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Crescono ancora gli affamati del mondo: 963 milioni

di Redazione   
Tempo di lettura 5 min
Mar 9 Dic 2008 16:48 ~ ultimo agg. 12 Mag 19:02
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Altri 40 milioni di persone sono state spinte nella povertà, quest’anno, per l’incremento dei prezzi del cibo. E’ quanto emerge dal rapporto della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per il cibo e l’agricoltura, reso noto oggi a Roma. Questi 40 milioni di nuovi poveri aumenta i malnutriti nel mondo a 963 milioni, contro il 923 del 2007. Ma la crisi economica e finanziaria potrebbe far aumentare ancora il numero.
“I prezzi mondiali del cibo sono scesi, rispetto ai primi mesi del 2008, ma non hanno fermato la crisi degli alimenti in molti paesi poveri”, ha detto il vicedirettore generale Hafez Ghanem, presentando la nuova edizione del rapporto “Lo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2008”. “Per milioni di persone nei paesi in via di sviluppo mangiare il minimo del cibo per una vita attiva e salutare è un sogno distante. Il problema strutturale degli affamati, come l’accesso alla terra, al credito, al lavoro, combinato con gli alti prezzi degli alimenti, è un’orrenda realtà”.
I prezzi dei principali cereali sono calati di oltre il 50 per cento rispetto al picco raggiunto agli inizi del 2008, ma rimangono tuttavia alti rispetto agli anni precedenti.  Nonostante il sensibile calo degli ultimi mesi, l’Indice FAO dei prezzi alimentari nell’ottobre 2008 era ancora un 20 per cento più alto rispetto all’ottobre 2006.

Con i prezzi delle sementi e dei fertilizzanti (ma anche di altri input) più che raddoppiati rispetto al 2006, i contadini poveri non sono stati nelle condizioni di poter aumentare la produzione. Ma gli agricoltori più ricchi, soprattutto nei paesi sviluppati, sono riusciti a sostenere i prezzi più alti e ad espandere le semine.  Di conseguenza la produzione cerealicola dei paesi sviluppati è probabile aumenti di almeno il 10 per cento nel 2008.  L’aumento nei paesi in via di sviluppo potrebbe non essere superiore all’uno per cento.

“Se i prezzi più bassi e la stretta creditizia associati alla crisi economica costringeranno gli agricoltori a diminuire le semine, l’anno prossimo potrebbe verificarsi un’altra drammatica ondata di prezzi alimentari alti”, aggiunge Ghanem.  “L’obiettivo del Vertice dell’alimentazione del 1996 di dimezzare il numero delle persone che soffrono la fame entro il 2015 richiede un forte impegno politico e finanziario di almeno 30 miliardi di dollari l’anno per l’agricoltura e per le misure di protezione sociale delle popolazioni povere”.

Dove vivono i poveri

La stragrande maggioranza delle persone sottonutrite – 907 milioni – vive nei paesi in via di sviluppo, secondo i dati 2007 riportati nel rapporto Lo Stato dell’Insicurezza alimentare nel mondo.  Di questi, il 65 per cento vive in soli 7 paesi: India, Cina, Repubblica Democratica del Congo, Bangladesh, Indonesia, Pakistan ed Etiopia.  I progressi in questi paesi molto popolosi inciderebbe in modo significativo sulla riduzione globale del numero degli affamati.

Popolazione numerosa e progressi relativamente lenti nella riduzione della fame fanno sì che circa due terzi di coloro che soffrono la fame vivano in Asia (583 milioni nel 2007).  In compenso però alcuni paesi del sud-est asiatico, come la Tailandia ed il Vietnam, hanno fatto notevoli passi avanti verso il raggiungimento dell’obiettivo del Vertice dell’alimentazione, mentre Asia del sud ed Asia centrale hanno registrato una battuta d’arresto nella riduzione della fame.

Nell’Africa sub-sahariana una persona su tre – vale a dire circa 236 milioni nel 2007 – è cronicamente affamata, dato che rappresenta la proporzione più alta di persone sottonutrite sul totale della popolazione, fa notare il rapporto.  Il grosso di questo aumento si è registrato in un singolo paese, la Repubblica Democratica del Congo, conseguenza della persistente situazione di conflitto, da 11 milioni il numero è lievitato a 43 milioni (nel 2003-05) portando la proporzione delle persone sottonutrite dal 29 al 76 per cento del totale.

Nell’insieme l’Africa sub-sahariana ha fatto qualche passo avanti nella riduzione della proporzione delle persone che soffrono la fame cronica passando dal 34 per cento del biennio 1995-97 al 30 per cento del biennio 2003-2005.  Ghana, Congo, Nigeria, Mozambico e Malawi sono i paesi che hanno registrato la riduzione più marcata.  Il Ghana è il solo paese che ha raggiunto sia l’obiettivo di riduzione del numero, stabilito dal Vertice dell’alimentazione, sia quello della diminuzione della proporzione, stabilito dagli Obiettivi di sviluppo del Millennio.  La crescita della produzione agricola è stata senz’altro il fattore decisivo di questo successo.

La regione dell’America latina e Carabi era quella che nel 2007 aveva registrato i maggiori passi avanti nella riduzione della fame prima dell’impennata dei prezzi alimentari, che ha fatto salire il numero delle persone affamate a 51 milioni.

I paesi del Vicino Oriente e del Nord Africa hanno in generale registrato bassi livelli di persone sottonutrite, ma conflitti (Afghanistan ed Iraq) e rialzo dei prezzi alimentari hanno fatto salire il numero dei sottonutriti dai 15 milioni del biennio 1990-92 a 37 milioni nel 2007.

Gli effetti della crisi

Alcuni paesi erano sulla buona strada per il raggiungimento dell’obiettivo del Vertice prima che i prezzi alimentari schizzassero in alto, ma “perfino questi paesi hanno subito delle battute d’arresto e parte dei progressi fatti sono stati cancellati a causa dei prezzi alti.  La crisi ha principalmente colpito i più poveri, i senza terra ed i nuclei familiari con donne capofamiglia”, ha detto Ghanem.  “Ci vorrà un enorme e risoluto impegno a livello globale ed azioni concrete per ridurre il numero di coloro che soffrono la fame cronica di 500 milioni entro il 2015”.

La situazione potrebbe ulteriormente deteriorarsi man mano che la crisi finanziaria colpirà le economie reali di nuovi paesi.  Una domanda ridotta nei paesi sviluppati minaccia i redditi dei paesi in via di sviluppo attraverso le esportazioni.  Sono inoltre a rischio le rimesse di denaro, gli investimenti e tutti gli altri movimenti di capitale, compresi gli aiuti allo sviluppo.  Le economie emergenti in particolare saranno quelle che subiranno gli effetti della stretta creditizia più a lungo, anche se la crisi dovesse essere di breve durata.

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