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Il racconto di ANMIG

I cento anni di Arturo Barbieri, reduce dal fronte russo

In foto: Arturo Barbieri con una sorella
Arturo Barbieri con una sorella
di Redazione   
Tempo di lettura 3 min
Lun 6 Dic 2021 11:44 ~ ultimo agg. 6 Giu 02:41
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Il 7 dicembre compie cento anni Arturo Barbieri, nato a San Leo  nel 1921, residente a Rimini al Villaggio Primo Maggio e associato ANMIG (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra).
Arturo Barbieri ha prestato il servizio militare nella seconda armata, che è stata impiegata sul fronte russo nel 1941/43. Reduce dalla Russia ed in attesa di una licenza per rientrare a casa dopo più di un anno di campagna militare, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, veniva catturato dalle truppe tedesche, in un centro di smistamento truppe reduci dal fronte russo, a Milano il 10 settembre 1943 ed internato come I.M.I. (Internato Militare Italiano) presso lo Stalag 10559/IIIA di Waltersdorf in Turingia, dove veniva adibito al lavoro forzato.
Dagli associati, racconta il presidente di ANMIG Rimini Alfredo Bianchi “sono state riportate situazioni di lavoro pesante per 12 ore e alimentazione consistente in una rapa rossa e 100 grammi di pane di segale al giorno. Alla liberazione, Arturo, come molti dei suoi compagni di prigionia, pesava poco più di trenta chili. In prigionia ha contratto la grave infermità cronica che ha portato al riconoscimento della sua invalidità”.
E’ stato rimpatriato in Italia il 21 settembre 1945.
Per il centenario sarà circondato dall’affetto delle figlie Rosanna, Patrizia e Loretta, della sorella Anna, dei generi, nipoti, pronipoti, amici e parenti tutti nella sua residenza di Rimini via Garigliano 4
L’ANMIG Rimini, “nello stringersi ad Arturo e alla sua famiglia vuole portare un contributo doveroso alla memoria di tutti gli Internati Militari Italiani, una storia poco nota nell’ambito del secondo conflitto mondiale”.

Ricorda Alfredo Bianchi: “Dopo l’armistizio di Cassibile e la sua proclamazione ufficiale dell’8 settembre 1943, le truppe tedesche catturarono, ovunque fossero, tutti i soldati italiani del regio esercito, sia in Italia che in altre parti d’Europa; vi furono anche episodi di resistenza, laddove fu possibile organizzare una difesa, con morti e feriti. Rammentiamo, fra le migliaia di episodi, la difesa di Porta San Paolo a Roma ed il genocidio dell’isola di Cefalonia. Molti soldati italiani vennero uccisi subito perché opposero resistenza alla cattura. Circa un milione di soldati vennero internati in campi di concentramento, senza lo status di prigionieri di guerra ed adibiti al lavoro forzato (i famosi “schiavi di Hitler”) con le condizioni già citate. A seconda delle loro specializzazioni – prosegue ANMIG – i nostri soldati vennero utilizzati nei lavori agricoli se contadini, oppure nell’industria bellica tedesca se tecnici o operai. Si calcola che un numero compreso fra i 50.000 e 80.000 I.M.I. morirono durante la prigionia. Dopo il proclama della repubblica sociale italiana che prometteva di liberare dalla schiavitù e riportare in Italia coloro che si fossero arruolati nell’esercito collaborazionista del generale Graziani, solo poche migliaia vi aderirono, preferendo la schiavitù e la probabile morte violenta o per malattia e denutrizione all’adesione alla R.S.I.
Una storia per anni dimenticata e che solo recentemente è ritornata alla luce.
In un epoca in cui si è persa traccia dei valori e dopo un isolamento disgregante dovuto al lockdown pandemico, l’ANMIG ritiene che dovremmo maggiormente riportare alla memoria questi episodi nella convinzione che solo mantenendoli vivi potremo preservare la nostra società dal ricadere negli errori del passato, che hanno prodotto tanti lutti e disgregazione sociale”.

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