocchi al boccale (quando in città costa, al massimo, due vili baiocchi). Ciononostante – commenta il cronista – “v’è di tutto uno smercio considerevolissimo”. Come ancora succede, a più di un secolo e mezzo di distanza, in tutte le sagre del Riminese.
(dal sito www.comune.rimini.it)

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